BASTA FAKE NEWS NEI TALK SHOW

Non basta più la semplice preoccupazione o scandalizzarsi per i dati diffusi dal 55° rapporto del CENSIS presentato il 3 dicembre 2021 sulla consapevolezza e convinzioni degli italiani rispetto alla pandemia: “Per il 5,9% degli italiani il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile e per il 31,4% chi si vaccina fa da cavia”.

Ormai da mesi, soprattutto in televisione e purtroppo anche sul Servizio Pubblico della Rai, gli italiani assistono a diversi talk show che, lungi dall’offrire informazioni sulla tragedia sanitaria, economica e sociale che stiamo ancora attraversando, propongono piuttosto confronti con opinioni non scientifiche, antiscientifiche, fantascientifiche. 

Questo in nome di una supposta par condicio e del diritto di parola garantito dalla Carta Costituzionale, travisandone, tuttavia, il significato. La par condicio risulta infatti falsata dal confronto uno ad uno, laddove a volte un ricercatore serio si trova a fronteggiarne più di uno che con la scienza ed il metodo scientifico niente hanno a che fare e con il risultato di alimentare negli spettatori la sensazione che la “scienza è divisa”. E se è vero che la Costituzione garantisce a ciascuno di esprimere le proprie opinioni, di certo non impone di intervistare terrapiattisti, novax, medici radiati, politici e non che non conoscono ma dissertano di virologia ed epidemiologia: non si tratta di opinioni personali, ma di pericolose menzogne o eclatanti ignoranze offerte al pubblico come contraddittorio.

Il Patto Trasversale per la Scienza condivide le considerazioni di Enrico Mentana, direttore del TG di La7: “Mi onoro di non aver mai ospitato nel tg che dirigo nessun esponente dei no vax…A chi mi dice che così impongo una dittatura informativa o una censura alle opinioni scomode, rispondo che adotto la stessa linea rispetto ai negazionisti dell’Olocausto, ai cospirazionisti dell’11 settembre, ai terrapiattisti, a chi non crede allo sbarco sulla luna e a chiunque sostiene posizioni controfattuali…Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura”.

Come PTS ci appelliamo alla professionalità di tutti i giornalisti e a tutti coloro che hanno responsabilità dirette e indirette nella programmazione e gestione dei

programmi di informazione, soprattutto nei talk show, perché:

  • qualsiasi discussione sulla campagna vaccinale sia basata sulle evidenze scientifiche accertate in tutto il mondo dalle autorità sanitarie circa la sicurezza ed efficacia dei vaccini e l’opportunità della loro massima diffusione presso tutti i soggetti per i quali sono approvati;
  • Si prenda atto che la diffusione, a questo riguardo, di dati contrastanti con le evidenze comunemente accettate dalla comunità scientifica equivale alla diffusione di fake news;
  • il giusto approfondimento su questi temi e sulla malattia da COVID-19 in generale sia condotto da esperti autentici e riconosciuti nel settore, nel rispetto e avendo riguardo alle loro singole competenze.

Come PTS chiediamo inoltre:

  • all’Ordine Nazionale dei Giornalisti di vigilare e, se del caso, applicare il codice deontologico che impone ai propri iscritti di attenersi ai fatti basati su risultanze scientifiche, mettendo in campo gli strumenti sanzionatori previsti a tutela della professione e soprattutto di chi al lavoro giornalistico si affida per informarsi;
  • alla Federazione dell’Ordine dei medici, di fare altrettanto rispetto ai tanti iscritti che, basandosi su convinzioni che non trovano riscontro nella letteratura scientifica, diffondono false informazioni sulla pandemia e sulle vaccinazioni;
  • al Ministero della Pubblica Istruzione e a quello dell’Università di riorganizzare ed implementare la formazione scientifica fin dalla scuola primaria, fornendo alle prossime generazioni gli strumenti interpretativi per discernere una fake news.

Meritoriamente la Rai si è dotata di una task force contro le fake news, ma la cattiva informazione viaggia anche attraverso la presenza costante di personaggi che con la scienza non hanno a che fare ma partecipano quotidianamente a varie trasmissioni spesso senza il competente intervento del conduttore a sottolineare l’assurdità e la non scientificità delle loro affermazioni.

Naturalmente, a valle dell’informazione di natura scientifica, attuata secondo modalità corrette, è giusto che vi sia un dibattito di natura giuridico-legislativa circa i migliori strumenti per raggiungere gli obiettivi di diffusione più larga possibile della campagna vaccinale. Anche questo dibattito, tuttavia, deve avvenire nel rispetto delle evidenze scientifiche sopra ricordate, con toni rispettosi e adeguati alla difficile situazione sanitaria in corso e con il coinvolgimento anche di riconosciuti esperti di diritto costituzionale. Tutto ciò al fine di non alimentare il clima di confusione della popolazione generale evidenziato dal recente rapporto del CENSIS.

Innovare investendo in ricerca

PTS – “Sapienza” Università di Roma

16 settembre 2021

Obiettivo del Convegno “Innovare investendo in ricerca”, tenutosi on-line il 16 settembre 2021, è stato valutare i fattori legati all’innovazione nella ricerca e al trasferimento delle conoscenze da essa prodotte al fine d’indicare le strategie da adottare per sostenere la ricerca scientifica in Italia. La ricerca scientifica è infatti l’unica vera forza propulsiva, capace di elevare il Paese verso una crescita culturale, tecnologica, sociale ed economica.

