IL PLASMA CONVALESCENTE

di Guido Silvestri

Bollettino del 5 maggio 2020

1. LA RITIRATA CONTINUA

Continua la ritirata di SARS-CoV-2 dall’Italia. Anche oggi è calato, per il VENTIDUESIMO giorno consecutivo, il numero totale dei ricoveri in terapia intensiva per COVID-19 in Italia (da 1501 a 1479 unità), così come il numero dei ricoveri ospedalieri (da 17.242 a 16.823, quindi di ben 419 unità). Negli ultimi tre giorni il calo dei ricoveri in terapia intensiva ha rallentato, vedremo nei prossimi giorni se è un fenomeno duraturo, magari legato alla ridotta mortalità, oppure se è stato solo un artefatto del ponte del Primo Maggio. Da notare che, per la prima volta da un mese e mezzo, il numero dei decessi per COVID-19 in Italia è sotto i 200 per due giorni consecutivi.

2. IL PLASMA CONVALESCENTE

Innanzitutto ribadisco i miei complimenti ai colleghi degli ospedali San Matteo di Pavia e Carlo Poma di Mantova – ed in particolare a Giuseppe De Donno e Massimo Franchini, primari rispettivamente della Pneumologia e del Servizio Trasfusionale a Mantova – che hanno fatto da pionieri, in Italia, dell’uso di plasma di soggetti convalescenti come terapia dei casi severi di COVID-19. Al momento hanno trattato 82 pazienti con buoni risultati e minima tossicità, quindi in accordo con le esperienze dei medici cinesi e quelle degli studi, peraltro molto più grandi, condotti qui in America.

Senza voler smorzare l’entusiasmo e l’orgoglio di questi bravissimi colleghi (e quelli dei loro sostenitori nei social), è bene ricordare che:

  • L’uso di plasma o siero convalescente per trattare malattie infettive è stato introdotto nella pratica medica da oltre un secolo.
  • Nel Department of Pathology alla Emory lo abbiamo usato con successo nel 2015 in pazienti con Ebola (Kraft C et al., Clin Infect Dis. 2015; 61:496-502).
  • Nel caso di COVID-19 il plasma convalescente è stato usato in vari studi effettuati durante la prima fase della pandemia in Cina (Chen et al. Lancet Inf Dis 2020; Shen et al., JAMA 2020; Duan et al., PNAS 2020) e sul tema due miei Vice-Direttori, John Roback e Jeannette Guarner, hanno scritto un editoriale pubblicato sul prestigioso JAMA il 27 marzo 2020.
  • In America il trattamento è approvato dalla FDA nel marzo 2020, e ad oggi sono stati praticati gratuitamente oltre 5,200 trattamenti con plasma donato da oltre 8.000 soggetti convalescenti (da cui consegue che chi insinua che la terapia con plasma convalescente sia “boicottata” dagli Amerikani è un emerito imbecille).
  • Come sempre in medicina è importante attendere il risultato di studi controllati prima di emettere giudizi definitivi in termini di efficacia di un trattamento terapeutico.
  • Tra i vantaggi del trattamento, oltre alla promettente efficacia, segnalo anche il costo basso e la grande sicurezza.
  • Aggiungo, da vecchio “romantico” della medicina – e da figlio di un primario di Centro Trasfusionale che considerava la donazione di sangue un grande gesto di solidarietà – che mi piace molto l’idea di una terapia resa possible dallo sforzo generoso di persone che, guarite da una malattia, vogliono fare qualcosa di utile per i propri simili meno fortunati di loro.
  • I limiti principali del trattamento sono la virtuale impossibilità di standardizzazione (vista la variabilità da donatore a donatore) e, durante la prima fase della pandemia, la scarsa disponibilità di donatori.
  • Per chi volesse più informazioni SERIE su questo tema consiglio di leggere questo position paper: Bloch EM et al., Deployment of convalescent plasma for the prevention and treatment of COVID-19. J Clin Invest 2020, con autori di Johns Hopkins, Mayo Clinic, Stanford, WUSTL, Columbia, NY Blood Center, Michigan State, Albert Einstein e Brown.

3. ANCORA SULLA RIAPERTURA

Ieri parlando alla RAI (La Vita in Diretta) ho fatto una metafora che per me rappresenta bene lo stato attuale delle cose, e che in molti mi hanno chiesto di riproporla anche qui.

Per come la vedo io, l’Italia in questo momento è come una barca che naviga tra due grandi scogli. Da un lato c’è lo scoglio del virus (e della malattia), che hanno fatto ormai quasi 30.000 morti, mentre dall’altro c’è lo scoglio del disastro economico dovuto al lockdown, che può creare problemi seri anche dal punto di vista socio-sanitario.

In questa metafora la cosiddetta “riapertura” o fase-2 rappresenta una sterzata necessaria per allontanare la barca dallo scoglio del disastro economico – ma non possiamo ignorare il fatto che questa sterzata fatalmente ci faccia avvicinare allo scoglio del virus e della malattia.

Per questo dobbiamo stare molto attenti, e farci guidare dai tre principi che continuo a ripetere come un disco rotto: MONITORAGGIO (che deve dirci quanto siamo distanti dai due scogli), FLESSIBILITA’ (che deve permetterci di cambiare rapidamente la direzione di marcia, se necessario) e COORDINAZIONE (che deve farci andare in armonia con le altre barche che stanno attraversando lo stesso stretto).

Mai come in questa metafora vale il detto “siamo tutti sulla stessa barca”, nel senso che ognuno di noi può e deve fare la sua parte per evitare di andare a sbattere (come abbiamo già fatto nel marzo scorso).

La necessità del dubbio ed il dovere della trasparenza nella scienza

Roberto Caminiti

Professore di Fisiologia, Università di Roma SAPIENZA

Oggi più che mai i ricercatori hanno il dovere della trasparenza e chiarezza, dettata non solo da un imperativo etico, ma anche dalla necessità di non veicolare illusioni e false certezze, come quella di un vaccino “rapido”

In un mio articolo sul Sole24 Sanità del 31 marzo 2015, a proposito dell’importanza della trasparenza nella scienza contemporanea, scrivevo come “…la trasparenza deve ispirare il dubbio ed il pensiero critico che percorre le vene della vera scienza, ed essiccare quei terreni di cultura che nel nostro Paese hanno portato alla “cura Di Bella” per il cancro e a Stamina per le terapie delle malattie neurodegenerative. Un atteggiamento opaco dà spazio a spinte irrazionaliste, a falsi professori e moderni Dulcamara che con i loro elisir affollano le TV private e incredibilmente anche quelle pubbliche. E’ importante che gli scienziati non veicolino visioni furbamente sensazionalistiche dei loro risultati. Bisogna spiegare che non esistono centri nervosi che fanno di noi dei criminali o dei santi, ma piuttosto accendere il pensiero critico”. 

