L’appello di Giuseppe Ippolito e altri 15 scienziati europei

Il PTS approva e sottoscrive l’appello di Giuseppe Ippolito e altri 15 scienziati europei, pubblicato recentemente su Nature, per la realizzazione di un network europeo che faccia da raccordo alle agenzie nazionali deputate alla sanità pubblica nell’ottica della “preparedness” ad attuali e futuri pericoli pandemici. Lo “Europe-wide National Reference Centre for Infectious Diseases” avrebbe tra le responsabilità la sorveglianza epidemiologica e la capacità di reazione in tempi rapidi, la cooperazione tra enti pubblici nazionali e internazionali, la formazione e l’informazione relative a protocolli clinici e la formazione di personale qualificato per l’implementazione di test diagnostici su larga scala, l’incremento della capacità dei laboratori finalizzati all’identificazione di nuovi patogeni e il coordinamento delle attività di ricerca correlate.

Il Centro dovrebbe operare coordinandosi con altri enti europei quali la EU-BARDA “Biomedical Advanced Research and Developent Authority” e lo ECDC “European Centre for Disease Prevention and Control”.

L’iniziativa prende spunto dal piano di riforma dei sistemi dell’Unione Europea grazie ad un finanziamento di 750 miliardi di € definito operativamente “recovery plan” (https://www.consilium.europa.eu/en/policies/eu-recovery-plan/).

COVID: LE SCUOLE NON MOLTIPLICANO LE INFEZIONI

L’ANALISI DEL PTS SUI DATI DISPONIBILI

Nota del Presidente del PTS – prof. Guido Poli

La ripresa delle attività scolastiche in presenza è coincisa con una ripresa generale e preoccupante dell’epidemia. La domanda centrale è se le scuole siano “vittime” dell’epidemia in corso o ne siano attivi moltiplicatori. La sfasatura temporale dell’apertura delle scuole in diverse aree ha consentito a Enrico Bucci e Antonella Viola di analizzare i dati che inequivocabilmente, almeno nei limiti del primo mese di osservazione, scagionano le scuole come moltiplicatori d’infezione.

Enrico Bucci ed Antonella Viola, membri del direttivo del PTS hanno condotto una analisi sulla base dei dati disponibili per ricostruire l’andamento delle infezioni nelle scuole, al fine di rispondere al seguente quesito: possono le scuole essere considerate un luogo particolarmente rischio, sulla base dei dati disponibili?

Risultati in breve.

Dalla riapertura delle scuole, è iniziato il monitoraggio dei casi di positività a SARS-CoV-2 sia tra gli studenti che fra il personale scolastico.

I dati di analisi dell’incidenza nel tempo, cioè la dinamica di propagazione del virus nelle scuole, non è finora stata studiata in dettaglio, soprattutto a causa della grave mancanza dei dati necessari, i quali sono stati certamente raccolti ma non messi a disposizione né, per quanto se ne sa, utilizzati.[1]

L’analisi presentata qui di seguito tenta di ricostruire l’andamento delle infezioni nelle scuole, al fine di rispondere al seguente quesito: possono le scuole essere considerate un luogo particolarmente rischio, sulla base dei dati disponibili?

Per rispondere, si sono utilizzati due approcci indipendenti: uno direttamente basato sui dati disponibili per le scuole, ed uno volto a cercare effetti della riapertura sulle curve epidemiche regionali, confrontando regioni che hanno aperto prima con regioni che hanno aperto dopo,

Nonostante le limitazioni, principalmente dovute alla difficoltà nel reperire i dati necessari e alla correlata difficoltà nel controllare per eventuali bias di campionamento, le conclusioni ottenute sono complessivamente le seguenti.

  1. I dati considerati non supportano un ruolo delle scuole come “moltiplicatore” di infezioni
  2. I dati considerati mostrano che le scuole non sono più protette del resto della comunità
  3. Il tasso di infezione scolastica appare seguire quello della comunità circostante
  4. La probabilità di infezione in una scuola non è significativamente diversa da quella della società nel suo complesso

Naturalmente, questi risultati valgono nel momento attuale e nelle condizioni di sorveglianza attuali, ed anzi si suggerisce di ripetere questa o analisi più raffinate in presenza di dati di maggior consistenza e maggior qualità di quelli reperiti fino a questo momento.

Raccomandazioni.

Come detto, i nostri dati suggeriscono che non al momento non esistano motivi per evocare la chiusura delle scuole più di quanto non ve ne siano per un lockdown dell’intera società, poiché non sembra ascrivibile alla scuola l’aumento dei contagi. Al contrario, la scuola è fondamentale per la formazione, la socialità, lo sviluppo e il benessere dei bambini e dei ragazzi e la sua chiusura causerebbe danni gravissimi alle future generazioni e al Paese, ivi compresi danni di salute, come riportato in letteratura scientifica.

Al fine di proteggere la scuola dal diffondersi del contagio, è però urgente intervenire sulle regole e sulle procedure per la tracciatura ed il contenimento di eventuali focolai scolastici.

Innanzitutto, ricordiamo che al momento in Italia vi è un’inaccettabile disparità di indicazioni da regione a regione; questa deve essere abbandonata, in favore di una procedura unica.

In secondo luogo, la diagnostica in ambio scolastico deve essere anche essa uniformata e potenziata, attraverso l’introduzione di test rapidi antigenici e la procedura di pooling, in modo da evitare di affaticare ulteriormente il sistema diagnostico nazionale, già sotto stress per la ripresa epidemica in atto.

Fatte queste premesse, ricordiamo di seguito alcuni tra i punti che consideriamo più importanti.

Studio numero 1: l’andamento del contagio nelle scuole di alcune aree geografiche selezionate.

Grazie all’analisi delle fonti giornalistiche che riportano le dichiarazioni delle corrispondenti autorità sanitarie, è stato possibile reperire alcuni dati per quel che riguarda il numero di positivi nel tempo riscontrati nelle scuole della provincia di Milano, di quella di Bergamo e dell’intera regione Lazio.

I dati crudi cumulati, normalizzati per 100.000 unità di popolazione scolastica (intendendo la somma degli studenti, del personale docente e di quello tecnico-amministrativo) sono rappresentati di seguito.

Come è possibile notare dalla figura, per tutti e tre i gruppi di scuole considerati si osserva una crescita esponenziale del numero di casi cumulati nel tempo (e, corrispondentemente, dell’incremento di casi registrati).

Per sapere se le scuole costituiscono ambiente di particolare contagio, è necessario confrontare la crescita nel tempo del numero di casi positivi nelle scuole a quella registrata nella corrispondente area geografica. Tuttavia, si pone preliminarmente il problema di valutare se il campionamento all’interno delle scuole sia quantitativamente paragonabile a quello che avviene all’esterno delle scuole; un eventuale sottocampionamento porterebbe infatti a risultati artificiosamente più bassi nelle scuole rispetto a quelli sulla popolazione.

Per quel che riguarda Bergamo, si dispone fortunatamente dei tamponi effettuati nelle scuole in diversi intervalli di tempo a partire dal 14 settembre. In mancanza dei dati per l’intera provincia di Bergamo, la percentuale di soggetti testati fra i membri della popolazione scolastica di quella provincia può essere paragonata alla percentuale di testati fra gli abitanti dell’intera Lombardia.

