Anlaids Lazio e PTS insieme – webinar con gli Esperti

Anlaids Lazio e PTS insieme per una serie di webinar con gli Esperti per approfondire i temi meno conosciuti e più specifici delle Pandemie da Sars-Cv-2 e HIV.

Si comincia oggi con l’infettivologo Francesco Maria Di Campli (socio PTS)
Introducono il dott. Massimo Ghenzer – presidente Anlaids Lazio – e il prof. Guido Poli – Presidente PTS.
ore 17:30 in diretta su Zoom, disponibile anche su Facebook e Youtube.

Per info e prenotazioni: segreteria@anlaidslazio.it
Le iscrizioni su Zoom sono possibili fino ad esaurimento degli accessi disponibili.

Nelle prossime settimane interverrano i nostri Andrea Antinori, Guido Poli, Andrea Grignolio ed Elisa Vincenzi.
Negli altri incontri ci saranno poi scienziati di grande caratura come Stefano Vella, Massimo Galli e Giorgio Palù.

Buona visione!

Separare le gestioni dei finanziamenti pubblici per l’emergenza pandemica e dei fondi per la ricerca scientifica correlata

Abbiamo letto in questi giorni un interessante dialogo sulla stampa nazionale tra Luciano Capone ed Enrico Bucci, da un lato, e Domenico Arcuri, Commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19”, nonché Amministratore Delegato di Invitalia S.p.A. (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A.), coadiuvato da Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’IRCCS “L. Spallanzani” (unico IRCCS italiano dedicato interamente alle malattie infettive), Nicola Magrini, Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), e Antonella Folgori (Presidente, ReiThera).

Il dialogo ha riguardato il significativo investimento (81 milioni di €) di Invitalia SpA in ReiThera, piccola biotech italiana consorziata con due aziende europee, una in Belgio e l’altra in Germania, per lo sviluppo e la produzione di un vaccino anti-COVID-19 basato sulla tecnologia dei vettori adenovirali, una strategia simile a quella adottata per vaccini che hanno ottenuto già la licenza d’uso condizionata in Italia, come nel caso di Astra-Zeneca/Oxford.

Sebbene condividiamo in toto le perplessità tecniche sul progetto specifico del vaccino sperimentale di ReiThera, ben evidenziate da Enrico Bucci e riprese indipendentemente da Antonella Viola, entrambi membri del Consiglio Direttivo del PTS, qui desideriamo focalizzarci su un aspetto più generale della vicenda.

Innanzitutto, secondo quanto già emerso dalla stampa, e largamente anticipato il 16/11/2020 da un servizio di “Report”, parrebbe essere stato messo in atto in questo caso un meccanismo facilitato da conoscenze personali che hanno anche apparentemente coinvolto in un ruolo attivo diverse figure istituzionali per facilitare un finanziamento diretto a ReiThera in assenza di qualsiasi procedura pubblica e trasparente sul processo adottato. Al riguardo, il Dr. Magrini (AIFA) in occasione della conferenza stampa del 5 gennaio 2021 ha parlato di una “serie di facili e snelli rapporti personali tra molte delle persone individuate e anche la collaborazione con la struttura commissariale”.

Al riguardo, desideriamo sottolineare che ogni investimento in ricerca e sviluppo di denaro pubblico, anche se in taluni e ben determinati casi siano adottati criteri “top-down” per aumentare l’efficienza e la velocità del processo, debba avvenire nella totale trasparenza sulla procedura di assegnazione, sulle ragioni per l’identificazione dei possibili soggetti finanziati e sulla valutazione scientifica e tecnico-finanziaria, prima, durante e dopo l’investimento. Ciò perché, sebbene spetti alla politica assumersi la responsabilità delle scelte implicanti finanziamenti pubblici, queste non possono essere adottate in deroga alla responsabilità che ne deriva di fronte al cittadino, e tale principio vale in particolare nel caso del finanziamento erogato da Invitalia a ReiThera soprattutto per le implicazioni che il finanziamento pubblico del progetto dovrebbe avere sulla salute pubblica dell’intero Paese.

Delle due l’una: o un processo che, partendo dalla comunità civile – ristretta, in questo caso per competenza, alla comunità scientifica – porti in via condivisa ad identificare cosa debba essere finanziato e perché (criterio “bottom up”), oppure, se la politica si assume la responsabilità di questa selezione, tutto il processo dev’essere completamente aperto, trasparente e scrutinabile perché la comunità scientifica, in rappresentanza della comunità civile, possa giudicare la bontà e la legittimità della scelta. In altre parole, non è ammissibile che si prendano decisioni definite “strategiche”, e quindi di competenza della politica, senza rendere il processo decisionale accessibile allo scrutinio pubblico.

In secondo luogo, il PTS stigmatizza la confusione dei ruoli e delle funzioni che il “caso Reithera” ha portato alla luce. Non è accettabile che una singola persona assommi a sé, quale A.D., la decisione di investire i finanziamenti di Invitalia in un’azienda che ha in sviluppo un candidato vaccino per poi valutare l’acquisto e fornitura dello stesso vaccino per lo stato nella veste di Commissario per l’emergenza COVID-19. Inoltre, non è accettabile che i vertici di AIFA siano coinvolti nella presentazione di dati preliminari assieme al management dell’azienda che li ha prodotti, invece di astenersi da dichiarazioni che non siano quelle conseguenti alla richiesta di un parere ufficiale di AIFA al momento opportuno e da rilasciarsi secondo i canali previsti. A titolo di esempio, negli Stati Uniti è prassi standard che il denaro pubblico venga utilizzato per sostenere progetti di ricerca senza garanzia di successo, ma che sono ritenuti cruciali per il paese. Ma questo avviene mediante procedimenti trasparenti e basati sulle evidenze (nello specifico, “Warp Speed” e “RaDex” sono stati valutati col meccanismo delle “study sections” e le persone deputate alla decisione sono scienziati senza conflitti di interessi diretti, come nel caso di Anthony S. Fauci e di altri e non imprenditori).

In terzo luogo, il PTS chiede la condivisione con la comunità scientifica di tutti i dati sperimentali inerenti al finanziamento pubblico del progetto Reithera (come di ogni altro progetto finanziato con denaro pubblico) per poter valutare sia la reale consistenza dei risultati della ricerca sia la congruità dell’investimento pubblico su di essa.

Per concludere, ci preme sottolineare con forza che la situazione emergenziale determinata dalla pandemia in corso anche nel nostro paese non può e non deve essere una scorciatoia per ingenti investimenti di denaro pubblico in attività di ricerca e sviluppo che, per loro natura, non possono essere gestiti se non attraverso procedure pubbliche e trasparenti. Sicuramente è auspicabile che finanziamenti alla ricerca direttamente collegata alla pandemia in corso (ed “il caso ReiThera” vi rientra a pieno titolo) beneficino di processi decisionali rapidi, trasparenti e super partes, incluso, a titolo di esempio, la possibile costituzione di “hub” per il coordinamento di attività di ricerca specifiche basati su riconosciute competenze ed esistenti infrastrutture, ma sempre in un quadro di trasparenza e accessibilità a bandi di finanziamento da parte di tutti i soggetti qualificati nonché di accesso alle informazioni da parte di tutte le parti interessate alla verifica di trasparenza, obiettività e appropriatezza.

Il PTS auspica quindi che sia i risultati delle ricerche che quelli relativi alla valutazione di ogni progetto finanziato con denaro pubblico siano immediatamente messi a disposizione della comunità scientifica, secondo il più volte richiamato principio di “open data”.

Il PTS chiede infine al Governo un immediato intervento finalizzato alla netta separazione di responsabilità nelle gestione del finanziamento degli aspetti emergenziali (tra cui, per esempio, la riconversione di siti nazionali di produzione vaccinale per incrementare la disponibilità di vaccini che abbiano già completato la fase III di sperimentazione clinica e ottenuto una licenza d’utilizzo da parte di EMA e AIFA) dai compiti di selezione e investimento legati alla ricerca e sviluppo per fronteggiare la pandemia, attività da considerarsi entrambe strategiche per il Paese.

MONOCLONALI ANTI-COVID-19

IL PTS APPROVA LA PARTECIPAZIONE DELL’ITALIA ALLA SPERIMENTAZIONE CLINICA

Il 15 gennaio 2021, Giorgio Palù, Presidente dell’AIFA, ha comunicato che: “anche l’Italia partirà con un progetto ricerca sugli anticorpi monoclonali, di Eli Lilly e Regeneron, quelli con cui è stato curato Trump…il cda Aifa ha approvato la ricerca. Sono terapia, non sono prevenzione.”

Oltre 341.000 pazienti con sintomi lievi/moderati risultano essere stati trattati negli USA al 5 gennaio 2021 con bamlavinimab (https://www.phe.gov/emergency/events/COVID19/investigation-MCM/Bamlanivimab/Pages/allocation.aspx), l’anticorpo monoclonale della Eli Lilly allo scopo di prevenirne l’aggravamento clinico e l’ospedalizzazione.

Il Patto Trasversale per la Scienza sottolinea l’importanza che anche l’Italia partecipi a studi clinici finalizzati a verificare la potenziale efficacia di questi monoclonali, come di eventuali altri farmaci sperimentali, per individuare una terapia specifica ed efficace contro l’infezione da SARS-CoV-2 e la sua evoluzione clinica in COVID-19.

UNDICI DOMANDE SUI VACCINI PER COVID-19

e undici risposte del gruppo “malattie infettive, vaccini e terapie avanzate” del PTS

Il documento che condividiamo con Voi è dato dalle risposte che la Scienza può dare oggi alle più comuni domande sulle future vaccinazioni contro la covid-19.
E’ il primo lavoro del neonato Gruppo Operativo “Malattie Infettive, Vaccini e Terapie avanzate”, nato dall’unione del gruppo HIV e di quello Vaccin
i, coordinato da Antonella Viola

Come è possibile che il vaccino sia sicuro se è stato prodotto in tempi così rapidi?