Poiché la ricerca è largamente pagata dalle tasse dei cittadini, i ricercatori hanno l’obbligo di uscire dai loro chiostri e comunicare all’opinione pubblica i risultati e l’importanza della ricerca biomedica in forma semplice, sottolineando come nel medio-lungo periodo questa produrrà un rafforzamento dei servizi sanitari nazionali e un significativo vantaggio economico e di salute pubblica nei vari paesi.

Oggi, sotto la morsa del coronavirus, siamo bombardati da notizie sull’andamento dell’infezione, sul numero dei guariti e deceduti, sull’immunità di gregge, su modelli epidemiologici, tamponi mancanti, etc. ed ognuno tende a sviluppare una propria “visione” in merito (la mascherina non serve, gli anticorpi proteggono, l’afa estiva farà evaporare il virus, quindi tutti al mare, etc.) dettata da necessità ed aspettative, piuttosto che da un’analisi razionale dei fatti. Mai, come oggi, le opinioni pubbliche di tutti i Paesi scoprono la scienza, sebbene solo come temporanea consigliera di un potere politico inerme che, specie in Italia, ha tradizionalmente riempito le assemblee rappresentative di un ceto privo di competenze professionali e scientifiche sufficienti per operare in modo incisivo sulla realtà e sulle sfide, a volte estreme, che essa impone. 

Oggi più che mai i ricercatori hanno il dovere della trasparenza e chiarezza, dettata non solo da un imperativo etico, ma anche dalla necessità di non veicolare illusioni e false certezze, come quella di un vaccino “rapido”, che bypassando fasi cruciali, quale la sperimentazione sugli animali, sarebbe disponibile entro l’autunno, un evento che i virologi più seri e responsabili ritengono altamente improbabile e perfino pericoloso.  La comunicazione con l’opinione pubblica e la politica deve essere essenziale, poiché in passato gli scienziati sono stati muti ed oggi il loro dire attuale è più che mai mediato dall’interazione con il mondo dell’informazione. Questa, in Italia (e non solo) ha tradizionalmente avuto scarsa cognizione dell’impatto sulle nostre vite del metodo scientifico di galileiana memoria, come dimostrato dalle deboli redazioni scientifiche dei mezzi di informazione radiotelevisivi e della carta stampata, dal numero limitatissimo di scuole di giornalismo scientifico, dallo scarso rilievo che scienza e ricerca hanno nell’educazione scolastica. Oggi più che mai la scienza, piuttosto che assecondare facili speranze, ha il dovere e l’occasione di ispirare il dubbio, non come forma di nichilismo, ma come veicolo di quel pensiero critico che è l’essenza del suo agire.

L’esercizio del dubbio ha attraversato per secoli il pensiero filosofico e scientifico, a partire dalle scuole arabe e persiane che rifiutavano l’eredità della saggezza greca, ispiratrici di quel movimento chiamato al-shukuk (dubbi), come scritto in un bell’articolo di Jim Al-Khalili sul Guardian 1. Il dubbio come forma sistematica del pensare attraversa Socrate, Sant’Agostino, Cartesio, Kant, e più recentemente Wittgenstein, Popper, Kuhn, ed il laboratorio di zetetica, intesa come arte del dubbio, di Broch. Il principio di falsificabilità di Popper, pur nella sua radicalità, rimane una pietra miliare della scienza contemporanea. La vera scienza ha un incedere lento, perché si basa su intuizioni, ipotesi, verifiche sperimentali, pause, nuovi inizi ed anche fallimenti, ed i suoi risultati devono essere sempre falsificabili, altrimenti è fede o superstizione.  L’esercizio del dubbio porta all’ammissione degli errori ed alla loro correzione e, attraverso ciò, svolge una funzione educativa, come premessa della diffusione di una visione critica della realtà.

Questo è oggi l’unico strumento che abbiamo anche per neutralizzare i veleni di creazionisti e teorici della cospirazione, quei moderni untori che hanno il loro terreno di cultura negli ambienti ultraconservatori cattolici USA, stretti amici di sovranisti e fascisti nostrani e sostenitori che il coronavirus è la maledizione divina in risposta all’abbandono della dottrina cristiana da parte dell’attuale Pontefice, da mandare al rogo come le streghe, i maghi e gli ebrei di Spagna ritenuti responsabili della pestilenza del 13002. Nel suo articolo sul Guardian, Al-Khalili nota opportunamente che, al contrario del metodo scientifico, i teorici della cospirazione accettano e diffondono solo quelle evidenze che confermano, piuttosto che confutare le loro credenze ed i  movimenti politici che ad essi si ispirano considerano il pensiero critico una forma di debolezza e di perversione da estirpare dalle nostre società.

Sebbene “popolare” come mai, la scienza oggi si confronta con una doppia sfida: arginare l’attuale pandemia e convincere l’opinione pubblica e la politica che il suo fare non è caratterizzato da certezze, ma disseminato di fertili dubbi.  Solo se questo atteggiamento culturale ispirerà anche la politica e la società tutta si potrà sconfiggere il coronavirus oggi o catastrofi prossime venture. Tra queste, temibilissime per le future generazioni sono quelle che deriveranno dagli effetti dei cambiamenti climatici, a tutt’oggi negati dai sovranisti di ogni genia, gli stessi che inizialmente hanno negato l’esistenza dell’attuale pandemia, esemplare il caso di Trump negli USA.  Gli autocrati sfrutteranno future emergenze, come l’attuale, per avocare a sé i pieni poteri (vedi Orban in Ungheria) e restringere gli spazi della democrazia3, che dovrà sempre più fondare le sue basi sulla condivisione e sulla vera forza, e non debolezza, del pensiero critico.

La scienza ha molto da dire a tal proposito, ed è bene che lo faccia sempre, non solo quando interrogata da ceti politici impreparati e frettolosi, che non vanno solo informati criticamente sul da farsi, ma messi di fronte alle responsabilità passate sulla drammaticità del momento (e dei mesi a venire), quali il depotenziamento e frazionamento del sistema sanitario nazionale, della medicina di territorio, ed i tagli sistematici alla ricerca. Gli scienziati, come intellettuali, devono esercitare un ruolo critico che, abbandonando ogni narcisismo, mai dovrà assomigliare a quello di acritico “consigliere del Principe”. Non deve sorprendere che l’attuale Governo, nel difficile equilibrio tra salute ed economia, tenti di operare delle scelte ispirate da un approccio scientifico che, come nel “dilemma del prigioniero”, trova un suo equilibrio tra interesse individuale e collettivo pagando un inevitabile costo4

1 https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/apr/21/doubt-essential-science-politicians-coronavirus?CMP=Share_iOSApp_Other

2 Da non perdere a tal proposito l’intervista di Daniela Minerva ad Andriano Prosperi sullo speciale COVID 19 di LIVE del 30 aprile.