Il risultato è riportato di seguito.

Come si può notare, almeno per le scuole di Bergamo non sembra che si sia sottocampionata la popolazione scolastica rispetto alla popolazione della regione in nessuno dei periodi considerati; inoltre, si osserva come la percentuale di test effettuati nelle scuole aumenti e diminuisca in corrispondenza degli aumenti e delle diminuzioni dei test a livello regionale, con una correlazione che è buona escluso il periodo iniziale, in cui si effettuavano meno test nelle scuole per ovvi motivi di avviamento. Questo tipo di semplice analisi, se esteso opportunamente a tutti i dati sulle scuole in possesso di ATS e regioni, potrebbe rassicurare almeno circa l’assenza del più grossolano fra i bias di campionamento; nell’ipotesi che ciò che avviene in Lombardia e a Bergamo non sia troppo diverso da quanto avviene in altre regioni d’Italia, passiamo quindi all’analisi che più ci interessa, ovvero alla comparazione delle percentuali di infezioni della popolazione scolastica rispetto alla popolazione di riferimento.

Come si può notare dai grafici, in cui si riporta il numero medio giornaliero di casi per 100.000 nelle scuole e nell’area di riferimento per i periodi indicati, le scuole (linee blue) non presentano mai un andamento peggiore rispetto alla popolazione complessiva.

La piccola discrepanza (non significativa) per Bergamo è spiegabile con il noto ritardo nell’esecuzione dei campioni nella popolazione rispetto all’immediatezza con cui ciò è stato fatto nelle scuole[2].

L’apparente deviazione (in meglio) delle scuole milanesi rispetto alla popolazione globale è invece spiegabile con gli effetti di saturazione del sistema di diagnosi e tracciamento dell’ultimo periodo, che hanno spostato sempre più i tamponi verso l’indagine clinica, abbandonando quella epidemiologica[3].

Infine, la corrispondenza fra infetti nelle scuole e sul totale osservata nel Lazio rinforza l’idea che, in sostanza, le scuole rappresentino solo una particolare finestra di osservazione all’interno di una popolazione più grande.

RISULTATO DELL’ANALISI:

Nei tre campioni esaminati (Provincia di Milano, Provincia di Bergamo, Regione Lazio) la circolazione del virus nelle scuole non appare superiore a quanto avviene nel complesso nella comunità di riferimento.

LIMITI DELL’ANALISI:

I dati sui tamponi effettuati nelle scuole, indispensabili per escludere sovra- o sottocampionamento, sono stati reperiti solo per la Provincia di Bergamo.[4] Sebbene per il Lazio un bias di campionamento appaia improbabile (perché è difficile immaginare un sottocampionamento o un sovracampionamento effettuato in maniera tale da dare esatta sovrapposizione fra le curve dentro e fuori le scuole), è invece possibile che un bias di sottocampionamento affligga i dati provenienti dalle scuole di Milano nell’ultima settimana.

Studio numero 2: l’effetto delle riaperture delle scuole sulle curve epidemiche.

Un secondo tipo di approccio possibile per valutare l’eventuale effetto delle scuole come “moltiplicatore” dei casi di infezione consiste nel ricercare tale effetto direttamente sulle curve epidemiche: se tale effetto esistesse ed avesse un peso significativo, esso dovrebbe manifestarsi come deviazione delle curve epidemiche dall’andamento manifestato precedentemente alla riapertura scolastica.

Al fine di meglio caratterizzare questa possibilità, è possibile confrontare l’andamento epidemico delle regioni che hanno aperto le scuole il 14 Settembre con quelle in cui la riapertura è stata rinviata al 24 settembre.

Essendo comunque in un periodo di ripresa epidemica in tutte le regioni italiane, Il test che si effettua è dunque volto ad identificare delle differenze significative fra l’aumento dei casi osservati per le regioni che hanno riaperto prima e quelle che hanno riaperto dopo.

Di seguito, si osserva la media dei casi giornalieri per le regioni che hanno riaperto il 14 settembre (linea rossa) e quelle che hanno riaperti il 24 settembre (linea nera). Per ciascun giorno, è riportata la deviazione standard intorno alla media dei casi giornalieri per 100.000 abitanti.

Anche se ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che le regioni che hanno riaperto prima (linea rossa) abbiano una curva che cresce più rapidamente delle altre, questa impressione non è corretta: infatti, la dispersione di quelle regioni intorno alla media aumenta notevolmente (barre di errore), il che si riflette nella assenza di significatività statistica per la deviazione osservata (t test multipli su ogni giorno non rilevano nessuna differenza significativa per nessuna giornata nell’arco di tempo indicato).

Per favorire la comprensione di quanto sta accadendo, basta dire che la media in rosso nasconde regioni in cui l’epidemia cresce più significativamente ed altre in cui la crescita è indistinguibile dalle regioni rappresentate con la media in nero (regioni ad apertura più tardiva); lo stesso vale, a parti invertite, per la linea nera.

Di seguito, si mostra qualche esempio per mostrare come, in sostanza, la crescita più o meno veloce della curva epidemica è indipendente dalla data di riapertura delle scuole.

La Campania che ha riaperto il 24 settembre, per esempio, cresce altrettanto velocemente delle regioni più veloci tra quelle che hanno riaperto il 14, come la Lombardia; viceversa il Veneto, che ha aperto il 14 settembre, non cresce più velocemente dell’Abruzzo, che ha riaperto il 24 settembre.

Peraltro, va aggiunto che se vi fosse un effetto della riapertura delle scuole misurabile, esso dovrebbe manifestarsi a tempi diversi nelle corrispondenti regioni; al contrario, come si può vedere, le curve epidemiche per tutte le regioni considerate iniziano a crescere in maniera grosso modo simultanea.

RISULTATO DELL’ANALISI:

La differenza di progressione epidemica nelle regioni italiane non è spiegata dalla data di riapertura delle scuole. Viceversa, nelle prime 5 settimane dalla riapertura della scuola per la maggior parte delle regioni italiane, la data di riapertura delle scuole non distingue fra le regioni in cui la curva epidemica ha maggiormente accelerato e le altre.

LIMITI DELL’ANALISI:

Effetti esponenziali potrebbero manifestarsi su periodi più lunghi, ed essere invisibili nella finestra di tempo considerata. Inoltre, la rumorosità dei dati disponibili potrebbe mascherare anche di effetti di una certa entità.


[1] Le fonti dei dati utilizzati e le analisi descritte in questo documento saranno messe a disposizione di chi ne farà richiesta al presidente del Patto per Trasversale per la Scienza prof. Guido Poli.

[2] https://www.ecodibergamo.it/stories/premium/Cronaca/meno-medici-e-incognita-tamponie-ce-il-mistero-dei-tracciatori_1374456_11/

[3] https://www.fanpage.it/milano/milano-con-laumento-dei-casi-torna-il-caos-tamponi-fino-a-13-giorni-per-farlo/

[4] Ancora una volta, si sottolinea come, in linea con quanto richiesto dal presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei prof. Giorgio Parisi, a nome dell’intera comunità scientifica, i dati esistono (perché sono poi aggregati e discussi come tali), e devono essere messi a disposizione se si vuole cercare di ottenere analisi che abbiano un qualche significato.