Le ragioni sono molte. Prima di tutto c’è un tema di risorse: maggiori le risorse più rapidi i tempi. Nel caso di questa emergenza mondiale, le risorse investite sono state ingenti. Non va poi dimenticato che siamo in piena pandemia e questo facilita la ricerca perché non bisogna aspettare anni per avere un certo numero di infezioni spontanee; validare un vaccino per un virus poco diffuso richiede tempi lunghi per la rarità dell’infezione. Nel caso di una pandemia, purtroppo ci sono molte persone che si infettano e quindi i tempi sono molto brevi. Altra ragione: gli approcci utilizzati per i nuovi vaccini, che consentono tempi di produzione estremamente rapidi, sono noti da anni e già ampiamente sperimentati nei laboratori. Infine, si è optato per un processo di “rolling review” cioè di analisi dei dati in tempo reale, senza aspettare la conclusione degli studi. Quindi c’è stato un drastico tagli dei tempi morti.

Ho sentito che si tratta di un vaccino genetico: modificherà il mio DNA? E che effetti collaterali avrà?

I due vaccini in attesa di autorizzazione, quello di Pfizer e Moderna, sono costituiti di una molecola di RNA messaggero (mRNA), avvolta in un guscio di lipidi. L’mRNA – una sequenza di lettere che ci permette di produrre la proteina Spike, la chiave utilizzata dal virus per entrare nel nostro corpo – non entra nel nucleo delle nostre cellule e quindi non può in alcun modo modificare il nostro DNA. Inoltre, esso viene rapidamente degradato e quindi la sua azione è di brevissima durata. La proteina Spike sarà riconosciuta come estranea dal sistema immunitario che, a sua volta, produrrà anticorpi neutralizzanti in grado di bloccare il coronavirus.

Per quanto riguarda gli effetti collaterali, gli studi di fase 2/3 della Pfizer hanno identificato le reazioni avverse causate dalla somministrazione del vaccino, confrontandole con quella del placebo.

Queste le reazioni più comuni con la percentuale di soggetti coinvolti (per i numeri precisi e l’elenco completo sono disponibili i dati pubblicati). I dati si riferiscono a pazienti tra 18 e 55 anni. Nei pazienti over 55, i sintomi sono più lievi.

– Dolore nel sito di iniezione: lieve 70%; moderato 16%; severo 0,3%;

– Febbre (da 38°C): 3,7% alla prima dose e 15,8 % alla seconda dose;

– Mal di testa: severo 3% alla seconda dose.

– Dolori muscolari: 2% alla seconda dose.

Ci sono stati poi casi singoli di infiammazione temporanea del nervo facciale, linfoadenopatia e danno alla spalla che potrebbero anche essere associati alla vaccinazione ma non è dimostrato che sia così. In tutti i casi, effetti temporanei. Non ci sono ragioni di immaginare effetti che si manifestino a distanza di mesi o anni, anche se il monitoraggio dei soggetti vaccinati continuerà nel tempo.

Durante le sperimentazioni non sono state riscontrate reazioni allergiche. Tuttavia, nel corso della vaccinazione nel Regno Unito, due pazienti con storia di anafilassi (grave reazione allergica che coinvolge tutto il corpo) hanno sviluppato una forte reazione allergica al vaccino. Normalmente, in risposta ai vaccini comuni, questo tipo di reazioni sono possibili ma molto rare. Per il momento quindi si continua a vaccinare ma si escludono i soggetti che hanno avuto in passato episodi di anafilassi (reazioni allergiche molto gravi ai farmaci).

E per quanto riguarda la sua composizione? Cosa c’è dentro oltre all’RNA messaggero?

Il vaccino ha una composizione molto semplice: mRNA, lipidi (grassi), sali, saccarosio e acqua. Nello specifico, ecco la lista di ingredienti.

mRNA: altamente puro e prodotto in provetta senza l’uso di cellule.

Lipidi: (4-hydroxybutyl)azanediyl)bis(hexane-6,1-diyl)bis(2- hexyldecanoate), 2-[(polyethylene glycol)-2000]-N,N-ditetradecylacetamide, 1,2-distearoyl-sn- glycero-3-phosphocholine e colesterolo: sono grassi che costituiscono l’involucro necessario a inviare l’mRNA nelle nostre cellule.

Sali: cloruro di potassio, cloruro di sodio, diidrogeno fosfato di potassio, sodio fosfato bibasico diidrato

Saccarosio: zucchero

Acqua

Tra questi ingredienti è possibile che il PEG (2-[(polyethylene glycol)-2000]-N,N-ditetradecylacetamide) sia responsabile delle reazioni allergiche riscontrate nei due soggetti vaccinati in UK, anche se non lo sappiamo con certezza.

Quanto durerà la protezione data dal vaccino? Dovremo ripeterlo ogni anno?

Non lo sappiamo, per avere queste risposte bisognerà aspettare.

Chi ha avuto la COVID-19 si dovrà vaccinare? Sarà il caso di fare un dosaggio degli anticorpi?

Ad oggi non sappiamo quanto duri la protezione del sistema immunitario dopo l’infezione da SARS-CoV-2, ed è probabile che non ci sia una risposta univoca, ma che vari da persona a persona. Sappiamo che gli anticorpi protettivi scompaiono nel giro di pochi mesi e che, in alcuni casi, non si sviluppano affatto. E sappiamo anche che esistono casi di seconde infezioni. Per tutti questi motivi, è bene continuare ad essere attenti anche dopo aver superato l’infezione ed è consigliabile fare la vaccinazione. Non sarà necessario fare un dosaggio degli anticorpi: se anche abbiamo anticorpi in circolo non succede nulla in seguito alla vaccinazione, sarà come fare un richiamo (un po’ come per l’antitetanica per esempio, o come il vaccino HPV nelle donne che sono già entrate in contatto col virus).

Pur con queste informazioni, probabilmente, nelle fasi iniziali della campagna vaccinale, chi è già stato infettato (ed appartiene ai gruppi a maggior rischio da cui iniziare) non verrà vaccinato.  E’ possibile che sia meno urgente vaccinare chi gode del periodo di immunità, pur se breve e non totale, e che quindi sia ritenuto più utile destinare le dosi di vaccino a chi è completamente senza alcuna protezione.

Soffro di una malattia autoimmune e non mi sono mai vaccinato contro l’influenza: potrò vaccinarmi contro la COVID-19?

Questa domanda, che ricevo almeno 5 volte al giorno, mi spiazza sempre. Perché ai pazienti con malattie autoimmuni, spesso controllate o senza sintomi da anni, non si consiglia la vaccinazione antiinfluenzale andando contro le attuali linee guida (EULAR 2019)? La vaccinazione con virus inattivati è consigliata anche ai soggetti affetti da malattie autoimmuni. Per quanto riguarda il nuovo vaccino Pfizer, non sappiamo nulla del suo effetto su questa categoria di pazienti. Quello che però sappiamo è che le infezioni sono una causa importante di malattie autoimmuni.

Il vaccino sarà disponibile per bambini e adolescenti?

Per ora no. Non ci sono sperimentazioni effettuate e concluse su questi gruppi di popolazione. Prima si procederà con l’approvazione dei vaccini negli adulti e poi si inizierà a valutarne efficacia e sicurezza nella popolazione pediatrica. Difficilmente avremo dei risultati prima dell’estate. 

Le donne in gravidanza potranno vaccinarsi?

In questa prima fase no. Nessuna delle tre aziende in dirittura di arrivo per fornire vaccini contro il nuovo coronavirus ha arruolato donne in gravidanza negli studi clinici. Vedremo in futuro se ci saranno studi, per questi o altri vaccini, che prenderanno in considerazione la gravidanza.

Quali sono le differenze tra i vari vaccini in fase 3?

I vaccini in fase 3 avanzata sono 10, di cui 4 basati su Adenovirus, 2 su mRNA, 3 su virus inattivato ed 1 su componente virale (proteina Spike)

– Vaccini con Adenovirus:

1) CanSino Biologics – in collaborazione con l’Istituto di Biologia dell’Accademia delle Scienze Mediche Militari della Cina – basato su adenovirus Ad5. Vaccino approvato in Cina per uso limitato.

2) Gamaleya Research Institute, parte del Ministero della Salute russo. È una combinazione di due adenovirus, Ad5 e Ad26. Vaccino chiamato Sputnik e già in uso in Russia.

3) Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston in collaborazione con Johnson & Johnson basato su Adenovirus 26(Ad26).

4) AstraZeneca con l’Università di Oxford basato su un adenovirus degli scimpanzé chiamato ChAdOx1.

-Vaccini con mRNA:

1)MODERNA, azienda americana (Cambridge, Massachusetts) in collaborazione con il National Institutes of Health (finanziamenti del governo USA).

2)BioNTech, azienda tedesca in collaborazione con Pfizer (USA) e FosunPharma (cinese). Approvato in UK.

-Vaccini con virus inattivato:

1)Sinovac Biotech (azienda privata cinese) ha realizzato un vaccino con virus inattivato cresciuto su cellule VERO. Approvato in Cina per uso limitato.

2)Sinopharm (azienda statale cinese) ha prodotto 2 vaccini basati su virus inattivato: uno realizzato da Wuhan Institute of Biological Products ed uno realizzato da Beijing Institute of Biological Products.. Vaccino approvato in Cina per uso limitato.

– Vaccino con proteina spike ricombinante:

NOVAVAX.

Proteina Spike inserita in nanoparticelle, con adiuvante.

Potrò scegliere quale vaccino utilizzare?

In linea di massima no. Come per altre campagne vaccinali, il vaccino finale fornito al cittadino è scelto in base alle forniture decise dalle indicazioni su base nazionale. Peraltro, in questa prima fase, il vaccino che arriverà in Italia, è solo uno (Pfizer-BioNTech). Varie fasce della popolazione saranno vaccinate solo quando saranno approvati anche altri vaccini al momento in sperimentazione.

Se le vaccinazioni inizieranno a gennaio, potremo fare a meno di mascherina e distanziamento?

Per adesso no. In questa prima fase, se il vaccino arriverà davvero a gennaio, saranno vaccinati gli operatori sanitari. Poi si passerà alle persone che vivono e lavorano nelle RSA. Solo in seguito si procederà in base a età (dai più anziani in giù) e rischio per patologie croniche. Ma prima che ci sia una buona copertura vaccinale serviranno ancora molti mesi.