Il Convegno si è aperto con l’intervento di Antonella Polimeni, Rettrice di Sapienza Università di Roma, che ha spiegato quanto sia importante implementare i sistemi integrati di innovazione, in grado di agevolare contaminazione e collaborazione fra Università ed Enti di Ricerca. L’intervento si è poi focalizzato sulla descrizione della necessità di costituzione di infrastrutture stabili, piattaforme per la ricerca avanzata multidisciplinare e creazione di incubatori di impresa.

Fulvio Esposito, rappresentante nel Comitato per lo Spazio Europeo della Ricerca, ha inveceevidenziato l’importanza che una occasione straordinaria come il PNRR diventi una occasione ordinaria e quindi mezzo per creare una tendenza alla crescita dell’investimento in ricerca. Per fare questo è importante investire in dottorati di ricerca, nuovi ricercatori, progetti di sviluppo basati su accordi di programma, con obiettivi, risultati attesi, monitoraggio e rigorosa valutazione ex post.

Elisabetta Cerbai, docente dell’Università di Firenze, ha descritto come in Italia esistano peculiarità qualitative in merito alle caratteristiche del gruppo eterogeneo dei ricercatori. Il primo è l’età, il secondo una spiccata attitudine a modifiche ricorrenti delle modalità di reclutamento e stabilizzazione, il terzo la scarsa presenza femminile in discipline tradizionalmente considerate maschili, una forbice che si allarga con la progressione verso i ruoli più alti. Inoltre, l’ingresso tardivo in posizioni stabili e autonome priva il sistema della capacità ideativa e innovativa più fertile e originale.

Gaetano Di Chiara,già docente dell’Università di Cagliari, ha delineato il delicato ruolo dell’Università nel trasferimento tecnologico (TT) della ricerca.Il TT è nato nelle grandi università americane, grazie allo stretto rapporto tra università e impresa per creare un circolo virtuoso tra ricerca di base e applicata. Il passaggio dall’invenzione all’innovazione è tuttavia un processo ad alto rischio che corrisponde ad una fase in cui la ricerca non è più finanziabile con fondi statali in quanto coperta da brevetto, ma è ancora in uno stadio troppo precoce per essere finanziata da istituzioni private. All’origine di una tecnologia rivoluzionaria c’è sempre un’originale ricerca di base. L’esempio tangibile di questo è il seminale lavoro del periodo 2005-2008 di Karikò e Weissman che descriveva le basi per lo sviluppo dei vaccini a mRNA e poi l’utilizzazione del brevetto di Karikò e Weissman da parte delle aziende biotecnologiche Biontech e Moderna.

E’ quindi necessario guardare al PNRR come a una strategia complessiva che nell’incidere sul tessuto socioeconomico, sulla qualità di formazione pre- e post-universitaria, sul diritto allo studio e all’inclusione, può avere riflessi anche sulla scelta di fare ricerca scientifica in Italia. Si tratta di scegliere se rimanere a traino di paesi capaci di innovazione, o assecondare la vocazione che i ricercatori e le ricercatrici hanno, come dimostrano i numeri, coltivata da una buona o talvolta ottima tradizione educativa, ma che viene spesa oltre frontiera.

Antonio Musarò (Università Sapienza, Roma) e Micaela Morelli (Università di Cagliari)

Clicca per il resoconto del meeting o per vederlo sul nostro canale

CURE DOMICILIARI, BASTA BUFALE

Il Patto Trasversale per la Scienza e l’Associazione Biotecnologi Italiani stigmatizzano il fatto che informazioni pseudoscientifiche abbiano trovato spazio in una sala del Senato della Repubblica: le terapie domiciliari definite “precoci”, e promosse attraverso i social, anche se vengono presentate come miracolose, non lo sono e costituiscono un rischio per i malati. Le cure domiciliari, serie, in Italia esistono e sono quelle regolamentate e basate su evidenze scientifiche.

I casi Stamina e Di Bella ci dovrebbero aver insegnato a dubitare di chi promuove pseudoterapie senza portare prove scientifiche, ma solo racconti molto spesso privi di ogni riscontro. Abbiamo bisogno di una Medicina basata sulle evidenze, che devono essere pubblicate, discusse e condivise all’interno della Comunità Scientifica, e non di slogan dati in pasto alle piazze o sui media, il cui unico risultato è di creare false speranze nelle persone e indurle a non adottare comportamenti che potrebbero salvare loro la vita.

Si chiede pertanto agli organi competenti, dal Ministero all’Istituto Superiore di Sanitá dall’Aifa al Consiglio Superiore di Sanitá e al Garante per la privacy, ma anche agli Ordini Professionali e alle Società Scientifiche, di adempiere al proprio ruolo e di verificare ed intervenire rispetto a comportamenti che mettono potenzialmente a rischio la vita delle persone, come ad esempio:

la prescrizione di terapie off-label che utilizzano farmaci e integratori inutili o dannosi, senza tener conto della tempistica di somministrazione (come ad esempio il cortisone o l’eparina), né della posologia raccomandata o dell’interazione tra essi;


la pubblicizzazione e prescrizione di tali terapie via web, senza la visita del malato e senza che vi sia un razionale scientifico né una adeguata fase di raccolta dati per il monitoraggio dei risultati ottenuti;
la continua travisazione e denigrazione del protocollo domiciliare ufficiale e del lavoro delle migliaia di medici di medicina generale che lo applicano;


la richiesta di firmare non un consenso informato, ma una liberatoria per il medico che prescrive tali “cure”, in cui viene scaricata sul paziente ogni responsabilità civile e penale, cosa illegittima nel nostro Paese;


l’assenza di una chiara e precisa informativa sul trattamento dei dati personali e sensibili che vengono raccolti anche con mezzi del tutto inadeguati a garantirne la protezione.
la continua richiesta di “donazioni” con modalità opache quali Bitcoin o conti svizzeri.