L’apparenza ingannevole: quando il senso comune prevale sul buon senso e il rispetto delle regole e delle leggi

Nell’ultimo anno, i progetti di giovani ricercatori finanziati dal prestigioso European Research Council sono stati 436, di cui ben 53 assegnati a studiosi italiani (secondi dopo i tedeschi). Tuttavia, solo 20 di questi progetti saranno condotti in Italia: infatti, la maggior parte dei nostri giovani ricercatori condurrà la ricerca all’estero, per poter trovare condizioni di lavoro, tutela dei diritti e serenità consoni all’importanza sociale del loro compito. In ambito biomedico preoccupa la vicenda relativa ad un progetto italiano vincitore di ERC, basato in due Atenei italiani, che esemplifica le ragioni della fuga dal nostro Paese dell’eccellenza della ricerca, anche di quella portata avanti da “cervelli” italiani. Il progetto Light-Up si propone di comprendere i problemi visivi che insorgono a seguito di piccole lesioni cerebrali ed a come porvi rimedio, e prevede tra l’altro una fase di sperimentazione su macachi. Ad oggi i ricercatori, oggetto da giugno 2019 di una continua e pericolosa campagna di disinformazione ad opera di associazioni animaliste, a partire dalla LAV, sono stati “premiati” dal sistema Paese con minacce di morte, ripetute ispezioni amministrative, infiniti ricorsi giudiziari culminati in uno stop cautelare da parte del Consiglio di Stato, puntualmente sconfessato dalla decisione di merito del Tar del Lazio.

E proprio sulla paradossale pronuncia della Terza Sezione del Consiglio di Stato, che intimava di sospendere in via cautelare le attività di ricerca del progetto, che è necessario soffermarsi. I supremi giudici amministrativi, con apodittiche considerazioni prive di fondamento scientifico, hanno sostenuto che quella ricerca andava sospesa, nonostante il progetto Light-up avesse superato il vaglio e ottenuto regolari autorizzazioni scientifiche ed etiche dallo European Research Council, dal Ministero della Salute (previa acquisizione del parere del Consiglio Superiore di Sanità, il massimo organo di consulenza tecnico-scientifica del Ministero) e dall’OPBA (Organismo Preposto al Benessere degli Animali) dell’Università di Parma, dove si dovranno svolgere le sperimentazioni. Ci si chiede ancora, con stupore, di quale “arcana” competenza scientifica si siano fatti portatori i giudici di Palazzo Spada.

La “resilienza” – la stessa a cui l’Europa ci richiama per fronteggiare la pandemia – dei ricercatori e la prova dei fatti, tuttavia, hanno portato ad un pronunciamento favorevole alla prosecuzione del progetto di ricerca da parte del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), il quale ha stabilito inequivocabilmente che “le censure dedotte dalle parti ricorrenti [LAV] si rivelano generiche e prive di fondamento in fatto e in diritto”. Ma non è bastato neppure questo ulteriore pronunciamento e giudizio di merito per porre fine ad una situazione che quegli elementari principi di merito e di diritto sembra decisa a sovvertire fino in fondo. Così, giovedì prossimo, assisteremo all’ennesima udienza del Consiglio di Stato per un ulteriore pronunciamento su quanto già enunciato dal TAR, a causa dell’ennesimo ricorso della LAV.

Oltre all’evidente danno per i ricercatori coinvolti nel progetto Light-Up, questa vicenda ha evidenti ripercussioni sulla credibilità e competitività del nostro sistema della ricerca. L’Italia si trova già nella gravosa situazione di dover affrontare una procedura d’infrazione per l’arbitrario recepimento della Direttiva Europea 63/2010, volta a stabilire misure relative alla protezione degli animali utilizzati a scopi sperimentali. Infatti, unici in Europa, abbiamo tradotto tale Direttiva nel nostro ordinamento aggiungendo ulteriori ed immotivate restrizioni, di anno in anno sottoposte a moratoria, per far sì che la ricerca in quegli ambiti potesse continuare (Decreto Legislativo n. 26/2014), sebbene con futuro assai incerto.  Questi eventi pongono la ricerca biomedica italiana in una condizione non solo di inferiorità, ma anche di manifesta inaffidabilità nel contesto europeo, che potrebbe precludere l’accesso a fondi comunitari su temi vitali per la salute pubblica e, persino, all’utilizzo dei tanto attesi fondi per ricerca e sviluppo legati all’emergenza COVID-19 (Next Generation EU o Recovery Fund). Ciò renderebbe ancora più difficile la situazione della ricerca italiana (Università ed enti di ricerca, policlinici, IRCCS, imprese biotech) e dei tanti lavoratori e ricercatori del settore.  Scoraggerà alcuni dal rientrare in Italia, ne spingerà altri ad abbandonare il nostro Paese. L’impronta irrazionale e ideologica che anima queste iniziative avrà come inevitabile risultato quello di precludere ed ostacolare anche la ricerca e la validazione di metodi “alternativi” (più corretto dire complementari) alla sperimentazione animale, essendo i due approcci inscindibili in ogni seria strategia metodologica.

Uno stato di diritto non può far prevalere e lasciare spazio alla sola “narrazione animalista”, una voce ideologica, antiscientifica e spesso violenta. Se lo stravolgimento dei giudizi di merito enunciati da organismi autorevoli e competenti in ambito scientifico venisse di nuovo perpetrato, assisteremmo all’ulteriore logoramento dei principi di libertà di ricerca (art. 33 Costituzione) su cui si fonda l’Università pubblica: una condanna alla “marginalità sociale” e alla “irrilevanza politica”.

Confidiamo che il Consiglio di Stato nella sua prossima deliberazione voglia confermare il giudizio di merito già espresso dal TAR, anche a tutela della ricerca, del suo valore per la conoscenza, la protezione e la cura della salute pubblica, e nel rispetto di tutte le valutazioni tecnico-scientifiche ed etiche nazionali ed europee che si sono invariabilmente espresse in senso favorevole sia rispetto al progetto Light-Up, sia alla indispensabilità della sperimentazione animale.

Antonio Musarò, Università Sapienza Roma

Elisabetta Cerbai, Università di Firenze

Micaela Morelli, Università di Cagliari

Michele Simonato, Università di Ferrara e Università San Raffaele, Milano

Marco Onorati, Università di Pisa

Alexandra Battaglia-Mayer, Università Sapienza Roma

Paolo Calabresi, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, Presidente della Società italiana di Neuroscienze

Fiorenzo Conti, Università Politecnica delle Marche, Presidente della Società italiana di Fisiologia

Giuliano Grignaschi, Segretario generale di Research4Life

Roberto Caminiti, Coordinatore del Gruppo operativo sulla Sperimentazione animale del Patto Trasversale per la Scienza

Il PTS sostiene il #pianoAmaldi

per il raddoppio dei fondi alla ricerca per i prossimi sei anni

Il Patto Trasversale per la Scienza appoggia e sostiene il #pianoAmaldi che propone di aggiungere 1,5 miliardi al bilancio della ricerca pubblica – di base e applicata – nel 2021 e continuare fino a raggiungere l’1,1% del Pil nel 2026. Perché, come si legge nel testo della petizione rivolta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte su change.org, “la ricerca, di base e applicata, è sorgente di nuove conoscenze e di futuro benessere per tutti.