3 Ezio Mauro, La pandemia aiuta gli autocrati, la Repubblica, 27 aprile 20204   Vittorio Pelligra, Il Sole 24 Ore, 20 Marzo 2020 (https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-come-potrebbe-cambiare-regole-sociali-altruismo-e-opportunismo-ADr6A2E?refresh_ce=1)

MUCCA PAZZA e COVID19

Cristina Casalone, Dirigente Veterinario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è socio e membro del Gruppo PTS sulla Sperimentazione animale. A lei si deve la scoperta di un nuovo ceppo di BSE nominato “BASE” (Bovine Amyloidotic Spongiform Encephalopaties) e lo sviluppo di un suino transgenico SOD-1 per lo studio della SLA. E’ inoltre responsabile di un progetto dell’agenzia Spaziale Europea sull’Alzheimer eseguito ad Agosto da Parmitano sulla Stazione Spaziale Internazionale.Insieme a Giovanni Di Guardo, Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria all’Università di Teramo, hanno messo a confronto due epidemie di origine zoonotica: la COVID-19 e l’Encefalopatia spongiforme bovina – il “morbo della mucca pazza”, una malattia neurologica cronica causata da un prione (una proteina anomala) tipica dei bovini ma trasmissibile all’uomo attraverso carne contaminata.

L’articolo è stato pubblicato in veste di lettera all’Editore (e-letter) su Science – https://bit.ly/2Y5NRPRe da poco su Focus – https://bit.ly/35aZFBY

“L’allarme su una possibile correlazione tra morbo della mucca pazza e malattia di Creutzfeldt-Jakob (una forma grave di demenza con decorso molto rapido) in soggetti giovani arrivò in Gran Bretagna nel 1996. Oggi l’epidemia legata al consumo di carni infette è stata praticamente eradicata. Proprio in un momento come questo, in cui il mondo intero sta combattendo il virus SARS-CoV-2, responsabile della più grande emergenza sanitaria globale, è quanto mai importante fare memoria delle lezioni apprese nel corso di emergenze sanitarie passate. Una di queste è senz’altro rappresentata dall’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), popolarmente nota come “morbo della mucca pazza”. CoViD-19 e BSE infatti, pur nelle colossali differenze che caratterizzano le due malattie, la prima causata da un virus a tropismo respiratorio, l’altra di origine alimentare e causata da un prione, un agente “sui generis” di natura proteica, presentano tuttavia una serie di analogie gestionali estremamente interessanti.

AGIRE PER SALVARE VITE. La prima di esse riguarda il principio di precauzione, un “minimo comune denominatore” applicato alla gestione di qualsivoglia emergenza, non meramente sanitaria e dalle conseguenze imprevedibili in quanto se ne hanno conoscenze imprecise e frammentarie se non largamente deficitarie. Ove l’agente di malattia risultasse trasmissibile all’uomo, come nel caso di quello responsabile della BSE, oppure fosse dotato di una contagiosità quanto mai elevata a fronte della mancata disponibilità di farmaci e/o di vaccini specifici, come nel caso del coronavirus che provoca la CoViD-19, ecco che al principio di precauzione viene ad affiancarsi il concetto di worst case scenario. Tradotto in italiano, il peggiore scenario che si possa immaginare, sulla cui scia verranno predisposte e adottate tutta una serie di misure finalizzate a ridurre al minimo l’esposizione umana. Nella gestione sanitaria e nella conseguente massima mitigazione del rischio di trasmissione della BSE all’uomo tali misure hanno comportato l’esclusione, dal consumo alimentare, di numerose matrici biologiche a livello delle quali è stata documentata la presenza d’infettività. Analogamente, nel caso della drammatica “emergenza da coronavirus” sono state adottate una serie di misure draconiane che, a partire dalla città di Wuhan e dalla provincia cinese di Hubei (epicentro della pandemia da SARS-CoV-2), sono state successivamente applicate in maniera progressiva da vari Paesi, primo fra tutti l’Italia, il cui esempio è stato seguito a ruota da molti altri Paesi europei ed extra-europei.

UNA LACUNA DA COLMARE. Il principale gap relativo all’adozione del principio di precauzione è rappresentato dalla mancanza di conoscenze adeguate sul “nemico” che ci si trova a combattere, un agente patogeno di dimensioni submicroscopiche e come tale percepito come una minaccia ancor più incombente sulle nostre vite. La comunità scientifica non soltanto è chiamata a dare un nome e un cognome a questo nemico, ma anche ad individuare i tessuti e le cellule in grado di consentirne la replicazione, unitamente ai meccanismi e alle risposte attuate dall’organismo per limitarne la diffusione.Queste fondamentali quanto imprescindibili conoscenze potranno esser desunte dalle indagini “post mortem”, come hanno chiaramente documentato anche i numerosi studi finora condotti sulle specie naturalmente (bovino, gatto, uomo, etc.) o sperimentalmente infettate con l’agente della BSE. Non vi è dubbio alcuno, in proposito, che le attuali conoscenze sulla patogenesi dell’infezione da SARS-CoV-2, da ritenersi allo stato attuale oltremodo lacunose e frammentarie, potranno grandemente beneficiare dallo studio dei pazienti deceduti.Nonostante le numerose interviste concesse dai pur autorevoli colleghi e scienziati quotidianamente intervistati dai media (virologi, infettivologi, epidemiologi, esperti di sanità pubblica ed altre figure che si avvicendano nell’arena mediatica), nell’inquadramento nosologico e nosografico oltre che nella classificazione dell’infezione da SARS-CoV-2 e della malattia da esso sostenuta, la CoViD-19, non si è visto fino a questo momento un solo patologo esprimere la propria opinione nel merito. È infatti grazie alla fondamentale opera svolta dai patologi che potremo ottenere una fotografia della dimensione post-mortem della malattia, con specifico riferimento alla sequenza evolutivo-patogenetica dell’infezione da SARS-CoV-2.E, come dimostrato per i ceppi responsabili di malattie prioniche “atipiche” con caratteristiche diverse dal ceppo originario, sia nell’uomo che negli animali, potrebbero esistere ceppi del virus SARS-CoV-2 dotati di differenti livelli di patogenicità nei confronti del nostro organismo. Ribadiamo, ancora una volta, la cruciale rilevanza delle indagini post-mortem per chiarire questi fondamentali aspetti attinenti alla biologia dell’agente virale e, nondimeno, alle sue dinamiche d’interazione con l’ospite.INDAGINI PIÙ CAPILLARI. Nel corso dell’epidemia di BSE l’introduzione dei cosiddetti “test rapidi” a scopo diagnostico ha permesso di esaminare tutti i bovini adulti che non presentavano sintomatologia clinica ed eliminarli dal consumo umano riducendo così l’esposizione della popolazione all’agente infettivo. L’attuazione di questa sorveglianza definita attiva, in quanto si cerca attivamente la malattia ha richiesto uno straordinario sforzo tecnico ed organizzativo da parte di tutti coloro che si occupavano del settore. Si trattò, infatti, di allestire nuovi laboratori che permettessero di esaminare dai 1500 ai 2500 campioni al giorno.Analogamente, nel caso di SARS-CoV-2, recenti indagini condotte sui macachi dimostrano come sia possibile rilevare precocemente la presenza del virus in animali infettati sperimentalmente e asintomatici. Pertanto, in base a quanto sopra descritto si può affermare che l’utilizzo dei test mediante effettuazione di tamponi sulla popolazione adulta permetterebbe di ridurre in maniera considerevole il numero dei contagi applicando conseguentemente le misure di isolamento sui casi risultati positivi.