Teniamo a ricordare che ad oggi abbiamo almeno 10 cose che sappiamo sulla gestione domiciliare della Covid-19:
Niente farmaci inutili e potenzialmente dannosi. L’85% di chi entra in contatto col virus SARS-CoV-2 resta asintomatico o paucisintomatico, questo è il dato che giustifica la “vigile attesa”, perché nella maggior parte dei casi il nostro sistema immunitario è in grado di gestire autonomamente l’infezione, ed è sufficiente il semplice ausilio di paracetamolo e antinfiammatori in presenza di febbre, dolori articolari o muscolari. La terapia farmacologica è indicata solo in particolari casi ed esistono protocolli di cura precisa per la gestione dei pazienti domiciliari.

Gli anticorpi monoclonali sono ad oggi indicati, entro 10 giorni dalla comparsa di sintomi, per alcune categorie a rischio come obesi, dializzati. Il plasma iperimmune non ha invece dimostrato di poter dare benefici certi.
L’uso precoce di cortisonici in assenza di sintomi, o con leggera sintomatologia, non è indicato perché può compromettere la risposta immunitaria. Anche nei casi indicati, la somministrazione non deve avvenire prima di 4 giorni dall’insorgenza dei sintomi per lo stesso motivo. Inoltre non tutti i cortisonici sono uguali, per la terapia è indicato il solo desametasone;

L’uso di eparina non è raccomandato a domicilio, soprattutto in pazienti non immobilizzati;

L’uso di antibiotici non è raccomandato a meno che, dopo visita medica, si sospetti una importante infezione batterica;

L’uso di idrossiclorochina non è raccomandato né a scopo terapeutico né a scopo di prevenzione;

L’utilizzo di antivirali come lopinavir, ritonavir non è raccomandato in quanto si sono dimostrati inefficaci. Il remdesivir è raccomandato solo per uso ospedaliero;

L’uso di ivermectina non è raccomandato nè come terapia nè come prevenzione, per la sua inutilità contro il coronavirus e l’alto profilo di rischio;

L’uso del parvulan, un generico immunostimolatore registrato in Brasile, ma non in Italia, come coadiuvante per il trattamento dell’acne, non è raccomandato per la sua inutilità contro SARS-CoV-2;

L’utilizzo di vitamina D, lattoferrina, quercetina ed altri integratori alimentari non è raccomandato per inefficacia terapeutica e di profilassi.

Le decisioni sulle strategie vaccinali non dovrebbero essere prese in seguito a un’onda emotiva

La morte di una giovane ragazza, associata e possibilmente causata dalla vaccinazione con vettore adenovirale, rappresenta una tragedia e colpisce emotivamente più dei freddi “numeri” dei decessi giornalieri per COVID-19. E’ ingiusto, ma è così, e non da oggi, spiegano gli psicologi. Ciò che non dovrebbe succedere, ma è successo, è che chi è preposto a prendere decisioni importanti per la collettività, lo faccia influenzato, anche solo per associazione temporale, da eventi emotivi quale il caso in questione. La decisione di cambiare strategia “in corsa” e adottare d’emblée l’approccio eterologo per la seconda dose vaccinale per chi ha ricevuto una prima dose con vaccino Astra-Zeneca (Vaxzevria) non poteva non avere la conseguenza di generare sconforto e confusione sia nei cittadini che nelle singole regioni, e non solo per comprensibili motivi logistici.

Il messaggio percepito, non voluto, ma inevitabile è stato: “la precedente strategia era sbagliata”, da cui, appunto, sconforto, confusione e reazioni emotive comprensibili del tipo “non siamo le vostre cavie da esperimento”.

Il dibattito scientifico sull’utilità e i potenziali vantaggi della vaccinazione eterologa (una dose col vaccino A, la seconda col vaccino B) è in corso ed iniziano a comparire, spesso in forma non ancora revisionata da altri scienziati (peer review), i primi risultati incoraggianti. Ma tradurre questo legittimo e importante dibattito dal contesto sperimentale, inclusivo di studi in “doppio cieco”, all’applicazione diretta, senza alcuna indicazione o raccomandazione di EMA e altre agenzie regolatorie, è intempestivo e, al di là delle migliori intenzioni, destinato ad alimentare ansie, confusione, difficoltà di analisi dei risultati vaccinali (già molto compromessi dall’eterogeneità delle strategie adottate dalle singole regioni).

Fortunatamente, tutti i vaccini sono “buoni vaccini” e funzionano proteggendo le persone dall’evoluzione in malattia grave, se infettate, e prevenendo efficientemente dalla trasmissione virale, soprattutto dopo la seconda dose. Nonostante la cattiva informazione e comunicazione che se ne sta facendo.

Per approfondimento, vedi: https://www.ilfoglio.it/salute/2021/06/15/news/mix-di-rischi-non-ragionati-su-astrazeneca-2519375/

Il PTS difende Enrico Bucci dagli attacchi della “lobby” dell’agricoltura biodinamica

Guido Poli: “La lotta alla pseudo-scienza, nelle sua varie dimensioni, è nel DNA del PTS. Enrico Bucci, da par suo, ha smontato e dimostrato l’inconsistenza scientifica della cosiddetta “agricoltura biodinamica”, come già denunciato dalla Senatrice a Vita, Prof.ssa Elena Cattaneo. Il PTS si riconosce pienamente in quanto espresso da entrambi e lo sosterrà con tutti i mezzi leciti in democrazia”.