Il “Recovery Fund” costituisce una occasione imperdibile per il rilancio del nostro paese e per il nostro futuro. Che la ricerca costituisca il motore di questo rilancio non è soltanto un auspicio del PTS, ma un’opinione condivisa dalle più importanti istituzioni culturali e politiche sovranazionali.

Inoltre, come sostiene il Prof Amaldi, investire sulla ricerca significa portare a compimento l’investimento sulla scuola (per drenare tra dieci anni le fughe dei cervelli), e significa investire sulle donne che già oggi rappresentano quasi il 50% degli addetti alla ricerca.

Come annunciato dal ministro Manfredi si sta varando il Piano Nazionale della Ricerca (PNR) 2021-2027 per il quale è già programmato uno stanziamento cospicuo. La possibilità di aggiungere al PNR altri finanziamenti in arrivo dall’Europa ci permetterebbe di colmare il gap esistente con altri paesi europei e far fare al nostro paese “il salto di qualità” richiesto dal Professor Amaldi e da tutta la comunità scientifica.

“Sarà poi ancora più importante” – sostiene Piergiuseppe De Berardinis (responsabile del gruppo fondi e politiche della ricerca del PTS) –  “fare in modo che gli investimenti seguano un percorso virtuoso di attuazione, attraverso un trasparente sistema di accesso ai bandi di finanziamento e di valutazione e monitoraggio dei progetti e dei risultati”.

Il PTS pertanto condivide l’appello a sostenere la proposta del Professor Amaldi attraverso la petizione presente su change.org, che ha già ricevuto oltre 10 mila firme, inoltre il PTS invita tutti i suoi soci e chiunque creda nella ricerca come fonte di nuove conoscenze e dello sviluppo della società a sottoscrivere la stessa petizione.

TESTO INTEGRALE DELLA PETIZIONE SU CHANGE.ORG

https://www.change.org/p/presidenza-del-consiglio-dei-ministri-governo-italiano-ripartiamo-con-il-pianoamaldi-per-la-ricerca-firma-per-il-raddoppio-degli-stanziamenti

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIUSEPPE CONTE

L’Italia investe ogni anno soltanto lo 0.5% del Prodotto interno lordo (Pil) in ricerca pubblica, ossia circa 9 miliardi di euro, di cui 6 miliardi per la ricerca di base e 3 miliardi per quella applicata. Al confronto la Francia investe lo 0.75% (circa 17 miliardi di euro) e la Germania 30 miliardi, ossia quasi l’1% del Pil. I paesi del Nord Europa investono frazioni del Pil ancora maggiori.

Il #PianoAmaldi propone di aggiungere 1,5 miliardi al bilancio della ricerca pubblica – di base e applicata – già nel 2021 e continuare fino a raggiungere l’1,1% del Pil nel 2026, “agganciando” così l’investimento della Germania.

Centinaia di studi hanno dimostrato che la ricerca di base – non volta ad applicazioni particolari ma condotta per desiderio di pura conoscenza – è all’origine dell’innovazione tecnologica di lungo periodo e di nuovi mestieri, oggi impensabili, e produce non soltanto nuove conoscenze ma anche benefici economici.

Finanziare la ricerca pubblica applicata ha lo scopo di compensare, almeno nel breve termine, la scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo delle imprese italiane, per lo più piccole.

La ricerca pubblica (che riguarda non soltanto le scienze naturali ma anche le scienze sociali, le discipline umanistiche e l’arte) offre una delle migliori possibilità di investimento dei fondi del New Generation EU ed è in grado di qualificare tutte le altre richieste fatte all’Europa perché ha effetti proprio sul futuro delle nuove generazioni in un settore nel quale, con relativamente pochi fondi, l’Italia – che ha pochi ma validi ricercatori – può molto migliorare portandosi in 6-7 anni al livello della Germania. Investire nella ricerca pubblica è, inoltre, un investimento sulle donne perché il 47% dei ricercatori pubblici sono donne, mentre in Germania e Francia sono il 35%.

Con questa lettera aperta proponiamo che i fondi aggiuntivi siano ripartiti, con criteri meritocratici, su quattro aree d’investimento:

·      Risorse Umane: aumento del valore e del numero di borse di dottorato e aumento del numero di ricercatori, anche per invertire la «fuga dei cervelli»;

·      Progetti: lancio di nuovi grandi progetti e di progetti diffusi di rilevanza scientifica e sociale;

·      Infrastrutture: potenziamento dei laboratori e delle infrastrutture di ricerca esistenti;

·      Trasferimento tecnologico: miglioramento delle condizioni in cui avviene il trasferimento di conoscenze e di tecnologie dalle università e dagli enti pubblici alle imprese, in particolare a quelle medie e piccole.

In parallelo all’aumento dei finanziamenti sono necessarie riforme di sistema, attese da tempo, volte a eliminare la burocrazia e incentivare l’originalità e l’indipendenza di pensiero delle nuove generazioni. 

Le basi e i dettagli della proposta sono presentati alle pagine 105-112 di

www.outreach.cnr.it/1614/un-volume-sulla-pandemia-e-la-resilienza/

e nella seconda parte di questa lettera.

LA RICERCA SCIENTIFICA PUBBLICA È DI TUTTI I CITTADINI

 La ricerca, di base e applicata, è sorgente di nuove conoscenze e di futuro benessere per tutti.

A luglio 2020 i leader dell’UE hanno concordato un pacchetto articolato che combina il quadro finanziario pluriennale (1074 miliardi per il 2021-27) con uno sforzo straordinario per la ripresa di 750 miliardi, detto Next Generation EU. Per quanto riguarda l’Italia, il piano prevede poco più di 208 miliardi, dei quali 81 miliardi sono sussidi a fondo perduto mentre 127 miliardi sono prestiti. I prestiti vanno ovviamente restituiti, anche se a tassi molto bassi e a condizioni agevolate; è quindi essenziale che questi prestiti siano utilizzati per generare nuova ricchezza negli anni a venire.   

La pandemia di Covid-19 ha dimostrato che i Paesi che investono molto in ricerca (come Germania e Corea del Sud) sono più resilienti. Nel post-pandemia è necessario che l’Italia utilizzi i fondi europei per andare nella stessa direzione. Inoltre, è ormai sotto gli occhi di tutti come le attività economiche tradizionali (ad esempio il turismo, e il commercio) si siano dimostrate molto fragili mentre, al contrario, la pandemia ha aumentato il valore di tutti i settori high-tech. Un dato per tutti, la capitalizzazione delle Big Five (Facebook, Amazon, Apple, Microsoft, e Google) ha ormai superato i 4000 miliardi di dollari, una cifra maggiore del Pil della Germania.