 

Sperimentazione animale: lettere dei ricercatori PTS su La Stampa

“Riportiamo le lettere di scienziati e ricercatori del PTS pubblicate da La Stampa di data 13 dicembre 2020 in risposta agli articoli sulla Sperimentazione Animale dei giorni precedenti”

Gentile Direttore, 

le scrivo sia come storico della medicina (Università Vita-Salute S. Raffaele) sia come ex collaboratore de La Stampa (ho lavorato per 3 anni soprattutto per TuttoScienze, questo è il libro che ne è emerso, edito da La Stampa) a proposito della lettera odierna di G. Felicetti (“Salviamo gli animali dalla sperimentazione”) che lei ha voluto ospitare sul suo quotidiano. Vorrei sottoporle alcune riflessioni che mirano ad argomentare perché in certi, pochi, alcuni casi un direttore possa anche rifiutare di dar voce a una opinione senza infrangere alcuna libertà o deontologia. 

Un errore logico studiato e documentato come ricorrente nel giornalismo (anche italiano) quando tratta di aspetti scientifici riguarda la cosiddetta par condicio scientifica. Si tratta di un termine che nella letteratura definisce il forzato bilanciamento dell’informazione (information balance), cioè la scorretta parità di condizioni sul piano della visibilità mediatica e politica assicurata a una teoria ritenuta “controversa”, circostanza che negli ultimi decenni – soprattutto nel nostro paese – ha messo a serio rischio la credibilità delle istituzioni sanitarie italiane.  

In particolare, quando nasce un dibattito scientifico – si pensi non solo alla sperimentazione animale ma anche al cambiamento climatico, all’evoluzionismo o al rapporto tra autismo e vaccini – la politica e i mezzi di informazione tendono ad “ascoltare entrambe le campane”. Tale scenario, pensiamo alle teorie degli antivaccinisti o alle cure “alternative” al cancro, prevede da una parte la comunità di esperti (l’ampia maggioranza se non la totalità degli esperti che si confrontano su dati) e dall’altra comitati e associazioni di parenti dei malati, magari qualche sparuto ricercatore, ma anche cantanti e vip e, com’è ovvio, i diretti interessati: cioè gli inventori della terapia alternativa, privi di prove scientificamente validate ma, in totale conflitto di interesse, ricchi di cure miracolose (spesso) da commercializzare. Stamina è ormai un caso-scuola, che il suo giornale, ai tempi del Direttore Mario Calabresi, fu l’unico (insieme al Sole24ore) a trattare con il metodo e il rigore della scienza sin dal primo giorno, senza mai piegarsi ad alcun (falso) racconto di una realtà (di cura) inesistente. 

Invece, spesso, alimentato da quei mezzi di informazione in cerca di divisione e conflitto, il dibattito cresce, l’opinione pubblica si divide tra chi è pro e chi è contro, e la politica viene chiamata a prendere una decisione, talvolta istituendo commissioni d’indagine. A questo punto, in genere, la logica tracolla e il sistema Paese si incaglia sulle secche della demagogia e dell’irrazionalità. Politica e media, con qualche significativa eccezione, anziché avvalersi ai chili di prove degli esperti della materia cercano e danno spazio a quell’unico strano personaggio o anche ricercatore (dall’altra parte ce ne sono sempre centomila) che è voce fuori dal coro, che non ha prove ma tante parole, ed ecco che cominciano a preoccuparsi della imparzialità o dell’equo bilanciamento delle informazioni che presentano. Il che riecheggia la lettera sulla sperimentazione animale da lei pubblicata su La Stampa. E scatta il noto inganno cognitivo della par condicio, del falso bilanciamento (false balance), del considerare l’informazione (sulla scienza) lo spazio per le opinioni di tutti.  Un fenomeno ben noto e studiato, un tipico bias cognitivo di giornalisti e testate giornalistiche che vediamo spesso in Italia e che emerge quando si presentano punti di vista opposti come uguali – di pari valore, quando invece solo uno è basato su prove scientifiche.  

Se al posto di una terapia o della sperimentazione animale si sceglie il caso del sistema solare il paradosso diventa subito chiaro. Immaginiamo che esca la notizia che un ricercatore ha trovato un metodo innovativo che proverebbe che è il Sole a girare intorno alla Terra, e non viceversa, come vuole invece farci credere la scienza accreditata dalle prove. In fondo – è la tesi della teoria alternativa – l’intuizione dell’uomo e i suoi sentimenti, che si basano sulla diretta osservazione e il buon senso, gli hanno suggerito per millenni che sia il Sole a girare intorno alla Terra. Cosa facciamo in questo caso? Pubblichiamo sui quotidiani articoli che presentano una prospettiva scorretta, perché basata sulle due opinioni a confronto?   

La par condicio non esiste nella scienza: le prove dimostrano che la Terra è sferica e che al centro del nostro sistema planetario c’è il Sole. Si tratta di una teoria corroborata da fatti ripetuti e ripetibili; e dunque chi ritiene che il vaccino trivalente MPR causi l’autismo, chi immagina che vi siano eccipienti o metalli tossici che conducono a malattie neurologiche e chi sospetta che i vaccini combinati come il trivalente o l’esavalente stabiliti dal calendario vaccinale indeboliscano il sistema immunitario, facilitando lo sviluppo di malattie autoimmuni o il cancro, deve dimostrarlo con i fatti e non con opinioni o esperienze personali.  

L’obbligo di basarsi sui fatti dimostrati è forse ciò che più distingue la scienza dalle discipline umanistiche, dove le opinioni hanno importanza maggiore ed è quindi sensato invocare pari condizioni di discussione. Ma anche in questo caso senza mai derogare dalle prove, altrimenti si giunge alla situazione paradossale e inaccettabile in cui, per fare un esempio storico, la dimostrazione dell’esistenza delle camere a gas a cui aderisce il 99,99 per cento degli storici – e basata su enormi quantità di dati tra loro coerenti, e di continuo ricontrollati e aggiornati –, assume pari dignità delle manipolazioni di dati offerte da un piccolo gruppo di negazionisti in cerca di visibilità (Carlo Ginzburg, 2006). Tale idea di relativismo (posizione filosofica che nega l’esistenza di verità oggettive, considerate convenzioni arbitrarie) non è solo teoricamente scorretta, ma anche socialmente dannosa: i dati di realtà non si possono né marginalizzare né rifiutare. 

Invece è proprio alle opinioni, e allo spazio che viene dato loro dai media che ricorrono gli oppositori del metodo della scienza.   

Anche i media hanno il dovere di affrontare l’essenziale differenza tra fatto e opinione. Se è vero che i fatti scientifici hanno diversi livelli di certezza, e che le teorie scientifiche non sono prive di interpretazioni, è vero anche che nella scienza le interpretazioni non sono infinite e soprattutto non sono tutte uguali. Alcune sono vere, alcune hanno bisogno di essere testate, altre sono false e vengono scartate. Dato che le idee non sono tutte vere, non tutti hanno ragione, di conseguenza, specie nelle scelte tese al raggiungimento del bene comune che influenzano la vita politica dei cittadini (terapie mediche, vaccini ecc.), non tutte le posizioni hanno lo stesso diritto di cittadinanza. Nemmeno sulla sperimentazione animale. Chiunque, certo, è libero di esprimere la propria opinione contraria ad essa, e difendere la propria credenza, ma solo le affermazioni  suffragate da dati e prove attendibili secondo standard internazionali, possono essere prese in considerazione nel dibattito pubblico e dai decisori politici. 

Spero di averle offerto alcune argomentazioni che mi spingono a concludere che il buon giornalismo non può dare spazio a chi sostiene irrazionalmente e senza prove, che la sperimentazione animale non è necessaria o che esistono alternative efficaci (a oggi purtroppo ancora non ne esistono) allo sviluppo di terapie, comprese quelle per Covid e per i vaccini. 

Cordiali saluti 

Andrea Grignolio Corsini, Ph.D.
Medical Humanities
International MD Program/Faculty of Medicine & Surgery
Vita-Salute San Raffaele University

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Gentilissimo Direttore,
sono un docente ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze ‘Rita Levi Montalcini’ dell’Università di Torino e Le scrivo in riferimento alla lettera che LaStampa, che lei dirige, ha pubblicato oggi a firma di Gianluca Felicetti,
Presidente della LAV, richiedendo al Ministro Speranza di dare parere negativo agli emendamenti sulla Sperimentazione Animale che saranno in votazione nella Commissione Politiche Europee.
Come altri colleghi membri del gruppo Sperimentazione Animale del Patto Trasversale per la Scienza (PTS) siamo dispiaciuti che si sia data voce a chi demonizza tale fondamentale sperimentazione; è superfluo ribadire che tra l’altro siamo in un paese dove chi si occupa di questi temi cruciali per la ricerca (per esempio per lo sviluppo di vaccini) deve faticare quotidianamente per svolgere un lavoro di altissimo livello.
Ho apprezzato molto che il Suo giornale abbia pubblicato a tutta pagina la presa di posizione della Senatrice Cattaneo, e recentemente una lettera del Patto Trasversale per la Scienza (PTS) su questo stesso argomento e a favore di una correzione
di alcuni punti essenziali del D.Lgs n. 26 del 2014. Speriamo che queste correzioni
vengano approvate, perchè in caso contrario la ricerca biomedica Italiana sarebbe messa in estrema difficoltà su molti temi quali i trapianti d’organo e le tossicodipendenze, ma soprattutto le malattie infettive e neurodegenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o la malattia di Alzheimer.
Sottolineo, come saprà certamente, che la sperimentazione animale moderna è già soggetta normative procedurali estremamente stringenti soprattutto sul piano etico al fine di giustificare e minimizzare l’eventuale sofferenza nei soggetti di laboratorio. 

Limitare questa normativa poterebbe a pericolose conseguenze sulla salute e a perdere credibilità internazionale nell’ambito delle ricerche all’avanguardia sulle elencate qui sopra.
Sono, insieme a innumerevoli ricercatori, a disposizione per poter aiutare a comprendere in maniera approfondita questi temi.