Apprendiamo con sgomento che, in data 9 giugno 2021, nella seduta n. 334, è stato depositato presso il Senato della Repubblica, a firma del Senatore Saverio De Bonis, un Atto di Sindacato Ispettivo (n. 4-05612 –http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Sindisp/0/1299462/index.html)  nei confronti del Prof. Enrico Bucci, noto ricercatore, divulgatore scientifico e coordinatore di un Gruppo Operativo dedicato alle frodi scientifiche e all’integrità nella ricerca nonché membro del Consiglio Direttivo del Patto Trasversale per la Scienza. Il Prof. Bucci, che tenta da anni di portare elementi di razionalità nel dibattito pubblico su altri temi scientifici con ripetuti interventi, compresa la recente pandemia di COVID-19, ha “meritato” l’attenzione del Senatore De Bonis per aver evidenziato l’inconsistenza scientifica dell’Agricoltura Biodinamica, erroneamente paragonata all’Agricoltura Biologica.

Esprimiamo la massima solidarietà a Enrico Bucci e condividiamo i suoi sforzi sottolineando che l’Agricoltura Biodinamica non è un’evoluzione o una branca dell’Agricoltura Biologica, come si sostiene anche nell’Atto depositato dal Senatore De Bonis, ma semmai una sua involuzione. Per chi fosse interessato ad approfondire rimandiamo ad una serie di recenti interventi di Bucci sul tema: https://www.ilfoglio.it/tag/biodinamica/

Cogliamo infine questa occasione per spronare il Senato della Repubblica a valorizzare il sapere scientifico, facendo anche tesoro delle importanti sfide imposte dalla pandemia e condurre il nostro Paese nel futuro, non nel passato occupandosi di pratiche esoteriche prive di qualunque fondamento scientifico.

Costi e benefici di AstraZeneca e Johnson & Johnson

Calcoliamo bene il rapporto costi/benefici della scelta di non somministrare i vaccini basati su vettore adenovirale (AstraZeneca e Johnson & Johnson) sotto i 60 anni

di Enrico Bucci, Luciano Butti, Corrado Canafoglia, Davide Ederle, Julia Filingeri, Andrea Grignolio, Diego Pavesio, Luca Pezzullo, Guido Poli, Guido Silvestri, Marco Tamietto, Vincenzo Trischitta, Francesca Ulivi, Andrea Uranic.

I ministeri della salute e le agenzie regolatorie di molti paesi europei, compreso il nostro, hanno deciso che è preferibile non vaccinare gli under 60 con Vaxzevria (il vaccino di AstraZeneca, AZ, a cui seguiranno probabilmente decisioni analoghe per quello prodotto dalla Johnson & Johnson, J&J), pur non vietandolo, perché in questa fascia d’età il rapporto costi/benefici non sarebbe sufficientemente favorevole. Ma siamo sicuri che sia così? Ma davvero se avessimo questi vaccini a disposizione per tutta la popolazione sarebbe meglio non vaccinare comunque gli under 60 ed attendere i mesi necessari per l’arrivo di altri vaccini? O se fra qualche mese, una volta vaccinati tutti gli over 60, non riuscissimo a vaccinare rapidamente gli under 60 con gli altri vaccini a mRNA davvero non dovremmo utilizzare i vaccini basati su vettori adenovirali per accorciare i tempi? Proviamo a ragionare sui dati disponibili e necessari per rispondere con ragionevole certezza a queste domande.

I dati disponibili

1. Nel primo anno di pandemia si stima (per difetto) che il 5% degli Italiani si sia infettata con SARS-CoV-2, il virus che causa la malattia nota come COVID-19

https://opendatadpc.maps.arcgis.com/apps/dashboards/b0c68bce2cce478eaac82fe38d4138b1

2. In Italia la popolazione degli adulti sotto i 60 anni è rappresentata al netto dei decimali da 32 milioni di individui:

–  19 milioni (il 59%) nella fascia 40-59 aa

–  13 milioni (il 41%) nella fascia 20-39 aa

https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-eta-sesso-stato-civile-2019/

3. Il tasso di letalità (cioè quanti dei soggetti che hanno contratto l’infezione andranno incontro a morte) stimato dall’ISS è pari a:

–  0.4% nella fascia 40-59 anni

–  prossimo a 0% nella fascia 20-39 anni.

https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_24-febbraio-2021.pdf

Gli scenari

Stante i dati sopraesposti, immaginiamo uno scenario in cui:

A. non si voglia/possa più stare in lockdown e si abbia un Rt pari almeno a 2 (ogni infetto contagia in media due persone; da sottolineare che in assenza di lockdown SARS-CoV-2 ha un Rt stimato di 2,4 senza tener conto di varianti più contagiose, quali l’”Inglese” che oramai è responsabile del 90% delle nuove infezioni);

B. tutti gli over 60 siano stati vaccinati e quindi siano protetti dal COVID-19 e dalle sue più temibili complicanze (scenario irrealistico sia perché non tutti si vaccineranno, sia perché la protezione per quanto ottima non è assoluta, ma qui si vuole essere conservativi);

C. i 32 milioni di Italiani nella fascia 20-59 anni non si vaccinano con Vaxzevria o J&J, aspettando per tre mesi un altro vaccino. E’ ipotizzabile che circa l’1.25% di essi (un quarto del 5%/anno di cui al punto 1) contrarrà l’infezione da SARS-CoV-2, cioè circa 400mila individui (236mila nella fascia 40-59 anni e 164mila nella fascia 20-39 anni). Questi, con Rt=2, a loro volta infetteranno altri 800mila individui, 472mila individui nella fascia 40-59 aa (per un totale in questa fascia di 708mila individui) e 328mila individui nella fascia 20-39 (per un totale in questa seconda fascia di 492mila unità).