REALTÀ INTERCONNESSE. Mai come in questo momento si rende evidente il concetto di “One Health”, che riconosce quanto la salute dell’uomo sia legata indissolubilmente alla salute degli animali e dell’ambiente. Ne deriva il legame, parimenti indissolubile, attraverso il quale medicina umana, medicina veterinaria e tutela dell’ambiente sono reciprocamente interconnesse, un concetto che i nostri antichi padri traducevano efficacemente con l’espressione “universal medicina”. Diviene pertanto cruciale la collaborazione interdisciplinare, nel cui ambito il ruolo degli esperti in grado di modellare l’evoluzione delle epidemie e l’impatto dei cambiamenti climatici sulle caratteristiche eco-epidemiologiche dei relativi agenti causali sta acquisendo un’importanza via via crescente.Tanto più alla luce di quanto recentemente sottolineato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo cui il 75% delle malattie infettive emergenti sarebbero sostenute da agenti di dimostrata o sospetta capacità zoonosica (vale a dire in grado di trasmettersi dagli animali all’uomo). A 35 anni di distanza dalla scoperta del primo caso di BSE in Inghilterra, oggi possiamo affermare che la malattia è stata definitivamente sconfitta grazie all’applicazione di misure che, nella loro drammaticità e nella parziale deprivazione di alcune libertà individuali dalle stesse prodotta, hanno grandemente penalizzato dal punto di vista economico alcuni settori più direttamente coinvolti.

Megapillola di ottimismo

di Guido Silvestri

Bollettino del 30 aprile 2020

Oggi ho cambiato il titolo perché abbiamo avuto quella che, a mio modesto avviso, è la notizia più bella da quando è scoppiata la pandemia da COVID-19. La troverete al punto #5 qui sotto, ma prima leggete gli altri punti, perché sono importanti anche loro.

  1. LA RITIRATA CONTINUA
    Come vedete nel grafico postato qui sotto i ricoveri in Terapia Intensiva per COVID-19 in Italia continuano a calare per il DICIASSETTESIMO giorno consecutivo. Adesso siamo arrivati a 1.795 (da un picco di 4.068 registrato il 4 aprile scorso, con un calo ieri di altre 68 unità). Continuano a calare anche i ricoveri ospedalieri totali, che ieri sono scesi di 513 unità (siamo a quota 19.210, mentre il picco di 29.010, quasi diecimila malati in più, risale ormai al 5 aprile scorso). Insomma, lentamente ma fermamente andiamo verso la fine.
  2. ANTICORPI SI’ ANTICORPI NO
    Oggi è apparso su Nature Medicine – una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo – un articolo in cui si mostra che 285 su 285 (100%) pazienti con COVID-19 sviluppano IgG contro SARS-CoV-2 entro 19 giorni dall’inizio dei sintomi clinici (Long QX et al., Nat Med, April 29th, 2020). Il test usato in questo studio è un double-antibody sandwich immunoassay con rilevazione in chemio-luminescenza prodotto dalla Bioscience Co. Il test usa come antigeni la nucleoproteina di SARS-CoV-2 ed un peptide della Spike. Lo studio è IMPORTANTE in quanto conferma che il nostro sistema immunitario monta una risposta anticorpale contro il virus – risposta che con tutta probabilità, basandosi sui precedenti di SARS-1 e MERS oltre che sui modelli animali di infezione da coronavirus, protegge dalla reinfezione o almeno dal ritorno della malattia. Come detto molte volte, ancora non possiamo sapere quanto dura questa risposta (vi prego, non mi chiedete “perché non lo possiamo sapere?”), ma i precedenti con virus simili suggeriscono che dovrebbe durare almeno 12-24 mesi.
  3. IL PIU’ GRANDE VIROLOGO DEL MONDO?
    In questi giorni ho cercato di non dire nulla sul dottor Giulio Tarro, anziano medico italiano purtroppo noto per strane dichiarazioni sia in tema di vaccini che di COVID-19, oltre che per essere presentato con titoli fantasiosi tipo “candidato al Premio Nobel” o “il più grande virologo al mondo”. Ho mantenuto il silenzio perché i miei genitori mi hanno insegnato a rispettare le persone anziane sempre e comunque. Però, vista la rilevanza mediatica che viene data a questo collega, con tanto di intervista da Vespa, Gilletti, Telese etc., mi sento in dovere di postare, nel primo commento qui sotto, la lettera della Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica ed Allergologia (SIICA) a firma della Presidente, la collega ed amica Prof. Angela Santoni. Qui riporto solo la frase finale, importantissima: “Il caso Tarro è un’occasione per sottolineare ora come non mai, nell’emergenza COVID-19, quanto sia necessario che chi ha la responsabilità della comunicazione nei media verifichi l’affidabilità e correttezza della fonte, la correttezza delle affiliazioni e dei crediti scientifici, a salvaguardia del pubblico, dei pazienti, dei ricercatori e del personale sanitario in prima linea.”
  4. DACCI OGGI IL NOSTRO PANICO QUOTIDIANO
    Ieri si è sparsa la voce secondo cui non appena la Germania aveva allentato le restrizioni imposte per contenere il contagio di COVID-19 era immediatamente balzato alle stelle il R0, erano aumentati i contagi in modo drammatico, forse anche i morti (e, a detta di qualcuno, era anche arrivata una invasione di cavallette). Un voce alimentata dalla ormai ben nota “macchina mediatica del panico”, a cui stavolta ha contribuito con un commento improvvido anche il Ministro della Salute Roberto Speranza (a cui, forse, qualcuno dei suoi illustri consiglieri dovrebbe spiegare il concetto di “intervallo di confidenza”). Sulla situazione si fa chiarezza in un ottimo articolo de Il Post (“Davvero in Germania è peggiorata la situazione dopo l’allentamento delle restrizioni? La risposta è no, a guardare i dati, nonostante quello che se ne è letto e detto qui da noi”) a questo link:
    https://www.ilpost.it/2020/04/29/germania-r0-contagi-aumento-restrizioni/?fbclid=IwAR2JnXjoNIe2A7kBZZWHwd40Z9R7J2vuX5a22lD0q6i94WXTMymI-Fy5lvY
    Complimenti davvero di cuore all’autore di questo articolo per aver ristabilito la realtà dei fatti.
  5. LA MEGAPILLOLA DI OTTIMISMO
    Ci siamo arrivati, dulcis in fundo, e grazie per aver letto il resto di questo post. La megapillola di ottimismo sta nel fatto che il farmaco antivirale Remdesivir funziona. In un comunicato stampa del NIH sono stati descritti i risultati preliminari dello studio clinico controllato “Adaptive COVID-19 Treatment Trial”, or ACTT, che ha coinvolto 1.090 pazienti, e rappresenta il primo studio randomizzato e di larga scala per questo trattamento. In questo studio l’uso di Remdesivir ha (i) ridotto in modo statisticamente significativo il tempo medio di guarigione (definita come dimissioni dall’ospedale e ritorno alle normali attività) da 15 giorni a 11 giorni; (ii) ridotto la mortalità da 11.6% a 8.0% (riduzione del 31%, p=0.059, ai limiti dell significatività statistica [NOTA]). Così ha commentato l’ormai leggendario Tony Fauci: “I dati dimostrano che il Remdesivir ha un chiaro e significativo effetto favorevole nell’accelerare la guarigione da COVID-19. Questo è molto importante”. Ha ragione, ed infatti a mio avviso questa è la migliore notizia da quando è scoppiata la pandemia di COVID-19. In altre parole, questo è il primo PUGNO SUL NASO che la grande fratellanza della scienza ha rifilato a questo virus. Se tutto va secondo i piani, Remdesivir dovrebbe essere ora approvato dalla FDA per uso ospedaliero negli USA, e spero che lo stesso possa avvenire presto anche in Italia.