La ringrazio per la Sua cortese attenzione

Andrea Calvo

Professore Associato di Neurologia
Centro Regionale Esperto per la Sclerosi Laterale Amiotrofica
Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini”
Università degli Studi di Torino
AOU Città della Salute e della Scienza di Torino

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Gentile Direttore

Leggo sempre con grande piacere e interesse il quotidiano da Lei diretto, perché riesce a mantenere equilibrio nella presentazione delle notizie.

Tengo quindi in modo particolare a rappresentarle il mio rammarico nel vedere pubblicato nella prima pagina del Suo quotidiano un articolo del rappresentante della Lega Anti Vivisezione (LAV). Una associazione, che già dal nome è facile comprendere quanto sia mistificatoria: la vivisezione non esiste da decenni in alcun Paese al mondo. Eppure questa associazione continua ad usare questo termine perché suscita sentimenti di raccapriccio nei confronti di chi la praticasse. Il solo fatto di presentarsi con quel termine mistificatorio dovrebbe tenere lontano quotidiani autorevoli e letti dal grande pubblico come il Suo.

Pubblicare poi, in prima pagina, una lettera che esprime solo opinioni, supportate da nessun fatto, mi stupisce ancora di più. Opinioni, peraltro, contrapposte e smentite dalla senatrice e collega Elena Cattaneo, appena espresse in maniera magistrale in un articolo pubblicato dal Suo giornale. Articolo che comunicava informazioni fondamentali in una società che in questo momento sta vivendo un periodo particolarmente difficile, e che valgono moltissimo in quanto il bene di tutti dipende in maniera determinante da comportamenti corretti che i media contribuiscono a diffondere.

Cosa sarebbe successo se sul contagio da HIV, i giornali avessero riportato le “opinioni” di associazioni che ritenevano inutile utilizzare adeguate protezioni? Si sarebbe fatto un pessimo servizio alla società. Oggi si pone un problema analogo. Che segnale si fornisce quando si propongono fantomatiche alternative alla sperimentazione animale in contrasto con lo stesso Ministero della Salute che correttamente dichiara che queste, allo stato attuale, non esistono? Sono affermazioni che ostacolano anche la ricerca su quei vaccini universalmente attesi e condizionano in maniera pericolosa i decisori politici. Ad oggi tutti i farmaci per curare il COVID-19 sono stati studiati e testati preliminarmente su specie animali. Non esiste una terapia se non attraverso questa sperimentazione. Di fatto, nei propri interventi la LAV non è MAI in grado di citare una sola terapia ottenuta in modo alternativo alla sperimentazione animale, ma si limita ad accusare “metodiche del secolo passato”, metodiche che, a tutt’oggi, rimangono l’unico mezzo atto a introdurre le terapie che oggi salvano la vita a tante persone.

Il pluralismo di opinioni non può prescindere da una selezione attenta, per evitare la diffusione di messaggi ingannatori e pericolosi per l’orientamento dell’opinione pubblica. Dare spazio a narrazioni come quelle apparse sulla prima pagina de La Stampa di oggi è molto pericoloso perché con l’autorevolezza del giornale dà credibilità all’idea che la sperimentazione animale sia praticata in modo crudele con conseguenze gravi per l’opinione pubblica e per i decisori politici.
Cordialmente

Micaela Morelli

Prorettore per la Ricerca
Università degli studi di Cagliari

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Gentile Direttore,

leggo con sincero dispiacere la lettera del presidente della Lega Antivivisezione – LAV – al Ministro Speranza riuguardo la sperimentazione animale che il Suo giornale ha pubblicato in prima (e 23a) pagina.

Vorrei sgombrare il campo da equivoci comuni, cui spesso si devia facendo ricorso al “falso bilanciamento” come ragione che giustifica la pubblicazione di opinioni diverse. E’ del tutto ovvio che un giornale debba essere luogo di espressione libera e di pluralismo, e che dunque un lettore debba aspettarsi di leggere articoli e interventi che non condivide. Questo non è in discussione, almeno da parte mia.

Diverso è proporre un intervento “negazionista” e “terrapiattista” come quello di Felicetti, poiché presenta come dati di fatto posizioni palesemente false, degradando ogni conoscenza scientifica consolidata e alimentando una demagogia vuota che in definitiva mette a rischio il diritto alla salute e alla ricerca di cure, influenzando il cittadino e il legislatore che non abbia voglia o strumenti per risalire ai fatti e alle fonti.

Proprio perché sono consapevole che un approccio dogmatico a ogni tema non aiuta il consolidarsi di una pubblica opinione informata e consapevole, mi permetto di segnalare di seguito alcune evidenze fattuali che l’intervento di Felicetti disconosce o altera, e che, a mio parere, meriterebbero un fact checking puntuale; questo a tutela non delle “mie” opinioni, ma del diritto dei cittadini a ricevere un’informazione che distingue fatti scientifici consolidati (quando esistono) da opinioni etiche-politiche.

Ho letto, naturalmente, l’intervento della Senatrice a Vita, prof.ssa Cattaneo, sul Suo giornale e sullo stesso tema. Ribadisco: la questione qui in gioco non è presentare una pluralità di opinioni, ma mettere alcuni punti fermi rispetto ai fatti, recepiti i quali, ciascuno è libero di formarsi l’opinione che desidera. Questo compito, alto e difficile, credo spetti a Lei, Direttore, e ai suoi colleghi. In questo spero, di aver potuto dare un contributo riportando alcuni elementi oggettivi di seguito.

Mi creda, con immutata stima

Marco Tamietto, Prof

Department of Psychology | University of Torino
Nuffield Department of Clinical Neurosciences
University of Oxford | OX1 4AU, UK

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1) “Esperimenti sui vizi dell’uomo”

Le sostanze passibili di abuso in questa categoria non sono solo le “droghe ricreative”. La ricerca sulle sostanze d’abuso infatti è resa obbligatoria per lo studio di ogni nuovo farmaco o molecola che attraversa la barriera che separa sangue e cervello (barriera ematoencefalica) al fine di determinare se questa sostanza, potenzialmente utile per il trattamento di una patologia, produce dipendenze. Esempi comuni sono le benzodiazepine, anti depressivi, ketamina ecc.

2) “Le alternative esistono già”

In una relazione inviata dal Ministero della Salute alle Camere nel luglio 2020 sullo stato dell’arte della ricerca su sostanze d’abuso e xenotrapianti, il Ministero scrive:

“pensare di  sostituire in toto il modello animale con quello non animale (…) sarebbe non solo utopistico, ma, al  momento anche non scientificamente valido; infatti, è fondamentale ricordare che, come nei  modelli in vivo, vi sono dei forti limiti applicativi legati anche all’approccio human-based che devono  essere tenuti in considerazione” (p. 17)

La normativa italiana D.Lgs 26/2014 stabilisce, art. 1 comma 2  sancisce che: “E’ consentito l’utilizzo degli animali  ai  fini  scientifici  o educativi soltanto quando, per ottenere il risultato  ricercato,  non sia  possibile  utilizzare  altro metodo o una strategia di sperimentazione scientificamente valida, ragionevolmente e praticamente applicabile che non implichi l’impiego di animali vivi”.  Questa valutazione viene svolta dall’Istituto Superiore di Sanità, o dal Consiglio Superiore di Sanità (per esperimenti che coinvolgono primati non umani, cani e gatti). Dunque, se esistessero metodi alternativi e certificati in grado di raggiungere gli obiettivi conoscitivi e di cura di un progetto sperimentale, questo, per legge, non potrebbe essere autorizzato.

3) “Continuano a essere autorizzate e finanziate ricerche su animali per ripetitive e infruttuose investigazioni”

Sempre nel D.Lgs 26/2014, art. 31, lettera e), si elencano i criteri che un progetto deve soddisfare per essere autorizzato dal Ministero della Salute, e su cui, come sopra, valuta ISS e CSS “e) effettiva  necessita’  della  ricerca  in   quanto   non costituisce una inutile duplicazione di ricerche precedenti”

4) “Esperimenti…che procurano, ogni anno, dopo atroci sofferenze, la morte…”

Ogni progetto deve essere valutato e approvato rispetto a “tutte  le  possibili  precauzioni  assunte  per  prevenire  o ridurre al minimo il  dolore,  la  sofferenza  e  il  distress  nelle procedure” (art. 31 lettera l)

5) “l’Italia ha numerosi ricercatori che lavorano nel campo dei metodo alternativi ritenendoli maggiormente predittivi”

Sul tema si è recentemente espressa all’unanimità la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) “per affermare la centralità della ricerca e della sperimentazione animale”. Si legge, tra l’altro: “La sperimentazione animale rientra tra i metodi e mezzi necessari per arrivare a terapie efficaci e sicure. L’uso di animali è infatti previsto nell’ultima fase della sperimentazione che precede le prove di farmaci e terapie sull’uomo, la così detta “ricerca preclinica” ed è indispensabile nella ricerca di base, in particolare nel campo degli studi sul cervello e le sue patologie. Allego il documento in cui, per altro, la CRUI si esprime direttamente sulla vicenda del progetto LIGHTUP che mi vede direttamente coinvolto.