Quanti decessi ci possiamo aspettare tra i soggetti infettati, in considerazione del tasso di letalità osservato in Italia e descritto al punto 3?

– nessun decesso (0%, esagerando in ottimismo) nei circa 490mila della fascia 20-39 anni

– lo 0,4% nei circa 700mila della fascia 40-59 aa pari a 2.800 decessi

E se si vuole considerare uno scenario con Rt pari a 1 (più o meno quello attuale ottenuto dopo un lungo lockdown), si fa in fretta a dimezzare per un totale di 1.400 morti.

Infine, ipotizzando che siano proprio i vaccini con vettore adenovirale a “causare” la trombosi venosa cerebrale (TVC) o addominale (TVA) con un’incidenza di 1/100mila (tutto da dimostrare sia in termini di causalità che di incidenza), non vaccinando i 32 milioni di Italiani under 60 eviteremmo circa 320 casi di TVC/TVA, una sessantina dei quali in forma letale.

Il rapporto costi/benefici

Quindi, in sintesi, in assenza di lockdown se per tre mesi tutti gli Italiani under 60 anni non si vaccinassero con AZ o J&J si devono mettere in conto alcune migliaia di decessi al fine di risparmiarne qualche decina…

Certo, questi numeri possono essere lievemente diversi in funzione di alcune variabili che è difficile controllare in maniera perfetta. Per esempio, nei prossimi 3-4 mesi, grazie all’innalzarsi della temperatura, il virus potrebbe circolare meno e causare meno vittime. D’altra parte, come si è detto, sappiamo che non accadrà mai che tutti gli over 60 si vaccineranno e ciò, inevitabilmente, aumenterà il numero dei contagiati e dei decessi causati dalla mancata vaccinazione degli under 60. 

Noi continuiamo a pensare che, se ci fosse (o se ci sarà in futuro) la disponibilità di questi vaccini, sarebbe bene somministrarli a tutti gli adulti, senza distinzione per classi d’età. L’EMA, peraltro, non ha indicato limiti d’età per l’uso di questi vaccini basati su vettori adenovirali   

(https://www.ema.europa.eu/en/news/astrazenecas-covid-19-vaccine-ema-finds-possible-link-very-rare-cases-unusual-blood-clots-low-blood  e

https://www.ema.europa.eu/en/news/covid-19-vaccine-janssen-ema-finds-possible-link-very-rare-cases-unusual-blood-clots-low-blood).

Inoltre, non è escluso che analizzando i dati, anche futuri, possa emergere il suggerimento che fra gli under 60 si dovrebbe dare precedenza ai maschi che rischiano più delle donne di contrarre il COVID-19 in forma grave e morirne https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Bollettino-sorveglianza-integrata-COVID-19_24-febbraio-2021.pdf

mentre, per contro, la stessa EMA ci informa che sono meno a rischio di sviluppare le rare forme di TVC/TVA associate a questi vaccini.

Non possiamo quindi essere d’accordo con chi sostiene: “non vacciniamo con AZ (o J&J) gli under 60 per evitare il rischio di TVC/TVA, tanto poi li vacciniamo fra qualche mese con altri vaccini” perché in quei “pochi” mesi diverse centinaia di migliaia di persone si ammaleranno, sovraccaricando il sistema ospedaliero, e, purtroppo, alcune migliaia moriranno.

Investire in ricerca per curare il Paese

terapie a confronto: approccio oligarchico o democratico

ll dibattito sull’impiego dei fondi del PNRR per la ricerca scientifica, si fa sempre più ampio e molte sono le proposte presentate al Governo. Dopo la nostra lettera di appoggio alla Senatrice Cattaneo, pubblichiamo questo articolo redatto da molti dei nostri soci.

Continua il dibattito sul tema della ricerca e sui criteri di valutazione per la distribuzione delle risorse. Il piano Amaldi, sottoscritto da eminenti scienziati, indica la strada per un’inversione di rotta e propone al governo una svolta ambiziosa per rendere competitivo il nostro Paese nel panorama internazionale: “investire in ricerca pubblica e capitale umano e sostenere la ricerca di base, fonte primaria dell’innovazione nelle società avanzate”.

Qualche settimana fa, Tito Boeri e Roberto Perotti hanno voluto puntualizzare quello che gli scienziati che hanno sottoscritto l’appello di Amaldi hanno omesso di indicare: “Come far sì che questi maggiori finanziamenti migliorino effettivamente la qualità della ricerca?” Il ragionamento di Boeri e Perotti, esplicitato nel titolo dell’articolo, “Basta contributi a pioggia, i fondi vanno concentrati sulle università migliori”, ha stimolato un acceso dibattito nella comunità scientifica che vive le difficoltà di un sistema sottofinanziato e, nonostante tutto, da nord a sud, contribuisce a rendere il sistema della ricerca un punto di riferimento per lo sviluppo sociale, culturale e scientifico del Paese. Quella comunità scientifica che conosce molto bene il principio che le risorse debbano essere distribuite in base a criteri di merito e si oppone all’idea che istituzioni e fondazioni private, senza alcuna competizione, possano beneficiare a vita di soldi pubblici.

Una tale sperequazione nei criteri di distribuzione delle risorse creerebbe uno scollamento sociale e culturale, perché limiterebbe il fondamentale principio costituzionale che sancisce l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, senza il macigno di ostacoli di ordine economico. Una preoccupazione, questa, espressa recentemente, in un documento-appello indirizzato al Presidente Draghi, da un gruppo di giuristi universitari e autorevoli costituzionalisti.

Vorremmo quindi contribuire al dibattito con una proposta, che parte dal piano Amaldi.