Oltre a produrre nuova conoscenza e nuove tecnologie che vanno poi a beneficio di tutti – basti pensare al Web e alla sua utilizzazione durante la pandemia – la ricerca (di base e applicata) arricchisce la vita dei cittadini ed è sorgente del loro futuro benessere. Per esempio, l’economia del Web in Italia fattura quasi 100 miliardi di euro l’anno. Inoltre, considerando l’Europa, la produzione economica delle industrie che utilizzano le conoscenze della fisica ammonta a 1450 miliardi l’anno, cioè al 12% dell’output totale (dati 2019); questa è una cifra molto superiore a quella dovuta a settori ritenuti già molto redditizi, come commercio (4.5%), costruzioni (5.3%) e servizi finanziari (5.3%). 

Vi sono realtà accademiche in Europa che, oltre ad essere delle vere e proprie fabbriche di cervelli, hanno un impatto economico enorme come il Politecnico di Zurigo (ETH) e l’Imperial College di Londra, che presentano fattori di ritorno economico del loro finanziamento pubblico annuale pari a 5 o più. L’ETH per esempio è uno dei 20 maggiori produttori di brevetti in Svizzera e ha uno spin-off di circa 50 industrie/anno che si accaparrano una frazione significativa dei «venture capitals» della Confederazione. Queste istituzioni non sono delle fortunate eccezioni ma il frutto di un sistema che connette il settore pubblico (scuola, università ed enti di ricerca pubblici) con quello privato.  La mancanza di questa cinghia di trasmissione in Italia è dimostrata dal numero di brevetti depositati presso gli Uffici dei brevetti sia europeo sia americano. La Germania deposita circa il quintuplo dei brevetti italiani in EU e dieci volte più brevetti dell’Italia in USA. L’Italia, insieme alla Spagna è il fanalino di coda in termini di brevetti depositati sia in EU che in USA.

L’innovazione industriale dovuta al trasferimento tecnologico, che ha origine nella ricerca di base e applicata, è sempre più evidente nei campi farmaceutico e delle scienze della vita, su cui l’attenzione pubblica si è particolarmente concentrata negli ultimi tempi a causa della pandemia ma che già da decenni sta ottenendo successi sempre più importanti. Per esempio, la scoperta nel 1987 nel DNA di alcuni batteri di brevi sequenze ripetute (dette CRISPR) ha portato, in combinazione con la scoperta della proteina Cas9, alla capacità tecnica di editing di specifiche sequenze di geni nelle cellule. La tecnica CRISPR/Cas9 è una scoperta proveniente dalla ricerca di base ma è correntemente impiegata come correttore genomico per far avanzare la ricerca applicata nella cura dell’AIDS e dei tumori, nel miglioramento dei rendimenti in agricoltura e dei biocarburanti e nella lotta alle zanzare che causano la malaria.

Solo tre anni fa moriva il piccolo Charlie Gard a causa di una rara alterazione genetica del DNA dei mitocondri. Quest’anno l’identificazione di un enzima in grado di operare sul DNA mitocondriale sta aprendo la via alla cura di queste malattie genetiche devastanti. La nuova tecnica è il risultato della ricerca di base, a dimostrazione del fatto che anch’essa può produrre rapidamente risultati e applicazioni ed è decisiva per la qualità della vita di ognuno anche nel breve termine.

 È necessario cogliere l’occasione favorevole e agire subito.

Il dopo-pandemia offre un’occasione unica e irripetibile per finanziare a livello europeo la ricerca pubblica, di base ed applicata, liberandola dall’eccessiva burocrazia che le impedisce di svilupparsi appieno.

Il piano per la ricerca propone un investimento essenziale per dare un futuro al sistema Paese.  Non bisogna commettere l’errore di considerare la spesa in ricerca come qualcosa di lontano dalla vita di tutti i giorni: i bambini che, con le molte difficoltà dovute alla pandemia, stanno tornando a scuola avranno una vita più piena e un tenore di vita migliore di quello odierno solo se, tra una ventina d’anni,  svolgeranno lavori altamente qualificati e produttivi in grado – tra l’altro – di sostenere l’onere crescente dei contributi che renderanno possibile il pagamento delle pensioni dei loro genitori, ossia degli adulti di oggi.

L’attuazione del piano per la ricerca deve iniziare già nel 2021 e con un grande investimento aggiuntivo, rispetto al 2020, perché il sistema della ricerca pubblica è da tempo in grande sofferenza.

Una ricerca pubblica forte produrrà nuove conoscenze, contribuendo a mantenere l’Italia all’altezza della sua storia, e sarà in grado di trainare il sistema industriale e imprenditoriale affinché possano avvenire, in modo sistemico, quei trasferimenti di conoscenze e di tecnologie che finalmente renderanno le imprese italiane innovative e competitive sul mercato globale.

BASTA AL DOPPIO TAMPONE, SEGUIAMO L’OMS

Alla vigilia della riunione del CTS, che avverrà oggi, facciamo come PTS un appello al governo e al CTS affinché rivedano la politica del doppio tampone adottando i criteri dell’OMS.
In Italia, un paziente ‘COVID-19’ viene considerato contagioso finché per due volte il tampone dia esito negativo. Con conseguenze spesso paradossali per la durata della quarantena.
Da tempo OMS ha abbandonato questo criterio, in base ad una crescente e ormai consolidata evidenza scientifica: il periodo di contagiosità, che inizia circa 48 ore prima della comparsa di sintomi, ha il suo picco nei primi giorni, per poi calare rapidamente e sostanzialmente annullarsi entro 10 giorni.

Al contrario, la positività del tampone può restare tale per molte settimane. Adottare, sulla scia di quasi tutti gli altri Paesi, il criterio OMS avrebbe rilevanti e immediati vantaggi non solo per le persone coinvolte, ma anche per la sanità pubblica.
Infatti, il timore di venire isolati senza un termine temporalmente definito costituisce un pericoloso incentivo al nascondimento dei propri sintomi per chi si ammala, oltre che all’utilizzo dell’app di tracciamento.
Per questo il PTS fa proprio e rilancia l’appello al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute, al Presidente del Comitato Tecnico Scientifico e ai Presidenti delle Camere, creato da Guido Silvestri e dal team della rubrica Pillole di Ottimismo

TESTO INTEGRALE DELL’APPELLO


Ill.mo Presidente del Consiglio dei Ministri
Ill.mo Ministro della Salute
Ill.mo Coordinatore del Comitato Tecnico-Scientifico
Ill.ma Presidente del Senato della Repubblica
Ill.mo Presidente della Camera dei Deputati

Egregi Signori,
come sapete, nel nostro Paese un paziente affetto da COVID-19 viene considerato ufficialmente malato e contagioso, finché per due volte consecutive l’analisi del tampone nasofaringeo non dia esito negativo.

Questo criterio, inizialmente adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è stato poi cambiato progressivamente in molti Paesi e, infine, dall’OMS stessa, in base ad una crescente e ormai consolidata evidenza scientifica: il periodo di contagiosità che inizia circa 48 ore prima della comparsa di sintomi, ha il suo picco nei primi giorni, per poi calare rapidamente e sostanzialmente annullarsi entro 10 giorni.

La positività del tampone può invece restare tale per molte settimane, fino a oltre 4 mesi dalla malattia, identificando, di fatto, solo tracce di materiale genetico del virus, non attivo e incapace di trasmettere l’infezione.