6) “non rimandare i divieti previsti dal 1 gennaio 2021…darà un segnale di supporto…come fatto in altri Stati dell’EU”

Proprio lo scorretto recepimento da parte del nostro Paese delle normativa europea (Direttiva 63/2010/UE) e l’inclusione di divieti eccedenti rispetto agli altri paesi membri, ha comportato nell’Aprile 2016 l’attivazione da parte della  Commissione dell’UE della procedura di infrazione ex art. 258 TFUE nei confronti dell’Italia, e un detrimento  del diritto connesso alla ricerca scientifica rispetto agli altri Paesi membri (https://eurinfra.politichecomunitarie.it/ElencoAreaLibera.aspx)

7) “Attenzione sull’uso degli animali è sempre più alta e osteggiata”

Sull’attenzione alta e sull’atteggiamento ostruzionistico e violento di alcune associazioni animaliste, posso confermare, avendo ricevuto lettere di minaccia, una con un proiettile, epiteti quali “Menghele” e simili. Quanto alla sensibilità sul tema etico, segnalo la mozione del Comitato Nazionale per la Bioetica (Organo consultivo della Presidenza del Consiglio dei Ministri” in cui si legge (p.4): “Pertanto, come già auspicato dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, il Comitato invita il Governo a procedere rapidamente ad adeguare il decreto legislativo alla Direttiva europea 2010/63 in materia di protezione di animali a fini scientifici, al fine di rimuovere le cause di una possibile marginalizzazione del sistema di ricerca italiano, già fragile, e in modo da non tradire l’obiettivo di armonizzazione perseguito dalle nuove norme UE

Marco Tamietto, Prof

Department of Psychology | University of Torino
Nuffield Department of Clinical Neurosciences
University of Oxford | OX1 4AU, UK

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Gentile Direttore,
Sono un ricercatore all’International Centre of Genetic Engineering and Biotechnology di Trieste e la ragione per cui Le scrivo è la lettera che il Suo giornale ha pubblicato oggi a firma di Gianluca Felicetti, Presidente della LAV. In questa lettera, il Presidente della LAV rivolge la richiesta al Ministro Speranza di dare parere negativo agli emendamenti sulla Sperimentazione Animale che saranno in votazione nella Commissione Politiche Europee.
Ancora una volta, mi dispiace notare come la sperimentazione animale sia continuamente demonizzata specialmente in un paese dove la ricerca e i suoi addetti hanno sempre fatto fatica ad avere accesso alle strutture e ai finanziamenti necessari per rimanere competitivi in ambito
internazionale.
In seguito alla pubblicazione di questa lettera mi piacerebbe pertanto ribadire, a Lei e i suoi validi Collaboratori, che la sperimentazione animale è un essenziale strumento scientifico nella ricerca biomedica moderna. Non vorrei dilungarmi troppo sull’argomento anche perché il Suo giornale ha recentemente pubblicato una lettera del Patto Trasversale per la Scienza (PTS) su questo stesso argomento e a favore di una correzione di alcuni punti essenziali del D.Lgs n. 26 del 2014. Se queste correzioni non dovessero essere approvate la ricerca biomedica Italiana sarebbe messa in estrema difficoltà su molti temi quali i trapianti d’organo e le tossicodipendenze.
A questo proposito, mi piacerebbe soprattutto ripetere che la sperimentazione animale moderna è già soggetta normative procedurali estremamente stringenti soprattutto sul piano etico al fine di giustificare e minimizzare l’eventuale sofferenza nei soggetti di laboratorio. Ulteriori limitazioni a queste normative non porterebbero a nessun beneficio ma solo al rischio di perdere ricerche all’avanguardia nel panorama scientifico mondiale (un esempio lo stiamo vedendo tuttora con il Progetto LightUp di cui il Suo giornale si è occupato negli anni scorsi).
Nel mondo anglosassone, e adesso in Italia grazie soprattutto al PTS, esiste ampia documentazione a riguardo della necessità di poter accedere alla sperimentazione animale in maniera giustificata e responsabile. Ovviamente, di tutti questi argomenti sarei felicissimo di discuterne con i Suoi collaboratori nel caso Lei volesse approfondire l’argomento
La ringrazio per la Sua cortese attenzione,
Emanuele Buratti
 

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Gentile Direttore,

Le scrivo, in qualità di Neuroscienziata, Professore Ordinario di Fisiologia presso la Sapienza Università di Roma.
Leggo stamane con sorpresa e disappunto la Vostra pubblicazione della lettera di Gianluca Felicetti, Presidente della LAV, con la richiesta rivolta al Ministro Speranza di dare parere negativo agli emendamenti sulla Sperimentazione Animale che saranno in votazione nella Commissione Politiche Europee.

Sappiamo anche che è stata recentemente inviata al Suo giornale  una lettera da parte del Patto Trasversale per la Scienza indirizzata al  Presidente della Repubblica Italiana, al Presidente del Consiglio dei Ministri, ai Ministri della Salute, e dell’Università e della Ricerca, con la preghiera di porgere la loro attenzione sugli stessi emendamenti, tesi a correggere alcune punti essenziali del D.Lgs n. 26 del 2014, che se non approvati metterebbero in seria difficoltà la ricerca biomedica su temi essenziali, quali i trapianti d’organo e le tossicodipendenze.

Come scienziata che con fatica e continuo impegno opera in Italia,  dove la Ricerca Scientifica non costituisce certamente una priorità di investimento, sono addolorata e profondamente delusa nel vedere come un giornale di chiara visione laica e sicuramente non antiscientista, dia voce ad organizzazioni come la LAV, trascurando invece per la sua pubblicazione  una posizione condivisa dalla Conferenza dei Rettori Universitari, dall’Accademia dei Lincei, e da un gran numero di Società Scientifiche, come ad esempio AIRC, Fondazione Veronesi, Istituto Mario Negri, Scuola Normale Superiore.

E’ forse inutile ricordare che la LAV da anni combatte e condanna, seppure senza alcuna autorevolezza e competenza sul piano scientifico, l’operato di gran parte della comunità biomedica. Sappiamo con quale ostinazione essa da sempre discrediti valorosissimi ricercatori le cui preziose competenze sono sostenute da finanziamenti statali ed europei,  soprattutto quando essi si avvalgano della sperimentazione animale. 

Ricordiamo che a tutt’oggi la Sperimentazione Animale è ritenuto unico strumento valido di studio per l’avanzamento delle conoscenza di base dei nostri organi e sistemi, del nostro cervello, allo sviluppo di nuovi farmaci, e di nuovi vaccini (sic!). Essa è sempre stata finalizzata al miglioramento della salute e a quella degli animali stessi (si pensi alla rilevanza di tali ricerche anche in ambito veterinario).

Tali esperimenti è inutile ricordare vengono svolti da ricercatori che hanno alti livelli di formazione, atta a valutare quale sia il metodo più appropriato per raggiungere gli scopi della ricerca. Il loro operato viene valutato da organi preposti e da Comitati Etici, sempre orientati  a valutare in primis il benessere degli animali.

Ci giunge quindi con più forte sorpresa la pubblicazione del Felicetti, dove vengono affermate falsità ( “atroci sofferenze inflitte animali”, “metodi del secolo scorso” e “infruttuose investigazioni”) che gettano discredito nei confronti di chi opera con serietà e dedizione con il fine ultimo del progresso scientifico.

Considerati i tempi in cui viviamo, è bene riflettere se il valorizzare queste posizioni faccia il bene della Comunità nazionale.

Con i miei più sentiti ringraziamenti per la Sua cortese attenzione, Le invio cordiali saluti

Alexandra Battaglia Mayer
Professore Ordinario di Fisiologia
Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia
SAPIENZA – Università di Roma

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Gentile Direttore,
come scienziato e lettore abituale del giornale da Lei diretto, sono rimasto colpito e deluso della pubblicazione sulla Stampa di oggi, di un articolo della Lega Antivivisezione (LAV), contenente gravi e non veritiere affermazioni circa l’uso degli animali nella sperimentazione biomedica In Italia. 

E’ ormai qualche decennio che l’intera comunità scientifica italiana contrasta queste posizioni che, se accettate dal modo politico, costituirebbero un sicuro vulnus alla ricerca biomedica di base e translazionale in Italia, quella stessa ricerca che sta consentendo di salvare migliaia di vite e di contrastare l’attuale pandemia.

In qualità di coordinatore del Gruppo operativo sulla Sperimentazione animale del Patto Trasversale della Scienza, la pregherei di consentirci di replicare nel merito, mediante la pubblicazione su Suo giornale della lettera aperta (in allegato) che, assieme ed a nome della comunità scientifica italiana, abbiamo inviato al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Salute, ed al Ministro dell’Università e della Ricerca.

Certo che questa richiesta troverà una favorevole accoglienza, Le porgo i miei ringraziamenti ed auguri di buon lavoro.

Cordiali saluti

Roberto Caminiti

Professor of Physiology SAPIENZA University of Rome
Neuroscience and Behaviour Laboratory
Istituto Italiano di Tecnologia (IIT)

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Gentile Direttore,

Leggo con profondo sconcerto la lettera a firma Felicetti pubblicata oggi dal suo giornale.

Mi sembra incredibile che una testata autorevole come la Stampa possa dare ospitalità e risalto ad una lettera aperta al Ministro della Salute che contiene opinioni non avvalorate dai fatti. I fatti sono stati presentati in modo chiaro dallo stesso Ministero della Salute alcuni mesi fa: non esistono metodi alternativi alla sperimentazione animale sui temi discussi (sostanze di abuso). Il documento del Ministero dovrebbe essere noto al suo giornale, che mi immaginavo facesse un accurato fact checking prima di pubblicare.

Trovo peraltro che questo articolo sia particolarmente intempestivo nella contingenza attuale, in cui proprio la sperimentazione animale ha permesso di raccogliere informazioni essenziali alla comprensione dei meccanismi di malattia e allo sviluppo di vaccini contro il Sars-CoV-2.

Considerata l’attenzione che il suo giornale ha sempre posto ai temi scientifici e alle loro implicazioni, sono certo che questo sia solo un piccolo incidente di percorso.

Con i più cordiali saluti

Michele Simonato, MD

Professor of Pharmacology and Toxicology 
Department of Neuroscience and Rehabilitation
University of Ferrara
 

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Gentile Direttore,

Sono uno dei 17 vincitori italiani dell’ultima tornata di ERC Consolidator grant, annunciati mercoledì 9 Dicembre, che – fino a prova contraria – porteranno avanti il loro progetto nel nostro Paese.

Personalmente sono, credo, il terzo ricercatore italiano dal 2007 ad oggi a vincere ben 3 ERC nell’arco di 5 anni. E tutti basati sulla sperimentazione animale: macachi, in particolare.

In effetti, sono anche il responsabile degli esperimenti dell’ormai famigerato progetto LightUp, altro progetto ERC del collega Marco Tamietto dell’Università di Torino: del nostro caso spesso il Suo giornale ha correttamente parlato, della qual cosa non posso che ringraziarLa.

Detto ciò, e anzi a fronte di tutto ciò, Le scrivo non per chiedere spazi, repliche o altro, ma proprio per avere una semplice risposta, se possibile.