Un Paese, per essere pronto alle nuove sfide, dovrebbe:

1) garantire finanziamenti pubblici per la ricerca di base, fondati su un accesso competitivo alle risorse, humus essenziale per far emergere eccellenze e talenti;

2) potenziare e rinnovare le infrastrutture esistenti, tenendo conto che, come dimostrano la storia passata e ancor più quella recente, la loro fruibilità in ogni campo è tanto maggiore quanto più ampia e diffusa è la rete di laboratori e centri che vi afferiscono;

3) rimuovere il macigno di una burocrazia ipertrofica che spesso frena le potenzialità di ricerca e sviluppo nelle università, mentre fondazioni private che godono di finanziamenti pubblici sono esentate da lacci, lacciuoli e freni burocratici (in altre parole, evitare che la ricerca italiana viaggi a due diverse velocità);

4) dotare il Ministero della Università e della Ricerca (MUR) di un ufficio ad hoc, permanente, composto da figure qualificate, non affiliate a strutture di ricerca italiane, costantemente aggiornate sulle complesse procedure di valutazione, istruito per gestire la delicata fase di erogazione del denaro pubblico;

5) adottare misure di detassazione che prevedano l’abolizione dell’IVA su reagenti e apparecchiature a favore di università e centri di ricerca senza scopo di lucro.

Il PNRR è un’occasione unica per rimettere l’Università e tutto il comparto della ricerca di base al centro delle politiche del nostro Paese. Bisogna tuttavia evitare di commettere errori, già avvenuti nel passato, che costringono a complesse e difficili modifiche in corso. Proporre, come si evince dalla bozza del PNRR, sette (perché sette?) iniziali nuovi poli di innovazione locale/territoriale distribuiti in diverse città (con quale criterio?) incaricati della erogazione alle imprese di servizi tecnologici avanzati (quali? Con quale obiettivo?) e servizi innovativi qualificanti di trasferimento tecnologico (quali? In che misura? Con quali regole?) senza un preciso razionale, senza una definizione chiara degli obiettivi, senza verificare se quelle innovazioni siano in realtà già presenti nelle Università o negli Enti di ricerca esistenti, è l’ennesimo esercizio della politica di creare nuovi contenitori che toglierebbero valore al comparto della ricerca già esistente, senza probabilmente raggiungere lo scopo del PNRR.

Antonio Musarò, Alexandra Battaglia Mayer e Roberto Caminiti (La Sapienza Università di Roma)

Gaetano Di Chiara e Micaela Morelli (Università di Cagliari)

Ugo Borrello e Marco Onorati (Università di Pisa)

Michele Simonato (Università di Ferrara e Vita Salute San Raffaele, Milano)

Marco Tamietto (Università di Torino)

Paolo Pinton (Università di Ferrara)

Luciano Conti (Università di Trento)

Monica Mattioli Belmonte (Università Politecnica delle Marche)

Girolamo Calò e Michelangelo Cordenonsi (Università di Padova)

Gianpaolo Papaccio (Università di Napoli Vanvitelli)

Maria Grano (Università di Bari)

Daniele Bani e Elisabetta Cerbai (Università di Firenze)

Roberto Ciccocioppo (Università di Camerino)

Aumentare i finanziamenti alla ricerca, mettere in rete le strutture esistenti, evitare la creazione di nuovi enti.

Il PTS accanto alla Senatrice Cattaneo sul PNRR

Il Governo sta per approvare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nell’ambito dell’iniziativa Next Generation EU che ha come limite temporale il 2025. Ci sono stati diversi commenti alle linee esposte nel piano, compresi quelli della Senatrice a Vita, Prof.ssa Elena Cattaneo, in linea con la precedente proposta del fisico Ugo Amaldi sull’aumento sostanziale dei fondi per la ricerca che aveva ottenuto un amplissimo consenso e approvazione nel mondo scientifico. Noi, Patto Trasversale per la Scienza (PTS), ci associamo alle istanze della Senatrice Cattaneo, con particolare riferimento all’importanza di finanziare adeguatamente la ricerca pubblica, compresa quella di base, e al mettere in rete le strutture di ricerca pubblica già operanti sul territorio nazionale, evitando possibilmente la creazione di nuovi enti se ridondanti e non autenticamente innovativi rispetto a quelli già esistenti.

In linea con questa premessa, avanziamo alcuni princìpi finalizzati ad ottimizzare l’utilizzo dei finanziamenti che verranno stanziati a sostegno della ricerca scientifica nel PNRR.

1. Coordinamento. L’offerta di fondi per la ricerca dovrà essere coordinata per evitare l’attuale frammentazione di multipli bandi su tematiche simili e/o l’esistenza di bandi “di nicchia”. Inoltre, l’offerta dovrà essere rigorosamente programmata con precise scadenze annuali o biennali. Altrettanto rigorosamente programmate e rispettate dovranno essere le date di attribuzione dei fondi e le rendicontazioni dei progetti finanziati.

2. Trasparenza e Responsabilità. Sarà indispensabile una totale trasparenza sia nei processi di assegnazione dei fondi sia nella valutazione dei risultati conseguiti, nonché un’assunzione di responsabilità da parte dei ricercatori finanziati con denaro pubblico rispetto ai risultati prodotti. Strumentale a questo obiettivo sarebbe la creazione di un unico portale informativo nazionale pubblico (PortIN), che copra un periodo a ritroso di almeno 5 anni e che sia costantemente aggiornato sia sui bandi attivi sia sulla valutazione dei risultati ottenuti dai progetti finanziati nei precedenti bandi. Sarà inoltre necessario pubblicare sullo stesso sito PortIN la composizione delle commissioni valutatrici sia di assegnazione sia di consuntivo che dovranno essere diverse. Infine, sarà necessario pubblicare sullo stesso sito PortIN le valutazioni dei singoli progetti ed i relativi verbali dei lavori delle commissioni. Nel caso di progetti con durata superiore ai tre anni, sarà utile prevedere anche una valutazione in itinere (per es., dopo 2-3 anni dall’inizio) del progresso e/o di deviazioni significative dal progetto originale.