Vi chiediamo quindi di sostituire il criterio del doppio tampone negativo con quello indicato nelle nuove direttive OMS, riducendo a 10 giorni il periodo di malattia per COVID-19 (più 3 giorni senza sintomi, nel caso ve ne fossero) e abbandonando l’uso del tampone di controllo. 

Ve lo chiediamo per tre ragioni, ciascuna delle quali ci sembra da sola sufficiente a giustificare la nostra richiesta.

  • La prima ragione riguarda la vita delle persone coinvolte: mantenere in isolamento forzato un paziente che con ogni probabilità non è più contagioso non è di alcuna significativa utilità, né per il paziente né per la collettività. 
  • La seconda ragione riguarda l’economia e la ripresa del nostro Paese: la nostra collettività ha bisogno del contributo di queste persone, ora lasciate per lungo tempo in uno stato di ingiustificata immobilità.
  • La terza ragione – che ci pare persino più importante delle altre – riguarda la salute pubblica: il timore di venire isolati senza un termine temporalmente definito costituisce un pericoloso disincentivo alla segnalazione dei propri sintomi per chi si ammala e all’utilizzo dell’app di tracciamento, che invece necessita urgentemente di molte nuove adesioni.

Concludiamo con un’osservazione. In senso contrario alla nostra richiesta, si sostiene frequentemente che le nuove direttive OMS sarebbero pensate per i Paesi con risorse limitate e che dunque non possono garantire un secondo tampone in tutti i casi in cui ciò è necessario, a causa dell’insufficienza di strumenti e personale medico. La descritta obiezione a nostro avviso non regge.
In primo luogo, gran parte dei Paesi europei hanno da tempo adottato le nuove linee guida OMS. In secondo luogo, le motivazioni di salute pubblica sopra indicate giustificherebbero persino l’assunzione di un modestissimo rischio, se esso fosse veramente associato alle nuove linee guida.
Infine, grande è la richiesta, da parte delle regioni, di maggiori risorse per aumentare i tamponi: la scelta che Vi chiediamo potrebbe offrire un aiuto importante in questa direzione.
Nella certezza che considererete con attenzione la nostra richiesta, Vi salutiamo cordialmente e Vi ringraziamo per il Vostro lavoro.

Ad oggi la sperimentazione animale non è sostituibile con metodi alternativi

La relazione sulla sperimentazione animale nel campo della ricerca sulle sostanze d’abuso trasmessa dal ministero della Salute alle Camere nel luglio
scorso conferma, a valle di approfonditi studi, quanto la comunità scientifica italiana afferma da tempo: allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, la sperimentazione su modelli animali “in vivo” non è ad oggi sostituibile.
Come Presidente dell’Associazione Patto Trasversale per la Scienza,
ringraziamo il ministro Roberto Speranza e il dicastero da lui guidato per aver voluto mettere un punto chiaro su un argomento spesso oggetto di illazioni e battaglie puramente ideologiche, ma infondate dal punto di vista scientifico. È importante, soprattutto in un periodo così complesso dal punto di vista sanitario, che le istituzioni abbiano tenuto conto delle istanze provenienti da molti eccellenti ricercatori di tutto il Paese, spesso vincitori di prestigiosi bandi europei e internazionali. I divieti e le restrizioni alla libertà di ricerca che l’Italia ha scelto di imporre ai nostri ricercatori, più gravosi rispetto alla direttiva europea sulla sperimentazione animale, oltre a svantaggiare gli scienziati italiani impedendo loro di competere ad armi pari con i colleghi europei in vari ambiti del sapere scientifico, sono attualmente oggetto di procedura d’infrazione a Bruxelles.
Oggi il Parlamento, sulla scorta di quanto concluso dal Ministero della Salute nella sua relazione, ha l’occasione di rimuovere questi divieti e di riportare la ricerca biomedica italiana sulle sostanze d’abuso allo stesso livello del resto d’Europa, approvando l’emendamento al dl Semplificazioni presentato dalla senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo.

Guido Poli – Presidente PTS

Il Prof. Guido Poli è il nuovo Presidente del Patto Trasversale per la Scienza

Il Prof. Guido Poli è il nuovo Presidente della nostra associazione. E’ stato designato all’unanimità dal Direttivo per portare a conclusione il primo mandato triennale, a seguito delle dimissioni del Prof. Pier Luigi Lopalco per incompatibilità, vista la sua candidatura alle elezioni amministrative in Puglia.

Guido Poli è uno dei soci fondatori del PTS, immuno-virologo, professore ordinario di Patologia Generale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal 2017 è Presidente del Corso di Laurea in Ricerca Biotecnologica in Medicina dello stesso Ateneo.

Studia sin dall’inizio degli anni ’80 l’immunopatogenesi dell’infezione da HIV/AIDS. Ha iniziato la sua carriera scientifica nel Laboratorio d’Immunologia Umana diretto da Alberto Mantovani presso l’Istituto per le Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano nel 1984, per poi trasferirsi nel 1986 presso il Laboratory of Immunoregulation guidato da Anthony S. Fauci, Direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), National Institutes of Health (NIH), Bethesda, MD, USA. Tornato infine in Italia nel 1994 ha fondato con Elisa Vicenzi l’Unità d’Immunopatogenesi dell’AIDS presso l’IRCCS San Raffaele di Milano, rinominata recentemente “Viral Pathogenesis and Biosafety”.

Un grandissimo in bocca al lupo da tutto il PTS!

Qui potete leggere la lettera integrale ai soci, scritta in occasione dell’insediamento.

Cari Soci,

                è un grande onore per me succedere a Pier Luigi Lopalco nella Presidenza del nostro Patto Trasversale per la Scienza (PTS) e colgo l’occasione per rinnovargli i migliori auguri per la sua nuova avventura civile e politica. Ringrazio anche Andrea Cossarizza che, in qualità di Presidente ad interim, ha gestito i pochi, ma intensi giorni della transizione fino all’elezione della nuova Presidenza.

            Alcuni di voi mi conoscono da tempo come ricercatore dell’area “HIV/AIDS” e/o per la mia battaglia civile da diversi anni per rilanciare un Programma Nazionale di ricerca su questa patologia (evidentemente da aggiornare per includere SARS-CoV-2/COVID-19 e altre malattie virali emergenti) e, più in generale, per rilanciare il tema del finanziamento pubblico alla ricerca scientifica, temi che hanno trovato nel PTS la loro collocazione naturale. Per questo motivo sono stato tra i Soci Fondatori del PTS riconoscendomi appieno nei suoi valori fondanti, riassunti ottimamente nell’incipit dell’Articolo 5 dello Statuto: Lo scopo dell’associazione è la promozione e la diffusione della scienza e del metodo scientifico sperimentale in Italia al fine di superare ogni ostacolo e/o azione che generi disinformazione su temi scientifici…”.

            Avremo tempo e modo di conoscerci meglio con il comune obiettivo di rendere il PTS un punto di riferimento sempre più visibile, credibile e super partes per la società civile, ma anche per chi si trovi nella posizione di legiferare e governare, come descritto nella mission originale della nostra Associazione: Rivolgiamo un appello a tutte le forze politiche italiane, affinché sottoscrivano il seguente Patto Trasversale per la Scienza e s’impegnino formalmente a rispettarlo, nel riconoscimento che il progresso della Scienza è un valore universale dell’umanità, che non può essere negato o distorto per fini politici o elettorali.