[NOTA: Altri studi clinici controllati di larga scala che sono attualmente in corso chiariranno la significatività statistica del calo della mortalità da COVID-19 osservato nei 1.090 pazienti di ACTT. Al momento ricordo solo che, estrapolando questi dati alla situazione italiana, una riduzione del 31% della mortalità corrisponderebbe a 8.581 vite umane salvate.]

La ritirata continua

di Guido Silvestri

Bollettino del 29 aprile 2020

1. LA RITIRATA CONTINUA Come vedete nel grafico postato qui sotto — grafico che è ormai diventato una celebrità televisiva grazie al bravissimo Alberto Matano di “La Vita in Diretta” (RAI UNO) — i ricoveri in Terapia Intensiva per COVID-19 in Italia continuano a calare per il SEDICESIMO giorno consecutivo. Adesso siamo arrivati a 1.863 (da un picco di 4.068 registrato il 4 aprile scorso, con un calo ieri di altre 93 unità). Continuano a calare anche i ricoveri ospedalieri totali, che ieri sono scesi di 630 unità (siamo a 19.723, per la prima volta dal 23 marzo sotto la simbolica quota 20.000). Insomma, la ritirata di SARS-CoV-2 in Italia continua costante, e la mia proiezione personale è che si arrivi a ZERO ricoveri in terapia intensiva per COVID-19 entro il 31 maggio.

2. DACCI OGGI IL NOSTRO PANICO QUOTIDIANO Il panico quotidiano di oggi, 29 aprile 2020, è la notizia secondo cui sono state segnalate sindromi di Kawasaki — una malattia dei vasi sanguigni — in bambini con COVID-19. Non ho motivi di dubitare di queste segnalazioni, sicuramente interessanti e non sorprendenti considerando le note lesioni vascolari causate da SARS-CoV-2. Per mettere comunque le cose nella giusta prospettiva ricordo che finora, negli USA, ci sono state nell’anno 2020 un totale di 3.593 morti di bambini sotto 1 anno di età di cui quattro (0.11%) causate da COVID-19; un totale di 701 morti in bambini da 1 a 4 anni, di cui due (0.28%) causate da COVID-19, e 1.036 morti in bambini da 5 a 14 anni, di cui due(0.19%) causate da COVID-19. In totale, in America sono morti, nel 2020, 5.330 bambini sotto i 14 anni di cui OTTO (0.15%) per COVID-19 e 5.322 per altre cause (nell’ordine: incidenti stradali, incidenti domestici, neoplasie, omicidi, avvelenamenti, annegamento, malattie congenite, malattie cardiovascolari, infezioni, ed incidenti sul lavoro). Nessuno di questi otto bambini era senza patologie pregresse. La morte di ogni bambino sotto i 14 anni è una enorme tragedia, e questo vale sia per lo 0.15% di morti causate da COVID-19 che per il restante 99.85%.

3. ANCORA SULLE “REINFEZIONI” IN COREA Si continua a citare da più parti lo studio coreano secondo cui il 2% dei pazienti “guariti” da COVID-19 avevano di nuovo un tampone positivo per SARS-CoV-2. Il CDC della Corea, nella persona del suo direttore, Jeong Eun Kyeong, ha specificato che: (i) i soggetti “ripositivizzati” erano tutti o asintomatici o con sintomi lievi, nessuno in ospedale; (ii) il tempo medio di “ripositivizzazione” del tampone era di 13 giorni dalla fine dei sintomi; (iii) non si potevano escludere errori di laboratorio nel test negativo; (iv) nei 6 casi in cui si è cercato di coltivare il virus non si è riusciti (ricordo che la PCR amplifica anche particelle di virus “morto”); e (v) nessuno di questi “ripositivizzati” ha trasmesso il virus ad altre persone. Lo studio coreano dimostra, in sostanza, che in alcuni casi la “guarigione virologica” è più lenta di quella clinica, il che non rappresenta una grande sorpresa. Purtroppo lo studio si è trasformato, grazie alla “macchina del panico”, in una specie di dimostrazione che le persone possano ammalarsi più di una volta (e che quindi non c’è immunità contro COVID-19). Invece, per parlare di vera e propria “seconda malattia”, occorrerebbe soddisfare le seguenti condizioni: (i) paziente guarito in quanto ripetutamente negativo al tampone e con anticorpi IgG nel sangue contro SARS-CoV-2, che (ii) torna ad avere una sintomatologia tale da essere ricoverato in ospedale ed in cui (iii) si dimostra che è stato infettato da due varianti diverse del virus*. Dopo oltre tre milioni di casi di COVID-19 al mondo non c’e’ ancora, che io sappia, un solo paziente che soddisfi questa definizione di re-infezione.Con questo auguro una buona giornata a tutti, e per domani o al massimo dopodomani, se riesco a trovare le energie 🙂 vorrei postare il decalogo che sto preparando sui vaccini per COVID-19.*per il livello di variabilità di genetica di SARS-CoV-2 da utilizzare per questo tipo di finger-printing consiglio la lettura delle mappe filogenetiche dei 3.655 genomi completi di SARS-CoV-2 disponibili su https://nextstrain.org/ncov/global.