3. Albo di Esperti. Sarà opportuno creare, con criteri prestabiliti di competenza scientifica internazionalmente riconosciuta, un albo di esperti che preveda anche la presenza di stranieri, per la valutazione delle proposte progettuali con un meccanismo di revisione paritaria (peer review). Sempre in linea con modelli di altre agenzie internazionali per la ricerca, ogni settore disciplinare presente nell’albo dovrà essere suddiviso in sotto-settori per consentire di rappresentare anche aree di ricerca che, seppure minoritarie, hanno un ruolo cruciale nel campo della conoscenza di base e della diffusione del sapere. La presenza di ogni revisore nell’albo dovrà avere un limite temporale (5 anni) e pertanto l’albo dovrà essere continuativamente rinnovato. Ciascun commissario dovrà essere individuato attraverso estrazione a sorte dall’albo e non potrà far parte di più di una commissione all’interno del medesimo bando né potrà essere nominato in successive commissioni di valutazione, se non dopo almeno 2 anni di inattività. 

4. Partecipazione ai bandi. La partecipazione ai bandi dovrà essere garantita a ciascun ricercatore e non dovrà prevedere un contingentamento di Ente/Istituzione nel numero di progetti presentabili. Negli ultimi anni in particolare abbiamo assistito spesso alla formazione di cordate per la partecipazione a bandi regionali o nazionali che hanno reso difficile, quando non impossibile, la partecipazione di ricercatori giovani e/o al di fuori di network già consolidati, arrecando così un grave danno potenziale per il rinnovamento delle idee e dei protagonisti della ricerca scientifica in costante evoluzione.

Anlaids Lazio e PTS insieme – webinar con gli Esperti

Anlaids Lazio e PTS insieme per una serie di webinar con gli Esperti per approfondire i temi meno conosciuti e più specifici delle Pandemie da Sars-Cv-2 e HIV.

Si comincia oggi con l’infettivologo Francesco Maria Di Campli (socio PTS)
Introducono il dott. Massimo Ghenzer – presidente Anlaids Lazio – e il prof. Guido Poli – Presidente PTS.
ore 17:30 in diretta su Zoom, disponibile anche su Facebook e Youtube.

Per info e prenotazioni: segreteria@anlaidslazio.it
Le iscrizioni su Zoom sono possibili fino ad esaurimento degli accessi disponibili.

Nelle prossime settimane interverrano i nostri Andrea Antinori, Guido Poli, Andrea Grignolio ed Elisa Vincenzi.
Negli altri incontri ci saranno poi scienziati di grande caratura come Stefano Vella, Massimo Galli e Giorgio Palù.

Buona visione!

ANCHE IL “NON FARE” FA

Le 200.000 dosi di vaccino Astrazeneca sospese non sono a costo zero

Il Patto Trasversale per la Scienza e l’Associazione Biotecnologi Italiani criticano la scelta governativa di aver sospeso la somministrazione del vaccino AstraZeneca in assenza di chiare evidenze scientifiche. Serve più trasparenza nelle motivazioni di scelte così drastiche che rischiano di avere un forte impatto sulla fiducia delle persone nei vaccini e sul successo della più grande campagna di vaccinazione di massa della nostra storia recente. Siamo in mezzo ad una strada e un TIR che ci sta venendo contro rapidamente. Stiamo per spostarci, ma notiamo in lontananza un piccolo movimento e di colpo ci fermiamo “per precauzione”. L’esito sappiamo già qual è. Lo immaginiamo benissimo. Ecco, oggi ci troviamo nella stessa situazione.

La sospensione delle somministrazioni del vaccino di AstraZeneca, con la terza ondata epidemica in pieno svolgimento, è equivalente a restare in mezzo alla strada mentre un TIR ci viene addosso, può causare molti più danni di quelli che si cercano di evitare con la sospensione. Spesso si pensa che “nel dubbio” sia meglio fermare tutto, e che questa sia sempre la scelta più sicura. Qual è però oggi il vero rischio? Con 300-500 morti per COVID-19 al giorno, senza contare il sovraccarico dei ricoveri ospedalieri e delle terapie intensive, il vero rischio è proprio il fermarsi, soprattutto senza un più che valido motivo e, nel farlo, incrinare la fiducia consolidata in questi primi mesi di vaccinazione, proprio nel momento in cui la si sta estendendo a tutta la popolazione.

La realtà è che ogni giorno in Italia per COVID muore un numero di persone equivalente a 4 aerei passeggeri. Quattro aerei pieni di Matteo, Antonio, Maria, Rosa, Emanuela, Franco… che, non vaccinandosi oggi, non saranno protetti dal virus e che, se colpiti, non riusciranno a superarlo. Per non parlare di tutte le altre persone colpite da forme più o meno gravi che, pur guarendo, soffriranno di strascichi importanti per molti mesi. Sia chiaro: è fondamentale la vigilanza, verificare ogni segno che evidenzi anomalie (contaminazioni di lotti, eventi avversi non rilevati durante le fasi sperimentali, ecc.), ma se le evidenze statistiche – come in questo caso – indicano che si è ampiamente all’interno dei numeri attesi (siano questi gli effetti avversi o i decessi per patologie anche rare), sospendere la profilassi vaccinale non ha l’effetto di aumentare la sicurezza, bensì, al contrario, di aumentare il rischio collettivo che ci assumiamo.