Scrivo per capire le ragioni che hanno spinto il Suo giornale, altrimenti a mia memoria giustamente imparziale e corretto nella presentazione dei fatti, a concedere univocamente spazio alla triste lettera di Gianluca Felicetti, pubblicata nell’edizione odierna, e non per esempio alla lettera inviata da Società Scientifiche, CRUI e le principali istituzioni universitarie e della ricerca biomedica del nostro Paese giovedì mattina al Presidente della Repubblica, al Ministro della Salute e al Presidente del Consiglio, sullo stesso tema trattato da Felicetti (e ricevuta anche dal Suo giornale).

Felicetti svilisce una Direttiva Europea che gli stessi gruppi animalisti Europei, di cui LAV fa parte, hanno contribuito a rendere ciò che, giustamente, è oggi.

Rivendica e ribadisce con orgoglio la necessità di ratificare restrizioni eccedenti a quella Direttiva che il nostro Paese ha introdotto, grazie alla stessa LAV, nel 2014, deturpando l’equilibrio della Direttiva stessa e ponendo così l’Italia di fronte all’ennesima procedura di infrazione dell’UE, iniziata nel 2016.

Si rivolge tramite le pagine del Suo giornale al Ministro Speranza, che la scorsa estate ha relazionato in Parlamento sulla mancanza di metodi alternativi ai test su sostanza d’abuso e xenotrapianti.

Produce e utilizza affermazioni vaghe e totalmente infondate, per giunta prive dell’autorevolezza che potrebbe renderle di qualche valore, per lo meno giornalistico.

Francamente, mi pare si tratti di pura, infondata propaganda ideologica.

Se posso, dunque, in virtù degli sforzi che da anni fruttuosamente mi vedono impegnato a beneficio della conoscenza e del progresso scientifico del nostro Paese quale Professore Associato di un Ateneo italiano, le chiedo semplicemente: perché?

Premettendo che questo testo potrà essere liberamente diffuso, dal mittente o dal ricevente, confido in un Suo gentile riscontro e colgo l’occasione per rivolgerLe

i miei più cordiali saluti,

Luca Bonini

Associate Professor of Psychobiology and Physiological Psychology
University of Parma, Dept of Medicine and Surgery

Lettera aperta della comunità scientifica

il PTS ha inviato insieme ad autorevoli istituzioni associazioni e università la lettera aperta promossa da R4L e dall’intera comunità scientifica

Al Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella

Al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte

Al Ministro della Salute, Roberto Speranza

Al Ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi

Egregi Signori,

ci rivolgiamo a Voi con incredulità e sgomento per la situazione in cui versa la ricerca biomedica italiana, osteggiata e minacciata da gruppi di animalisti che nei mesi scorsi hanno bloccato molti rilevanti progetti di ricerca e oggi, di fatto, i lavori parlamentari.

In questi giorni, infatti, sono stati presentati due emendamenti al disegno di legge di Bilancio per il 2021, tesi a correggere alcune storture presenti nel D.Lgs n. 26 del 2014 che, nel recepire la normativa europea in materia di utilizzo di animali per la sperimentazione, ha introdotto divieti ideologici e antiscientifici che non esistono negli altri Stati membri.

Lo scorretto recepimento ha portato il nostro Paese in procedura d’infrazione e messo i nostri ricercatori in una posizione di svantaggio rispetto ai colleghi dell’Unione europea. Si tratta dei divieti alla sperimentazione su sostanze d’abuso (droghe, alcol, ma anche semplicemente i farmaci che superano la barriera encefalica) e xenotrapianti (trapianti di organi da animali a uomo) che sono ingiustificati e dannosi per il progresso scientifico. Come detto gli emendamenti miravano a portare sul tavolo la discussione sulla possibilità di rimuovere queste storture, aprendo così un dialogo costruttivo con l’Europa che potesse condurre alla chiusura della procedura di infrazione e, allo stesso tempo, riportare i ricercatori italiani nelle stesse condizioni dei colleghi nel resto del mondo. È da notare come questa richiesta sia stata avanzata dall’intera comunità scientifica tramite diversi documenti presentati nel tempo dalla Accademia dei Lincei, dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), dal Ministero della Salute e, da ultimo, della Conferenza dei Rettori (CRUI).

Ebbene, il Parlamento italiano non ha ritenuto nemmeno di ammettere alla votazione tali emendamenti che, peraltro, proponevano anche il rifinanziamento di studi su metodologie complementari/alternative alla sperimentazione animale. I metodi complementari sono, infatti, frutto del lavoro di scienziati e ci preme ricordare che, una volta validati, sono ampiamente utilizzati e preferiti agli animali.

Ci appelliamo, quindi, alla Vostra sensibilità ed attenzione perché venga messa la parola fine a questa situazione che danneggia la ricerca, come peraltro ribadito con autorevolezza proprio in questi giorni dalla Senatrice a vita Elena Cattaneo, la quale, intervenendo in Aula al Senato, ha affermato: “157 i candidati vaccini anti Covid, nessuno esisterebbe senza sperimentazione animale. Ne parlo a beneficio di tutti perché nessuno in quest’Aula possa dire: non sapevo, non avevo capito”.

Concludiamo questa lettera aperta, ricordando in quattro sintetici punti perché quella degli scienziati non è una posizione anacronistica, ma una necessità e un diritto:

 • La ricerca scientifica è un valore fondamentale per il progresso sociale, culturale ed economico del nostro Paese. È indispensabile rispettare e sostenerne i fondamenti metodologici. È necessario che la libertà della ricerca, condotta nel rispetto dei principi etici stabiliti dai codici istituzionali, nazionali e internazionali, venga riaffermata come elemento valoriale fondante di una società democratica basata sulla conoscenza.

 • La sperimentazione animale rientra tra i metodi e mezzi necessari per arrivare a terapie efficaci e sicure. L’uso di animali è previsto nell’ultima fase della sperimentazione che precede le prove di farmaci e terapie sull’uomo, la cosiddetta “ricerca preclinica”, ed è indispensabile nella ricerca di base, in particolare nel campo degli studi sul cervello e le sue patologie.

 • In Italia, la ricerca con animali è oggetto di attacchi, anche violenti e diretti a singoli ricercatori, da parte di associazioni animaliste, fondati su affermazioni false e non supportate da alcuna evidenza scientifica. Campagne mediatiche e denunce alla magistratura su attività di ricerca approvate dalle autorità preposte hanno portato, in molti casi, ad una ingiusta pubblica denigrazione di ricerche di valore scientifico e sociale.

 • La peggiore conseguenza di questi divieti antiscientifici è la fuga dei giovani all’estero. Va infatti evidenziato che, sulla base dei progetti European Research Council comunicati ieri, 47 hanno un titolare italiano ma, di questi, ben 30 si svolgono all’estero, dove si trovano tutele e condizioni di lavoro più adeguate.

In calce le firme, oltre a quella di Research4Life che promuove questa iniziativa, di molte tra le maggiori istituzioni scientifiche italiane, tutte unite da un’unica necessità, quella di poter lavorare seriamente e con impegno per il progresso scientifico e la cura delle malattie.

Ringraziando per l’attenzione, porgiamo i nostri migliori saluti.

Assobiotec Associazione Luca Coscioni (ALC) Farmindustria Federazione Italiana Scienze della Vita (FISV) Federazione SPERA-Sperimentare per curare Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro (AIRC) Fondazione Telethon Fondazione Veronesi Gruppo 2003 Gruppo Italiano per lo Studio della Neuromorfologia (G.I.N.S.) IRCCS-Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (IRFMN-Milano) IRCCS-Ospedale San Raffaele (OSR-Milano) Istituto Luca Coscioni Istituto Nazionale di Genetica Molecolare (INGM-Milano) Patto Trasversale per la Scienza (PTS) Research4Life Scuola Normale Superiore Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia Società Italiana di Biofisica e Biologia Molecolare (SIBBM) Società Italiana di Biologia Sperimentale (SIBSperimentale) Società Italiana di Embriologia e Ricerca (SIERR) Società Italiana di Farmacologia (SIF) Società Italiana di Fisiologia (SIF) Società Italiana di Fertilità, Sterilità e Medicina della Riproduzione (SIFES MR) Società Italiana di Neuroscienze (SINS) Società Italiana Tossicodipendenze (SITD) Società Italiana di Tossicologia (SITOX) Università degli Studi dell’Aquila Università degli Studi di Cagliari Università degli Studi di Catania Università degli Studi di Ferrara Università degli Studi di Firenze Università Humanitas Università degli Studi di Messina Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia Università degli Studi di Milano Bicocca Università degli Studi di Milano Università degli Studi di Perugia Università degli Studi di Pisa Università del Piemonte Orientale Università degli Studi di Siena Università Vita-Salute San Raffaele Università degli Studi di Torino Università degli Studi di Trento

Tutti i rettori delle università italiane sull’importanza della sperimentazione animale

Nota di Roberto Caminiti e Marco Tamietto

La sperimentazione animale è indispensabile per la ricerca di base e per la scoperta e validazione di terapie efficaci e sicure sull’Uomo. Lo ribadiscono i Rettori di tutte le Università italiane in un documento approvato all’unanimità dalla Conferenza dei Rettori (CRUI).

Il Patto Trasversale per la Scienza esprime grande apprezzamento e soddisfazione per un documento coraggioso e netto, che ribadisce anche la piena validità scientifica, etica e giuridica del progetto LIGHTUP dei prof. Tamietto e Bonini, soci del PTS.

I Rettori stigmatizzano anche gli atteggiamenti intimidatori ed ostruzionistici di molte associazioni animaliste, e le incredibili posizioni della Sezione III del Consiglio di Stato, che quel progetto sta bloccando ed osteggiando, pur non avendo alcuna competenza scientifica in merito. “Fin quando la libertà scientifica e la sperimentazione animale verranno ostacolate nelle aule di tribunale, scrivono i Rettori, la scienza continuerà ad essere menomata, paralizzata, ed il nostro Paese reso sempre più debole e più povero”.

Scarica il documento della CRUI cliccando qui

Statistica fra le righe

Riflessioni sui metodi che molti danno per scontati

di Carlo Di Pietrantonj A e Arcangelo Liso B

La saggezza popolare ci insegna che il diavolo si nasconde nei dettagli, infatti non di rado il difetto che invalida un ragionamento non è rilevabile a prima vista, anzi a prima vista sembra tutto perfettamente logico. Spesso la sorgente di questi difetti invisibili è la tendenza a considerare una tecnica o una regola sempre valida solo perché lo è in una apparentemente ampia serie di circostanze a noi familiari. Un po’ come quando ci fidiamo dell’esperienza dei pochi amici e parenti, i quali non rappresentano quasi mai un campione che in termini tecnici si definisce “rappresentativo”, ovvero non forniscono quasi mai una descrizione rappresentativa della reale varietà dei fenomeni e della loro concreta possibilità di verificarsi.