IL “CASO TARRO” E LA VERIFICA DELLE FONTI

La Siica Immunologia è la Società Italiana di Immunologia Clinica e Allergologia che annovera tra i suoi iscritti alcuni dei migliori ricercatori italiani – http://www.siica.org/ La SIICA non si limita ad organizzare eventi per medici e scienziati ma, con grande merito, anche incontri per cittadini e studenti come l’Univax Day al quale molti nostri soci hanno partecipato in qualità di relatori.La SIICA ha preso, con il comunicato allegato, una posizione netta che condividiamo e che vi invitiamo a leggere qui https://bit.ly/3cOXl5Y “Fellini, oppresso dalla volgarità dei nostri tempi terminò “la voce della luna” con uno splendido “ ci vorrebbe un po’ di silenzio”. Sarebbe il commento più adatto al bailamme mediatico che accompagna il dramma epocale di COVID-19, bailamme che non si è privato della comparsa di Giulio Tarro, scienziato di modestissima caratura, autoproclamatosi candidato al premio Nobel per scoperte ignote alla comunità scientifica, falso esperto che ha ad esempio infilato nella trasmissione “Non è l’arena” una serie di opinioni personali fra sciacallaggio e becero ottimismo. Chi cita le sue opinioni o lo interpella avrebbe il dovere di controllare il suo curriculum scientifico o almeno Wikipedia, dai quali sarebbe venuto a conoscenza che buona parte di quanto abbia detto risulta essere falso in tempi normali, ma “notitiae criminis” nel dramma che il paese vive!Avrebbe appreso che Tarro, pur “allievo” dello scienziato Albert Bruce Sabin (che ha sviluppato uno dei vaccini contro il virus della poliomielite), e con cui ha condiviso quattro lavori scientifici all’inizio degli anni 70, ha pubblicato 68 lavori scientifici, molti dei quali su riviste italiane non “peerreviewed”, con un totale di 447 citazioni e un indice di Hirsch di 10. Questi indici bibliometrici sono appropriati per un ricercatore all’inizio del suo percorso scientifico, non certo per un senior autoproclamatosi candidato al Nobel. Ad esempio molti membri della nostra Società Scientifica hanno decine di migliaia di citazioni nella letteratura scientifica internazionale e indici H superiori a 50 o 100. Con semplici verifiche avrebbe anche appreso che Giulio Tarro, negli anni recenti, ha partecipato solo a quelle che nella letteratura scientifica internazionale sono definite “predatory conferences” e ha ricevuto “predatory prizes”, l’equivalente insomma delle “fake news” in rete. Avrebbe anche appreso che Tarro ha sostenuto cure senza fondamento scientifico. Per questa sua dubbia reputazione e scarsa rigorosità scientifica, già negli anni 80, Giulio Tarro è stato espulso dalla Società Italiana di Immunologia, allora Gruppo di Cooperazione in Immunologia. Il “caso Tarro” è un’occasione per sottolineare ora come non mai, nell’emergenza COVID-19, quanto sia necessario che chi ha la responsabilità della comunicazione nei media verifichi l’affidabilità e correttezza della fonte, la correttezza delle affiliazioni e dei crediti scientifici, a salvaguardia del pubblico, dei pazienti, dei ricercatori e del personale sanitario in prima linea.

Prof. ssa Angela Santoni

Presidente della SIICA a nome della Società

Roma, 23 Aprile 2020″

“CHI CONTESTA LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE SOSTIENE I TEST DIRETTAMENTE SULL’UOMO”

comunicato congiunto con Research4Life

“Una retorica vuota che rischia di causare altre morti, un cumulo di frasi anche offensive per chi sta lavorando per contribuire a liberare il mondo da Covid-19” afferma Giuliano Grignaschi, direttore di Research4Life, la piattaforma che riunisce il meglio della ricerca italiana, e socio fondatore del Patto traversale per la scienza. 

Sostenere, come fa la LAV in un comunicato, che è necessaria una ricerca “human- based” – sviluppata per l’uomo e sull’uomo – significa proporre di sperimentare direttamente sull’uomo, quindi senza aver testato prima i parametri di efficacia, sicurezza e tossicità come oggi solo la sperimentazione animale consente. 

Insomma, chi contesta la sperimentazione animale sostiene – di fatto – l’idea di fare test anche molto preliminari (e quindi pericolosi) direttamente sull’uomo. 

È importante sottolineare che questa sciagurata strategia non solo esporrebbe i primi volontari a rischi inaccettabili (chi farebbe il volontario?) ma rallenterebbe anche moltissimo le tempistiche e nel frattempo la pandemia continuerebbe ad uccidere migliaia di esseri umani. 

Parlare di test fallimentari sugli animali per Covid19 è da irresponsabili, perché in tutto il mondo la sperimentazione è la base ed il presupposto della ricerca biomedica. È proprio attraverso tentativi, errori, fallimenti e successi che si consolidano cure, si scoprono medicine e vaccini. Proprio come è stato nel caso del vaccino contro Ebola che – contrariamente a quanto afferma LAV – ha dimostrato eccome la sua straordinaria efficacia, fermando quella che in questo caso potremmo davvero definire una “strage silenziosa”, perché colpiva le popolazioni più povere e remote dell’Africa. 

“Da ultimo mi preme sottolineare – continua Grignaschi – che la scienza è altamente democratica e chi dice di disporre di nuovi metodi deve solo dimostrare che funzionano: con i fatti però, non con le chiacchiere. I ricercatori di tutto il mondo si impegnano e lavorano ogni giorno anche per trovare metodi alternativi, ma fino a quando non ci riusciremo la scelta sarà tra sperimentare su cavie umane o animali”.

PROPOSTA PER RIAPRIRE L’ITALIA

CONVIVERE CON COVID-19: proposta scientifica per “riaprire l’Italia” gestendo in modo sicuro la transizione pandemia –> endemia.