Concludo augurandovi una buona estate non dimenticandoci delle poche regole fondamentali che ci hanno garantito nelle ultime settimane un ritorno ad una vita quasi normale nel rispetto della nostra sicurezza e di quella di chi ci sta vicino.

                                                                                                                                  Cordialmente,

Prof. Guido Poli

Presidente PTS

           

Patto Trasversale della Scienza: no all’uso della scienza e della pandemia a fini elettorali

In relazione alla ventilata presenza ad eventi di natura squisitamente elettorale aventi ad oggetto la pandemia di COVID-19, eventi che vedrebbero la partecipazione anche di alcuni importanti soci fondatori del Patto Trasversale per la Scienza, intendiamo ribadire quanto segue.

Il PTS ha esordito sulla scena italiana il 10 gennaio 2019 con un appello dirompente “a tutte le forze politiche italiane” sottolineando che “il progresso della Scienza è un valore universale dell’umanità, che non può essere negato o distorto per fini politici o elettorali.

Inoltre, i valori su cui si fonda il Patto come associazione sono legati al riconoscimento che il metodo scientifico sia ad oggi il miglior mezzo di indagine della realtà e di interpretazione dei fatti complessi che ci si presentano, soprattutto in quei casi in cui si tratta di eventi improvvisi, anche se non imprevisti, che mettano in serio pericolo sia la salute delle persone, sia il loro modo di vivere, sia la società e l’economia nel loro complesso.

In questo quadro, appare grave ed incomprensibile l’eventuale adesione da parte di importanti soci del PTS ad iniziative in chiave chiaramente politica ed elettorale che vedano come guida o contributori soggetti che sono stati oggetto di querela o di diffida da parte del PTS proprio per le pericolose posizioni antiscientifiche espresse durante l’epidemia di COVID-19, insieme ad altri che in moltissime occasioni hanno dimostrato la propria lontananza dal metodo scientifico.

Intendiamo quindi stigmatizzare sia l’iniziativa messa in essere da chi vuole strumentalizzare l’opposizione alla scienza in chiave elettorale, sia la partecipazione di chiunque abbia aderito al PTS o si ritenga membro della comunità scientifica ad iniziative di questo segno.

Chiediamo quindi a tutti gli affiliati del PTS di non prestarsi a situazioni dove una tesi preconcetta sulla salute o la gestione pubblica dell’emergenza epidemica sia funzionale ad una parte politica o schieramento. Il non accoglimento di questo invito comporterà la rivalutazione della compatibilità dell’affiliato al PTS in base alle regole statutarie.

Covid-19: pubblicato oggi su Nature Communications uno studio italiano

Arriva da un team di ricercatori italiani una svolta importante nella cura del Covid-19.  Il gruppo di ricerca del prof. Cossarizza (Università di Modena e Reggio Emilia) pone l’attenzione sul pathway infiammatorio IL17-mediato – in un contesto di reclutamento e attivazione dei neutrofili – suggerendone l’inibizione come possibile strategia terapeutica contro l’infezione da SARS-CoV-2. Questo apre la strada e pone le basi scientifiche per l’utilizzo di nuovi farmaci biologici e ulteriori soluzioni terapeutiche.

Lo studio è stato pubblicato oggi su Nature Communications e spiega per la prima volta i dettagli dell’esaurimento funzionale dei linfociti presenti nel sangue periferico, descrivendo in modo esaustivo il comportamento delle molecole e delle cellule responsabili della tempesta citochinica presente nei pazienti COVID-19 con polmonite. Lo studio, la cui versione preliminare era uscita il 20 aprile nella piattaforma online del gruppo Nature e scaricata nelle prime 48 ore da oltre 4.000 ricercatori, era stato parzialmente presentato dal Prof. Andrea Cossarizza il 30 aprile al webinar della rivista Science cui hanno partecipato oltre 8.000 medici e scienziati.

Le riviste sopraccitate ci hanno chiesto – dice Andrea Cossarizza – di dare immediatamente notizia di quanto avevamo trovato. Lo abbiamo fatto, seppur controvoglia, perché pensiamo che si debba parlare solo dopo che un lavoro è stato giudicato e pubblicato. Eravamo però d’accordo nel rendere noti subito i nostri dati viste le possibili implicazioni terapeutiche. Nella versione finale dello studio, ora pubblicata, vengono riportati ulteriori dettagli sul ruolo delle citochine coinvolte nella patogenesi della malattia (ne sono state indagate 31), e ulteriori analisi delle cellule responsabili della loro produzione”.

Nelle fasi della malattia in cui predomina una iper-attivazione – spiega Cossarizza – le cellule del sistema immunitario si fanno la guerra tra loro, azionano altre cellule, i monociti e i granulociti neutrofili, e coinvolgono strutture come gli endoteli vascolari e gli epiteli polmonari. Nel paziente vengono a coesistere linfociti attivati oppure esauriti, appena prodotti dagli organi linfoidi oppure senescenti, e linfociti che producono molecole con effetti biologici opposti. È quindi una risposta caotica senza alcuna logica che esaurisce la risposta immunitaria. Un po’ come correre la finale olimpica dei 400 metri ostacoli, arrivare alla fine completamente stremati e sentirsi dire che si è sbagliato gara e bisogna iniziare subito la maratona. Inoltre, molti aspetti della risposta cellulare, come la capacità proliferativa e la funzionalità mitocondriale, mimano quanto accade nel processo di invecchiamento del sistema immunitario, definito “inflammaging”, che a Modena viene studiato da oltre 30 anni, nel quale una eccessiva infiammazione cronica sta alla base del malfunzionamento immunitario tipico delle persone molto anziane”.

I dati dei ricercatori modenesi mostrano che tra le molecole importanti nell’attivare e mantenere la deleteria iper-infiammazione immunitaria non c’è soltanto l’interleuchina-6 (IL-6), contro la quale viene impiegato con successo l’ormai noto farmaco biologico Tocilizumab (i cui notevoli effetti sulla riduzione della mortalità sono stati pubblicati la settimana scorsa su The Lancet Rheumatology dal gruppo della Professoressa Cristina Mussini e del Professor Giovanni Guaraldi), o le ben note molecole infiammatorie IL-1 e il fattore di necrosi tumorale (TNF) contro cui sono da anni disponibili diversi farmaci, ma molte altre molecole, la cui presenza nei pazienti COVID non era mai stata osservata prima. Alcune tra queste potrebbero costituire nuovi bersagli terapeutici, ad esempio le citochine proinfiammatorie IL-17, IL-8, le galettine e il GITR (proteina indotta dai glucocorticoidi e correlata alla famiglia del recettore del TNF).