L’interesse generale per i numeri ed il calcolo delle probabilità è sicuramente aumentata in questi mesi di pandemia. E anche molti politici ormai cercano di argomentare le loro posizioni con dei numeri, talvolta con competenza, purtroppo non dirado piegandoli per i propri scopi dialettici, fino al punto di paragonare la probabilità di essere colpiti da un meteorite con la mortalità da virus Covid19. Come è possibile non fare un uso spregiudicato dei numeri? Come possiamo non farci guidare dalle impressioni, ma affidarci invece all’analisi del contesto e delle regole?

Prendiamo il famoso paradosso delle patate dimenticate esposte al sole(1), all’inizio pesavano 1 quintale (100Kg)ed erano per il 99% acqua. Dopo un giorno al sole l’acqua si è ridotta ed ora sappiamo che rappresenta il 98% del peso. Si ma di quale peso? Cioè quanto pesano ora le patate?Pochi risponderanno che il peso complessivo delle patate si deve essere necessariamente dimezzato. I numeri 99 e 98  inducono all’errore, sembrano vicini se manca l’analisi e il ragionamento(per i più impazienti la risposta è di seguito riportata: prima dell’esposizione al sole la parte “secca” pesava 1 Kg ovvero era l’1% del peso totale, dopo l’esposizione al sole diventa il 2% del nuovo peso totale, ma non si è modificata, quindi ora 1 Kg è il 2% del nuovo peso).

E così se leggiamo che le auto elettriche in circolazione sono raddoppiate, forse dovremmo chiederci: rispetto a quale numero di partenza? Erano forse solo 5 e ora sono solo 10? O erano un discreto numero e ora sono molte di più?

Trappole analoghe si presentano in statistica o in epidemiologia dove la valutazione del denominatore può essere determinante, ad esempio quando dobbiamo confrontare i conteggi di un numero di eventi (ad es. nascite, decessi, malattia, ricorso ad un servizio sanitario) calcolati in differenti aree geografiche (comuni, distretti,province, regioni) oppure in differenti strati (classi di età, genere, titolo di studio, condizione di salute).

Paragonare i conteggi assoluti fra aree o strati in generale non è lecito, poiché le differenti numerosità dei casi fra aree (o strati) sono dovuti (in prima istanza) alle differenti dimensioni delle popolazioni che li hanno generati, pertanto l’indicazione generale è che il confronto può essere fatto solo fra i valori ottenuti dividendo il numero dei casi per la numerosità della popolazione che li ha generati, questo valore viene moltiplicato x 100, oppure x1000 o x100000, in questo modo esprime il numero di “casi attesi” ogni 100 1000 100000 individui appartenenti a quella popolazione, in un certo senso l’espressione “casi x 1000” indica una sorta di unità di misura.

Sottolineiamo che la popolazione posta al denominatore deve essere costituita da tutti e soli gli individui che avrebbero potuto generare gli eventi di interesse (talvolta definita popolazione generatrice dei casi o popolazione a rischio se l’evento è “sfavorevole”), in caso contrario il valore (del rapporto casi/popolazione) verrebbe artificialmente “diluito”(ridotto) in modo proporzionale alla dimensione della frazione di popolazione che non potrebbe generare quei casi (popolazione non a rischio), rendendo il confronto fra aree (o strati) distorto.

Infatti ad esempio (estremo) se si vuole confrontare il numero dei casi di disturbi che interessano solo la popolazione maschile, fra distretti sanitari di una regione, in questo caso dividere per la popolazione generale del distretto (senza distinzione di genere) sarebbe un errore. Infatti,se si usa come denominatore la popolazione generale la proporzione dei casi di quei disturbi verrebbe “diluita” proporzionalmente alla dimensione della popolazione femminile (popolazione non a rischio), pertanto la differenza della proporzione fra un distretto e l’altro rischia di dipendere dalla differente distribuzione fra maschi e femmine anziché da una reale differenza di rischio di malattia fra i distretti. Quindi per non cadere nella trappola è opportuno, in questi casi, eseguire il confronto dividendo solo per la popolazione di genere maschile (la popolazione a rischio).

Altrettanto insidiosa è la situazione nella quale si desidera confrontare il numero di eventi in diverse aree dove ogni individuo della popolazione di quell’area è “a rischio” per quell’evento, ma in misura differente a seconda dello strato di popolazione in cui si trova. L’esempio più comune è la mortalità, non esistendo gli immortali tutti sono a rischio di morire ma tale rischio aumenta con l’età, pertanto il numero dei decessi in una regione a prevalenza di individui anziani non può essere confrontato con il numero dei decessi avvenuti in una regione la cui popolazione a prevalenza di soggetti giovani, né in termini assoluti né utilizzando come denominatore solo la numerosità delle rispettive popolazioni generali. Infatti le differenze fra le proporzioni di decessi tra le varie regioni potrebbero essere determinate più dalla differente distribuzione per età più che da una reale differenza di rischio di decesso. In questo caso i confronti fra aree possono essere fatti suddividendo la popolazione e i soggetti che hanno presentato l’evento in un numero conveniente di classi di età di opportuna ampiezza, in modo da eseguire il rapporto decessi/popolazione all’interno delle classi di età, così sarà possibile eseguire il confronto fra classi di età corrispondenti tra le diverse regioni.

Nell’esempio con dati fittizi illustrato in figura 1 possiamo osservare dalla colonna Totale che il numero dei casi (ad esempio decessi) nella regione A è più grande rispetto alla regione B, anche il valore del rapporto con la rispettiva popolazione regionale sembra confermare questa osservazione, tuttavia l’analisi per classi di età rivela che la proporzione dei casi (rispetto alla popolazione specifica) è sistematicamente più grande per la regione B rispetto alla regione A.

Qui il diavolo che si annida nel denominatore (popolazione generale) è la differente distribuzione d’età delle due popolazioni, nella regione A circa il 25% della popolazione è 65 anni mentre nella regione B solo il 5% della popolazione è oltre i 65 anni, però in entrambe le popolazioni la maggior parte dei decessi avviene nella classe 65 anni, infatti nella popolazione B il maggior rischio (che si verifichi un caso) si concentra nell’ultima classe di età (come si osserva dal grafico nella figura 1). Quindi il totale dei casi nella regione A sono in maggioranza generati dall’ultima classe di età cosi come il totale della popolazione (A) è per lo più costituito da individui appartenenti all’ultima classe di età, mentre per la regione B sebbene la maggior parte dei casi si concentri nell’ultima classe di età, la popolazione generale è in minima parte costituita da individui ultra 65 anni, pertanto il rapporto “totale dei casi su popolazione generale” di fatto viene “diluito” dalla frazione più numerosa di popolazione sotto il 65 anni che contribuisce meno al numero dei casi.

Un errore analogo ha tratto in inganno alcuni commentatori che nelle prime fasi dell’epidemia hanno confrontato il tasso di letalità per COVID19 registrato in Italia con il tasso di letalità in Corea del Sud. Il tasso di letalità è il rapporto fra il numero dei decessi fra casi confermati di COVID19 e il numero totale dei casi confermati di infezioni da COVID19, negli articoli in lingua inglese indicato come CFR (Case Fatality Rate).

Possiamo replicare questo confronto utilizzando i dati dei casi confermati in Italia (al 7 aprile) pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità (2) e i casi confermati in Corea del Sud pubblicati su JPAM (3) relativi al medesimo periodo. Sulla base di queste informazioni il CFR (o tasso di letalità) in Italia risultava pari al 12.2% mentre in Corea del Sud risultava pari al 1.9%, quindi, apparentemente il tasso di letalità in Corea era inferiore a quello italiano.Bisogna sottolineare che nonostante la grande differenza fra i due CFR non è possibile concludere che in Italia il virus è più letale che in Corea poiché, come già notato da altri autori (4), le distribuzioni del numero dei casi confermati in Italia e in Corea del Sud si mostrano così differenti che da rendere inconfrontabili i due CFR.

Infatti, dalla figura 2 è possibile notare che il 73% dei casi confermati (al 7 aprile) in Italia si concentra nella popolazione >49 anni, mentre per la Corea del Sud solo il 42% dei risultano in quella classe di età, tuttavia in entrambe le nazioni il 98% del numero dei decessi era a carico di pazienti >49 anni, così come è stato accertato anche da altri autori che il maggior rischio di mortalità per COVID19 è a carico delle classi di età superiori (4) (5).

Quindi come nell’esempio in figura 1 la differenza di CFR è in parte dovuta a l’effetto di “diluizione” causato dalla differente distribuzione per età dei casi confermati (il denominatore) fra Italia e Corea del sud. In Corea la maggior parte dei decessi avviene, come in Italia, nelle classi di età superiori, ma la maggior parte del denominatore (i casi confermati) è costituito da soggetti appartenenti alle classi di età inferiori ai 50 anni, ovvero quelle a rischio più basso, in tal modo il rapporto “grezzo” decessi / casi confermati risulta diluito dalla frazione dei casi con un rischio di decesso inferiore.

Ovviamente a differenza dell’esempio 1 costruito a fini didattici, qui nel confronto fra CFR della Corea del Sud e CFR dell’Italia possono aver contribuito alla differenza, oltre al meccanismo illustrato sopra, anche le differenti strategie adottate per eseguire i testi virologici e la diversa tempistica dei test virologici le quali determinano il diverso grado di sottostima delle popolazione dei casi confermati (la tendenza a sottostimare il numero dei casi confermati tende a produrre sovrastime dei valori di CFR), infine anche i comportamenti e atteggiamenti fra generazioni possono influenzare il valore del CFR(4).