PREMESSA: La grande epidemia italiana da COVID-19 non dovrebbe comportarsi in modo molto dissimile da ogni altra epidemia conosciuta. In altre parole, dovrebbe arrivare ad un plateau sia come numero di nuovi casi che come numero di morti per giorno, e poi calare abbastanza rapidamente nel giro di alcune settimane. Nel momento in cui si registreranno finalmente questi importanti segni di rallentamento (i.e., riduzione dei nuovi contagi e decessi) sarà importante iniziare rapidamente una discussione sulle strategie sanitarie a medio-lungo termine che devono essere messe in atto per limitare i danni da COVID-19. Questo perché la strategia a breve termine, basata soprattutto sulle misure di isolamento e di distanziamento sociale della popolazione non sembra essere sostenibile per più di alcune settimane. Per questi motivi, riteniamo che sia necessario riflettere fin da adesso su come meglio emergere dalla attuale fase di isolamento della popolazione, dalla quale pensiamo si debba uscire non appena si osserveranno due-tre settimane di un trend stabile verso un numero molto basso di contagi e morti. Considerando il numero progressivamente crescente di persone infettate da SARS-CoV-2 nel mondo, quello di cui stiamo parlando è la transizione dalla fase “pandemica” di COVID-19 a quella “endemica”. Dal punto di vista scientifico, ci sono almeno tre fattori chiave che possono contribuire allo scenario che prevede una prossima fine per la fase “acuta” dell’epidemia. Il primo fattore, ovviamente, è l’isolamento individuale e il distanziamento sociale (oltre alle misure di igiene individuale). Il secondo fattore, tutto da valutare, è lo stabilirsi di immunità naturale verso COVID-19 in una parte importante della popolazione. Il terzo fattore, anch’esso da confermare ma presumibilmente importante, è la stagionalità, che sappiamo valere per gli altri virus respiratori, compresi i Coronavirus, che prediligono la stagione invernale.Dei tre, solo l’immunità naturale ci potrà proteggere contro il ritorno del virus – ma l’efficacia e la durata di questa immunità non è ancora nota e dovrà essere monitorata nel tempo. Per cui, al momento, e non essendo disponibile un vaccino almeno parzialmente efficace contro SARS-CoV-2, l’unico modo per valutare come questi fattori hanno agito nel ridurre il numero dei contagi (e la conseguente mortalità) è quello di campionare in modo statisticamente rilevante la popolazione generale nelle varie aree geografiche del paese per valutare sia lo stato dell’infezione attiva, tramite tamponi diagnostici (che ricercano il virus nella saliva), che lo stato di immunità della popolazione, tramite analisi sierologiche grazie a test validati per la presenza di anticorpi specifici*. Se, come prevedibile, il livello di immunità specifica nella popolazione risulterà basso – l’unica strategia per “riaprire” l’Italia sarà monitorare a intervalli regolari il possibile ritorno del virus per poter “giocare di anticipo” e prevedere un piano d’azione scalabile finalizzato, per esempio di rapido ripristino delle misure di isolamento individuale e di distanziamento sociale laddove vi sia il forte rischio di un focolaio epidemico, come osservato nella presente epidemia a Codogno (Lodi) e Vò Euganeo, in cui la costituzione di una “zona rossa” ha contribuito in modo importante al contenimento dell’infezione. Se invece l’immunità acquisita spontaneamente a conseguenza della presente epidemia si mostrerà sufficientemente alta il monitoraggio dovrà focalizzarsi nel valutare le caratteristiche generali di questa immunità nel tempo prevedendo d’includere il monitoraggio virologico mediante tamponi diagnostici mirati, soprattutto se la presenza di una risposta immunitaria specifica desse segni di attenuazione o d’inefficacia.

LA PROPOSTA: Per tornare gradualmente alla nostra vita di sempre, proponiamo la creazione di una struttura di monitoraggio e risposta flessibile, MRF, dell’infezione da SARS-CoV-2 e della malattia che ne consegue (COVID-19) e, possibilmente, in futuro, di altre epidemie. Questa nuova struttura, con chiare articolazioni regionali, che prevediamo operare sotto il coordinamento di Protezione Civile (PC) e Ministero della Salute (MinSan) ed il supporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dovrà avere le seguenti caratteristiche generali:

(i) capacità e risorse per poter eseguire un altissimo numero di test (almeno nell’ordine di molte migliaia alla settimana) sia virologici che sierologici nella popolazione generale asintomatica con rapidissime procedure di autorizzazione da parte del Governo centrale e dai singoli governi regionali da utilizzare in caso di segnale di attivazione di nuovi focolai epidemici;

(ii) struttura di sorveglianza centrale potenziata presso l’ISS, che sia responsabile sia dell’analisi dei dati in tempo “quasi-reale” che della loro presentazione da parte del Ministero della Salute, a frequenza regolare direttamente al Governo, al Parlamento e agli organismi sanitari sovranazionali;

(iii) rafforzamento della capacità regionale di sorveglianza epidemiologica sotto forma di centri periferici di monitoraggio a diffusione capillare sul territorio e con messa a punto di sistemi di “epidemic intelligence” che rilevino precocemente ogni segnale di accensione di focolai epidemici;

(iv) potenziamento del networking fra le strutture operative e i professionisti che costituiscono la prima linea di intercettazione e difesa verso SARS-CoV-2/COVID-19 nella fase sintomatica della patologia, promuovendo l’integrazione della rete delle Malattie infettive largamente distribuite nel territorio italiano con quella della Medicina generale e territoriale, in un’ottica hubs&spokes di livello paritario;

(v) mandato legale di proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus, tra cui forme di isolamento sociale (sospensione di attività, eventi sportivi, scuole, etc); gestione di infetti e contatti (implementata anche attraverso l’uso di appropriate tecnologie come smartphones, app, etc come già sperimentato a Singapore ed in Corea), potenziamento di specifiche strutture sanitarie;

(vi) condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private per evitare i danni potenziali sia dell’allarmismo esagerato che della sottovalutazione facilona o addirittura negazionista (utilizzando anche l’esperienza sul campo nel rapporto medico-paziente).

Non sfugge, ovviamente, alla nostra attenzione che un simile ambizioso progetto di struttura di monitoraggio e risposta flessibile (MRF) al rischio di ritorno dell’infezione da SARS-CoV-2 che sia rigorosamente “data-driven” rappresenti un investimento significativo di risorse, necessarie alla sua rapida implementazione nei prossimi quattro-sei mesi (personale, infrastruttura, test, analisi ecc**). Allo stesso modo siamo consapevoli che la creazione di questa struttura “MRF” richiederà la definizione circostanziata di un perimetro normativo entro il quale operare quanto più possibile in armonia e sinergia con le rilevanti entità politiche, amministrative, sanitarie e tecnico-scientifiche, a livello sia nazionale che loco-regionale. Il rafforzamento del sistema sorveglianza-risposta a livello sanitario dovrà essere accompagnato da un piano complessivo di limitazione del rischio di attivazione di focolai epidemici nei luoghi di lavoro e nel sistema educativo scolastico. Tale piano dovrà prevedere una profonda ristrutturazione delle procedure e delle attività che dovranno essere ridisegnate al fine di limitare la diffusione di virus respiratori. Mentre una dettagliata valutazione economica e normativa del corrente progetto esula dallo scopo di questa prima esposizione della proposta, riteniamo tuttavia che questo possa essere un ragionevole percorso, dal punto di vista epidemiologico e virologico, per il ritorno alla normalità durante il forzato periodo di convivenza con il coronavirus che – speriamo – sarà quanto prima interrotto dall’arrivo di un vaccino .