Grazie al fatto che alcuni di questi dati sono stati resi pubblici prima della pubblicazione su Nature Communications, in diversi Paesi sono già in corso trials clinici con farmaci capaci di bloccare l’azione della IL-17, quali secukinumab e brodalumab, già clinicamente utilizzati per altre patologie quali la psoriasi o l’artrite psoriasica. Questi farmaci potrebbero avere una grande importanza perché la IL-17 è una molecola fondamentale per attivare i granulociti neutrofili e indirizzarli ai polmoni, dove causano gravi danni. Farmaci contro la IL-8, come Hu-Max-IL8, sono già in fase di sperimentazione per bloccare le capacità di questa molecola di attivare i processi infiammatori (localizzati anch’essi nei polmoni) che richiamano le cellule attivate dalla IL-17.

Lo studio modenese – si può affermare – ha gettato le basi scientifiche per l’utilizzo di nuovi farmaci biologici, e aperto la strada a ulteriori soluzioni terapeutiche. I ricercatori avanzano pertanto l’ipotesi che, come accade in altre malattie infettive o in molti tumori, si possa usare contro il SARS-CoV-2 un potente cocktail di molecole (ognuna utilizzata a basse dosi per evitare possibili effetti collaterali), capace di bloccare nello stesso momento la dannosa azione della consistente pletora di citochine.

“Devo innanzitutto ringraziare – conclude il Professor Andrea Cossarizza – i miei collaboratori del gruppo di Immunologia, che fin dall’inizio della pandemia hanno passato in laboratorio settimane, anzi mesi interi senza sosta, Pasqua compresa, per aiutarmi a chiarire le basi immunologiche di questa devastante malattia. Senza le ricercatrici Sara De Biasi e Lara Gibellini, con Caterina Bellinazzi, Rebecca Borella, Lucia Fidanza, Licia Gozzi, Domenico Lo Tartaro, Marco Mattioli, Annamaria Paolini, e senza l’aiuto degli innumerevoli ed appassionati colleghi clinici, non avremmo potuto raggiungere questo traguardo, che non è tanto la pubblicazione dei nostri sforzi, quanto l’approfondimento dell’immunopatogenesi di COVID-19, utile a tracciare nuove e sempre più efficaci strade terapeutiche. Ringrazio anche tutte le persone, associazioni, società e gruppi bancari che hanno contribuito e stanno contribuendo con le loro donazioni a finanziare le nostre ricerche. Ma la battaglia è appena iniziata. Noi abbiamo soltanto identificato dei nuovi possibili bersagli per frenare la malattia. La fine del SARS-CoV-2 avverrà solamente con il vaccino”.

Scienza e giustizia in Italia: Il caso Light-Up

di
Roberto Caminiti, Neurofisiologo, Università di Roma SAPIENZA
Maria Antonietta Farina Coscioni, Presidente Istituto Luca Coscioni

Il progetto Light-Up sulla visione cieca delle Università di Torino e Parma può iniziare i suoi esperimenti, in quanto il TAR del Lazio ha respinto il ricorso della Lega Antivivisezione, che aveva chiesto la revoca dell’autorizzazione concessa dal Ministero della Salute nel 2018. Il TAR ha infatti ritenuto le censure “infondate” in “fatto e in diritto”. Il progetto era stato temporaneamente bloccato da una sospensiva del Consiglio di Stato.

La LAV ha già annunciato ricorso presso lo stesso Consiglio di Stato, contro la sentenza di merito finale del TAR. Vista la complessità ed il dettaglio del pronunciamento del TAR, che ha smontato in maniera analitica la richiesta della LAV, indirettamente rispondendo alla disinvolta ed imbarazzante sospensiva imposta dal Consiglio di Stato, per quest’ultimo sarà compito arduo ribaltare il giudizio di merito del TAR.
Questa è una buona notizia, in quanto in Italia non si era mai visto che un progetto di ricerca, autorizzato dal Ministero della Salute su parere tecnico del Consiglio Superiore di Sanità e finanziato dall’European Research Council dopo una rigorosa analisi scientifica ed etica venisse bloccato da un tribunale amministrativo a seguito di un ricorso presentato da un’associazione che non ha competenza alcuna nel merito del progetto. Era chiaro fin dagli inizi di questa vicenda che l’obiettivo della LAV era quello di conseguire un successo emblematico nella battaglia volta ad eliminare la ricerca basata sull’uso degli animali, ad iniziare dai primati non umani, a favore di inesistenti ed illusori metodi alternativi e di una sperimentazione diretta sull’Uomo, come quella appena invocata per la ricerca di un vaccino per il coronavirus.
Obiettivo del progetto Light-Up è quello di studiare nella scimmia i meccanismi che consentono nell’Uomo alcune residue capacità visive dopo lesione delle aree visive della corteccia cerebrale, fenomeno descritto nell’uomo e nei macachi con il termine di “visione cieca”, ed attraverso ciò
favorire un recupero della visione grazie a nuovi approcci riabilitativi ispirati da indagini sperimentali rigorose e riproducibili. La straordinaria similitudine tra il sistema visivo dell’Uomo e della scimmia, cosa che i “ricercatori” di riferimento della LAV ignorano, rende il progetto di grande interesse sia per la ricerca fondamentale che per quella traslazionale, ed anche un mezzo per uno studio della vista e delle sue patologie attraverso un approccio evoluzionistico, che sempre più si conferma come una via maestra per l’analisi dei fenomeni biologici.
E’ chiaro, quindi, che un progetto così elaborato dal punto di vista culturale e con così solide fondamenta metodologiche non potrà essere sottoposto ad un ulteriore grado di giudizio da un organo non scientifico quale il Consiglio di Stato, che non può entrare nel merito della ricerca, ma solo pronunciarsi sull’iter logico delle valutazioni già espresse per ben due volte dal Consiglio Superiore di Sanità e con membri totalmente diversi.

Ciò rimanda al problema della contraddittorietà di alcuni aspetti del nostro sistema giuridico, che in passato ha imposto ad ospedali pubblici di somministrare inefficaci terapie per malattie incurabili, come nel caso Stamina per le malattie neurodegenerative.

La politica in Italia non riesce ancora a garantire quella libertà di ricerca sancita dalla Costituzione, né a proteggere per legge, come nel Regno Unito, i propri ricercatori dagli attacchi continui di un animalismo estremo, spesso usato dalla politica stessa come bacino elettorale. Tutto ciò è un chiaro segno dell’arretratezza culturale di una classe dirigente che per anni ha ignorato la scienza, per riscoprirne il ruolo indispensabile per la difesa della nostra comunità in un momento, come questo, in cui emergono tutte le fragilità derivanti dai sistematici tagli a istruzione, ricerca, e assistenza sanitaria, da considerarsi beni primari per ogni individuo.
Ritorna, irrisolto, il problema delle competenze e del merito, temi ancora estranei alla cultura ed alla pratica di gran parte delle classi dirigenti di un Paese che fatica a diventare moderno, mentre rimane permeabile a suggestioni di massa, quali quelle no-vax o no-OGM, ed a spinte
irrazionalistiche, manifestatesi anche recentemente in alcuni settori della società, specie negli ambienti della destra politica e populista, contro il lockdown imposto dalla pandemia da coronavirus.

Le manifestazioni di piazza del 2 giugno ne sono palese dimostrazione.
Senza un cambio di passo ed una nuova visione sul ruolo della ricerca non si ricostruisce su nuove basi un paese in difficoltà quale il nostro, l’esito finale della vicenda Light-Up sarà una prima significativa cartina di tornasole in merito.