Un ulteriore esempio di allucinazione procurata dai denominatori si verifica quando siamo interessati a studiare come varia nel tempo la distribuzione del numero dei casi rispetto ad una loro caratteristica, si osservi ad esempio la figura 3 dove con dati fittizi sono rappresentate le percentuali per tipo di caso (sul totale dei casi) e il loro andamento nel tempo, a prima vista (il lettore distratto) potrebbe concludere che il “numero dei casi” di tipo 1 e 3 stiano aumentando mentre si stanno riducendo i casi di tipo 2, invece osservando la tabella sottostante, la numerosità complessiva dei casi si sta riducendo così come il conteggio dei singoli tipo di casi, sempre osservando la tabella possiamo notare che i casi di tipo 1 e di tipo 3 si riducono di 5 e 10 unità rispettivamente  alla settimana, mentre i casi di tipo 2 si riducono di 150 unità alla settimana. La riduzione più rapida dei casi di tipo 2 per contrasto fa accrescere le frazioni degli altri due tipi di caso sebbene in termini assoluti tutti i tipi si riducono. La figura 2 mostra che effettivamente nel tempo la distribuzione dei casi per tipologia si modifica e man mano si riduce la frazione (il peso sul totale) dei casi di tipo 2 e per contrasto si accresce il peso di quelli di tipo 1 e 3, tuttavia leggere questo grafico come se il denominatore fosse costante nel tempo trae in inganno rispetto alle reali tendenze dei valori assoluti.

In conclusione abbiamo illustrato alcuni aspetti che vanno tenuti in mente quando vogliamo confrontare fra loro la frequenza del numero dei casi calcolati all’interno di gruppi o strati, abbiamo sottolineato che in generale il confronto può essere fatto dividendola frequenza strato o gruppo specifica per la popolazione che ha generato quei casi (in ogni strato o gruppo). D’altro canto abbiamo visto che la sola ispezione delle proporzioni può essere ingannevole, in un certo senso il denominatore in sé può ingannare soprattutto se si perdono di vista i valori assoluti.

In un mondo dominato dalla comunicazione rapida ed emotiva, il nostro invito all’analisi attenta dei numeri e dei denominatori potrà sembrare naïve per alcuni. Eppure l’analisi attenta dei dati ha cambiato radicalmente i destini della storia e ha consentito per esempio agli alleati di vincere la seconda guerra mondiale agendo a dispetto delle impressioni dei militari coinvolti (6). Mai nella storia abbiamo avuto a disposizione una quantità di dati e di fatti come nella nostra epoca, essi hanno bisogno di riflessione per essere valutati razionalmente ed utilizzati nelle decisioni.

A. Dirigente Analista Servizio Regionale Epidemiologa SeREMI – ASL Alessandria;

B. Professore Ordinario, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Foggia

Bibliografia

  1. Paulos, J. A.A Mathematician Reads the Newspaper. New York: Basic Books, p.81, 1995
  2. https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Infografica_7aprile%20ITA.pdf
  3. Joo H, Kang Y, COVID-19 Infection in South Korea: Focusing on Age Distribution of Confirmed Cases. J Pure ApplMicrobiol. 2020;14(suppl 1):721-723. doi: 10.22207/JPAM.14.SPL1.08.https://microbiologyjournal.org/covid-19-infection-in-south-korea-focusing-on-age-distribution-of-confirmed-cases/
  4. Backhaus A. Common Pitfalls in the Interpretation of COVID-19 Data and Statistics. Inter Econ. 2020; 55(3): 162–166. Published online 2020 Jun 7. doi: 10.1007/s10272-020-0893-1. PMCID: PMC7276107. PMID: 32536714. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7276107/
  5. https://www.cdc.gov/coronavirus/2019-ncov/covid-data/investigations-discovery/hospitalization-death-by-age.html
  6. Jordan Ellenberg. 2014.“How Not to Be Wrong: The Power of Mathematical Thinking” Penguin Group.

Mozione a sostegno dei ricercatori

Il PTS ringrazia il Senato Accademico dell’Università degli Studi di Firenze che, durante l’Adunanza di oggi, ha accolto la mozione a sostegno dei ricercatori del progetto ERC “Light-up” e della sperimentazione animale.

Il Senato accademico dichiara che la sperimentazione animale rappresenta ad oggi un approccio indispensabile e insostituibile per lo sviluppo di terapie farmacologiche e chirurgiche per gravissime patologie. La vicenda mediatica, gli attacchi anche personali ai ricercatori e infine il caso giuridico del progetto Light-up espone tutta la ricerca italiana e non solo quella biomedica, vista l’ampia interdisciplinarietà del tema al rischio di vedere vanificati gli sforzi di progettualità, impegno di giovani ricercatori, sviluppo e attrazione di risorse nonostante la rigorosa applicazione delle normative europee, italiane e istituzionali in tema di benessere animale.

Il Senato Accademico auspica che alla prossima riunione della CRUI il Rettore trasmetta il sostegno del Senato accademico dell’Università di Firenze ai ricercatori impegnati nel progetto ERC “Light-up” e più in generale (il sostegno) alla sperimentazione animale, che ogni giorno si dimostra essenziale per il progresso della ricerca italiana. Sottolineando l’importanza del principio di libertà della ricerca.

Clicca qui per leggere la mozione

Plasma Iperimmune

Solitamente non condividiamo i post dei membri del nostro direttivo o dei nostri soci, ma questa vicenda del plasma iperimmune e dei servizi de Le Iene è importante.
Lo facciamo prima di tutto in difesa dei cittadini, perché non meritano, in piena pandemia, di avere letture della realtà prive di ogni fondamento da fonti di cui si fidano e continuano a fidarsi. Lo facciamo in difesa della scienza e del metodo scientifico che non può essere vilipeso da chi lo ignora e tirato per la giacchetta per dimostrare tesi preconcette. Infine lo facciamo anche in difesa del vero giornalismo di inchiesta che, quando parla di medicina, si basa sui dati e sul metodo scientifico.

 Plasma Iperimmune (di Antonella Viola)

C’è in giro un servizio pseudo-giornalistico che vorrebbe dimostrare come la terapia col plasma iperimmune sia la cura a portata di mano per il COVID-19. Il servizio mostra ospedali che la stanno usando e chiede ai medici se tra i pazienti che l’hanno ricevuta ci sono stati morti. Poi chiede ai pazienti guariti se la terapia ha funzionato e loro rispondono di sì, perchè subito dopo si sono sentiti molto meglio. Ecco come distruggere il metodo scientifico in una manciata di minuti. Ricordiamo che questi pseudo-giornalisti (Le Iene) sono gli stessi che anni fa proposero analoghi servizi a dimostrazione (secondo i loro canoni) che Stamina, la terapia-truffa di Vannoni, funzionava. E misero alla gogna uno scienziato di grandissima reputazione e serietà come Paolo Bianco. In modo analogo, nel servizio sul plasma, il bersaglio è Roberto Burioni, ma a rappresentare tutta quella classe di “esperti” che prima di dire che un farmaco o una terapia funziona chiedono le prove.
Andiamo quindi a vedere cosa sappiamo di questa terapia.
Come sappiamo ormai tutti, si basa sull’utilizzo della parte liquida del sangue (che contiene anche anticorpi) di persone che sono guarite dal COVID-19. Si prende il sangue, si separa il plasma e si utilizza per i pazienti, cercando di fornire loro un’arma in più: gli anticorpi prodotti da chi è già guarito. In linea di principio, potrebbe funzionare, ma anche no. Questo perché ci sono moltissime variabili in gioco; per nominare le più importanti: la concentrazione di anticorpi neutralizzanti nel plasma donato, la concentrazione di anticorpi nel sangue del paziente, lo stato infiammatorio/immunitario del paziente, la tempistica e il dosaggio di somministrazione, lo stadio della malattia. Per questi motivi, è molto difficile capire se la terapia funziona, perché in assenza di protocolli standardizzati (concentrazione di anticorpi fissa, condizione del paziente, modalità e tempi di somministrazione) la variabilità è troppo alta. L’unico modo per valutarne l’efficacia e la sicurezza è attraverso i soliti studi clinici controllati randomizzati, quelli in cui c’è un protocollo ben definito e si confrontano pazienti in cui si usa il plasma con pazienti di controllo. Cosa sappiamo sulla base degli studi esistenti? Che non c’è evidenza scientifica che il plasma iperimmune sia di beneficio per i pazienti. L’analisi dettagliata di tutti gli studi effettuati finora da parte della Cochrane (un’organizzazione internazionale che ha lo scopo di valutare gli interventi sanitari) conclude che i dati non sono sufficienti per suggerire la terapia con il plasma come efficace nella cura dei pazienti COVID-19.
Un servizio come quello trasmesso da Le Iene è quindi molto pericoloso: prima di tutto mina le basi della ricerca scientifica basata sulle prove; poi, genera aspettative e dubbi nella popolazione, che, come succedeva con Di Bella o con Stamina, vuole essere curata col plasma iperimmune e non capisce quindi perché molti ospedali non lo utilizzino. E da qui rabbia o panico.
La raccomandazione ai pazienti e ai loro familiari è di non cadere in queste trappole che hanno come unico scopo quello di fare audience e polemica. Non c’è alcun motivo per cui io o altri colleghi dovremmo negare una cura se efficace: per quanto mi riguarda, non sono mai stata pagata da un’industria farmaceutica, non ho rapporti di alcun genere con i produttori di farmaci o vaccini o anticorpi monoclonali. Saremmo tutti felici di poter dire che il plasma iperimmune funziona ed è uno strumento in più per affrontare il virus, e forse un giorno lo potremo comunicare con entusiasmo. Ma per il momento, dobbiamo basarci sui fatti e non creare false aspettative: non ci sono evidenze che questa terapia funzioni. Servono studi controllati e randomizzati per arrivare presto ad una conclusione definitiva.
Se oggi abbiamo farmaci che ci curano, vaccini che ci proteggono e terapie innovative contro malattie che reputavamo incurabili è solo grazie all’applicazione della scienza e del suo metodo, senza scorciatoie. Chi cerca scorciatoie, chi non rispetta i tempi e i metodi della ricerca scientifica, danneggia la salute pubblica, ci mette tutti in pericolo. Come è accaduto in passato, anche con l’aiuto de Le Iene.

Qui il documento del Cochrane: https://bit.ly/3faUcjr