Filippo ANELLI – Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO)

Andrea ANTINORI – Direttore UOC Immunodeficienze virali Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, IRCCS

Italo ANGELILLO – professore ordinario a Napoli e presidente SITI (Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Medicina Pubblica)

Roberto BURIONI – Professore Ordinario, Università Vita e Salute San Raffaele, Milano – Direttore Scientifico, MedicalFacts

Arnaldo CARUSO – Professore Ordinario, Università di Brescia Presidente, Società Italiana di Virologia (SIV)

Massimo CLEMENTI – Professore Ordinario e Preside di Facoltà, Università Vita e Salute San Raffaele, Milano

Andrea COSSARIZZA Professore Ordinario e Vice-Preside di Facoltà, Università di Modena e Reggio Emilia Presidente, International Society for the Advancement of Cytometry (ICAS)

Giuliano GRIGNASCHI – Professore, Università Statale di Milano Presidente, Research for Life (R4L)

Giovanni LEONI – Vice-Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO)

Pier Luigi LOPALCO – Professore Ordinario, Università di Pisa – Presidente, Patto Trasversale per la Scienza (PTS)

Alberto OLIVETI – Presidente, Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Medici (ENPAM)

Guido POLI – Professore Ordinario, Università Vita e Salute San Raffaele, Milano

Silvestro SCOTTI – Segretario Generale, Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG)

Guido SILVESTRI – Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Patologia, Emory University, AtlantaEditor, The Journal of Virology

Marcello TAVIO – Direttore, Malattie Infettive, Ospedale Torrette di Ancona Presidente Societa’ Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT)

*A questo proposito riteniamo che l’analisi dello status immunologico della popolazione italiana nei confronti di COVID-19 debba essere iniziata il più presto possibile mediante studio sierologici a campione in soggetti asintomatici.

**A questo proposito riteniamo che la succitata struttura “MRF” debba coordinare e supervisionare anche la capacità di produrre e stoccare alte quantità di dispositivi di protezione individuale, in primis mascherine.

“Solo la scienza può vincere ma va aiutata” – La sperimentazione animale ai tempi del Coronavirus

Intervista al Presidente Pier Luigi Lopalco e al socio fondatore Giuliano Grignaschi su Quotidiano Nazionale – Il Giorno

«In Italia, se fai ricerca, devi passare attraverso quattro comitati, aspettare mesi e per giunta pagare una tassa, anche solo per sfiorare un topo in laboratorio». Le parole di Silvio Garattini, presidente del Mario Negri, nell’intervista pubblicata ieri su Quotidiano Nazionale – Il Giorno, hanno sollevato la questione degli ostacoli allo sviluppo di medicinali. Giuliano Grignaschi, biologo responsabile dell’Animal Care all’Università Statale di Milano, è segretario generale di Research4Life, piattaforma che riunisce associazioni di pazienti, centri clinici e istituzioni come Farmindustria, San Raffaele, Airc, Telethon, al fine di conciliare etica e salute.
Dottor Grignaschi, con l’emergenza Coronavirus vorremmo subito farmaci e vaccini. Perché la medicina in Italia si inceppa davanti a un topo?«Perché siamo il Paese che ha introdotto le maggiori difficoltà a promuovere la sperimentazione pre-clinica, tanto che Bruxelles ha messo in mora l’Italia per aver recepito dal 2014 una direttiva sull’impiego di animali a fini scientifici in termini troppo restrittivi, e non poteva».Sacrosanto il rispetto delle cavie, ma migliaia di persone muoiono di polmonite, milioni di sopravvissuti rischiano una fibrosi invalidante. Cosa succede nei laboratori?«Succede che i nostri cervelli vanno all’estero, trovano condizioni migliori e lì restano. La nostra legislazione tutela la protezione degli animali da esperimento, ma senza garantire uguali condizioni operative tra enti che lavorano alle nuove terapie».A cosa serve studiare il modello animale nella Covid-19?«Dobbiamo capire cosa provoca questo virus in un organismo vivente, piuttosto che studiarlo in colture cellulari separate, e soluzioni che portano alla cura. Per i vaccini dobbiamo verificare la sicurezza, le reazioni prima di arrivare all’uomo».La ricerca è paralizzata in Italia dai cavilli?«Il professore Garattini fa presente che il percorso per poter fare anche solo un’iniezione a un singolo animale, passa attraverso valutazioni interminabili. In qualunque momento, come si è visto per una ricerca che ha coinvolto le università di Parma e Torino, puoi essere fermato».Che cosa comportano paletti e obiezioni animalista?«Vede, i ricercatori presentano progetti di largo respiro. Gli altri Paesi non devono sottostare a vincoli e rischi. E questo si ripercuote anche nella nostra corsa al vaccino».

Il commento del Presidente Pierluigi Lopalco:”Diceva Gaber “libertà è partecipazione”. Quando parliamo di ricerca scientifica, però, il termine partecipazione si riferisce ad una ampia comunità di professionisti che per partecipare hanno bisogno non solo di creatività ed ipotesi scientifiche da testaret, ma anche di risorse tecnologiche e finanziarie. Il tema della Libertà di ricerca e quindi strettamente connesso al suo finanziamento. L’emergenza Covid-19 ha mostrato al mondo intero come solo lo sforzo scientifico internazionale possa fermare una minaccia di quelle proporzioni. Il SARS-Cov-2 ha mostrato al mondo intero la debolezza dei sistemi sanitari. Una debolezza, nei confronti di un’ondata pandemica eccezionale, che ha fatto presente ai politici quanto sia difficile prendere decisioni utili a proteggere la salute dei cittadini senza il supporto della scienza. Mai come ora il ragionamento scientifico e le decisioni basate sulla scienza hanno avuto un ruolo centrale nel dibattito politico e nel dominio della opinione pubblica. Quei ’professoroni’ che erano indicati come portatori di un sapere inutile e saccente, sono oggi più ascoltati di quanto non fosse ieri un importante commentatore sportivo. E questo in Italia è tutto dire. L’attenzione politica e mediatica ai temi della scienza legate alla pandemia di Covid-19 comportano il fatto che sia sulla rete che sui media mainstream temi come la progressione logistica di una curva epidemica o la risposta IgM a un’infezione virale siano temi discussi nei talk show serali.

Ma il tema di reale interesse per il progresso scientifico è: passata la bufera, una volta che un gruppo di esperti sia riuscito a levare qualche castagna dal fuoco al decisore politico, riuscirà la ricerca a liberarsi dei pesanti fardelli che ne hanno impedito fino a oggi il pieno sviluppo nel nostro Paese? E, a titolo di esempio, oltre all’annosa questione del finanziamento, ne cito un paio. Il primo, la difficoltà a svolgere ricerche sperimentali di elevata qualità e di respiro internazionale a causa di limiti che altri Paesi europei non hanno, a causa della azione di lobbing da parte di gruppi che in nome di principi etici o filosofici bloccano la sperimentazione su modelli animali o l’utilizzo di cellule staminali. Il secondo, il sistema ingessatissimo di reclutamento nelle università e nei centri di ricerca ancora basato sul principio del concorso pubblico. Allora proviamo a liberare la ricerca in Italia, perché la scienza è l’unica cosa di cui il virus abbia timore”.