Prendiamo, ad esempio, la rara trombosi del seno venoso cerebrale alla base della decisione tedesca di sospendere la vaccinazione. La decisione è stata presa dopo che in Germania si erano registrati 7 eventi (di cui 6 in giovani donne). Sulla base di quanto è stato reso fin qui noto, questi 7 (sette) eventi si sono verificati dopo la somministrazione di 1.700.000 dosi di vaccino, nell’arco temporale di due mesi. Questo equivale a poco meno di 25 eventi per milione di dosi per anno. Questo numero è del tutto in linea con quanto osservato nella popolazione generale, in particolare femminile, sulla base dei dati disponibili nella letteratura scientifica (ca. 28 casi/anno/milione di donne)*.

Analogamente, anche in Inghilterra, la nazione col maggior numero di vaccinati con il vaccino AstraZeneca, circa 11 milioni di persone, non si è osservato un eccesso statistico di eventi tromboembolici cerebrali. Alla luce dei dati disponibili quindi non c’è alcuna ragione scientifica a supporto dell’adozione di un mal interpretato “Principio di Precauzione” (che mette sempre sul piatto della bilancia rischi e benefici), come peraltro ha ben sottolineato l’Agenzia Europea per il Farmaco (EMA) in tutti questi giorni. Per contro, l’interruzione della somministrazione crea situazioni di rischio ancor più elevato (come già avvenuto ad esempio rinviando l’uso delle mascherine nelle RSA per paure altrettanto infondate).La decisione di sospendere, anche solo per alcuni giorni, la somministrazione del vaccino AstraZeneca inoltre, soprattutto se amplificata da una comunicazione allarmistica, confusa e contraddittoria aumenterà l’esitazione vaccinale e la sfiducia nei confronti dei vaccini e della scienza in generale. Questo perché, purtroppo, la nostra mente, in questi casi non ci aiuta a valutare correttamente i rischi. Infatti:

1. ci porta ad avere paura dei rischi sbagliati (il vaccino invece del virus; l’aereo invece dell’automobile; lo screening invece del tumore);

2. ci fa ingenuamente pensare che “stare fermi e non fare niente” sia “più sicuro” che fare qualcosa di attivo (anche se siamo di fatto in mezzo ad una strada e ci stanno per investire);

3. ci fa pensare che la prevenzione sia solo un fastidio (come per le cinture di sicurezza, che però in caso di incidente ci possono salvare letteralmente la vita);

4. costruisce relazioni di causa effetto inesistenti (“Post Hoc Propter Hoc”: ieri un gatto nero mi ha attraversato la strada, ecco perché oggi ho preso la multa);

5. ci fa focalizzare su eventi negativi, anche se rari, perché ci colpiscono emotivamente, a maggior ragione se vengono amplificati dai media e dalle reti sociali in cui siamo immersi;

6. ci porta a sentirci meno turbati da un evento, seppur grave, che si ripete da tempo (i 500 morti al giorno di oggi per COVID, a marzo 2020 ci angosciavano, mentre ora ci sembrano solo fredda statistica), rispetto a qualcosa di nuovo con cui non abbiamo ancora familiarità come il vaccino (che anche se ha effetti avversi gravi limitatissimi, nell’ordine dello “zero virgola zero”, ci crea più “allarme” di 500 morti al giorno solo perché è qualcosa di nuovo).

E’ per questo che i decisori politici, scientifici e anche logistici devono avere ben presente questi “rischi della mente”, perché possono diventare “rischi per la vita”, specie in una situazione emergenziale collettiva. Davanti a dati evidenti sulla sicurezza vaccinale dopo milioni di dosi somministrate, e ribaditi ancora ieri dall’EMA, il “non fare” solo per assecondare paure infondate è molto pericoloso. a questa emergenza usciremo anche e soprattutto quando saremo in grado di elaborare una comunicazione chiara, forte e coerente basata su dati oggettivi e trasparenti.

L’ansia collettiva è parte del problema non della soluzione, non va né coltivata né cavalcata.Ora abbiamo due urgenze da affrontare subito: (1) recuperare il prima possibile le 200.000 vaccinazioni mancate di questi giorni, ma soprattutto (2) recuperare la fiducia delle persone messa in crisi da una decisione e da una comunicazione autolesionista davvero difficile da capire.

Stare fermi, in una pandemia, uccide. Torniamo a correre, per tornare a vivere.

  • La decisione è stata presa sulla spinta dei 7 (sette) eventi si sono verificati negli ultimi 2 mesi in Germania su 1.700.000 dosi di vaccino somministrate. Rapportato su base annuale, il dato equivale a poco meno di 25 eventi per milione di dosi per anno.Tutta la letteratura recente, a partire da uno studio realizzato in Olanda e uno in Australia, indica l’incidenza di questa malattia fra 13.2 eventi per milione per anno (CI 95% 10.6-16.1, Olanda) e 15.7 (CI 95% 12.9-19.0, Australia). È facile verificare come, su numeri così piccoli e popolazioni così ampie, le differenze osservate con quanto visto in Germania non siano significative (per i tecnici, lo Z-score per le differenze fra le proporzioni è pari a -1.4056, p pari a 0.15854). Oltretutto, per quanto riguarda lo studio olandese, si è osservato che per le donne fra 31 e 50 anni di età, l’incidenza è pari a 27.8 per milione per anno (con un intervallo di confidenza del 95% tra 19.8–38.2), del tutto in linea con i numeri osservati in Germania e con la distribuzione fra i sessi nota.