APPROVARE L’EMENDAMENTO OCCHIUTO-CATTANEO PER GARANTIRE UN FUTURO AI GIOVANI RICERCATORI

L’attuazione dei contratti di ricerca (CDR), introdotti dalla legge n. 79 del 29 giugno 2022, in sostituzione degli assegni di ricerca, e pensati dal legislatore come una forma di “rapporto di lavoro pienamente subordinato”, ha mostrato sin da subito una serie di criticità che rischiano di compromettere l’efficacia stessa della riforma.

La rigidità e l’impostazione contrattuale del CDR limita di molto non solo l’intraprendenza culturale e la libertà di ricerca del ricercatore, ma anche l’ingresso a tantissimi giovani nel mondo del lavoro del comparto della ricerca. I CDR sono infatti banditi su specifici progetti di ricerca, impediscono ai contrattisti di poter svolgere altre ricerche anche in collaborazione o di sottomettere un proprio progetto di ricerca, privando i giovani di ogni autonomia progettuale, i quali diventano di fatto dei semplici esecutori. I CDR escludono inoltre la possibilità di fare didattica, lasciando solo alla discrezionalità degli atenei l’autorizzazione di attivare un incarico. Tutto questo impoverisce la qualità del curriculum e l’attività esperienziale dei giovani ricercatori, che sono invece elementi valoriali per concorrere alle posizioni di tenure track (RTT).

La conseguenza, quindi, della disponibilità del solo CDR è la perdita di circa il 50% del personale che entra nella ricerca dopo il dottorato; circa 9000 giovani costretti, per decreto, a scomparire dal panorama della ricerca pubblica in Italia. Questo genera e alimenta un paradosso tutto italiano: formare per espellere.

L’accesso ai CDR è, inoltre, subordinato all’ottenimento del titolo di dottore di ricerca, escludendo di fatto dal mondo della ricerca i neolaureati. Ancora più preoccupante è l’impossibilità dei vincitori delle borse europee Marie Skłodowska-Curie Actions (Msca), fra i più prestigiosi finanziamenti della Commissione Europea, di stipulare un adeguato contratto di lavoro, con il rischio concreto di dover rinunciare ai circa 85 milioni di euro di finanziamenti. Un danno per i tanti giovani brillanti e per l’immagine dell’Italia.

Il PTS sollecita la politica ad individuare strumenti più flessibili, con le dovute e fondamentali tutele in materia fiscale e previdenziale, e aggiuntivi al CDR, di accesso al mondo del lavoro nei vari campi della ricerca. In questo contesto l’emendamento proposto dal senatore Mario Occhiuto, e sottoscritto dalla senatrice Elena Cattaneo, garantirebbe il superamento delle oggettive criticità del CDR, consentendo a tanti giovani di continuare la propria formazione.

La corretta informazione medica e l’inganno dell’omeopatia

di Antonio Musarò e Eleonora Galmozzi

La medicina moderna, e più in generale la pratica medica, si basa su solide e rigorose evidenze scientifiche e su test clinici validati dal metodo scientifico. Il tutto per garantire sicurezza ed efficacia nei trattamenti. Perché allora sempre più persone (2 milioni e mezzo di italiani, 100 milioni di persone in Europa, 600 milioni nel mondo) danno credito all’omeopatia, la bizzarra “medicina” immaginata da Hahnemann oltre due secoli fa (basata sulla memoria dell’acqua), ancorché priva di plausibilità biologica e di prove di efficacia?

Qualche giorno fa, un giornale nazionale ospitava un articolo dal titolo: “Omeopatici, a quando il bugiardino?”. L’articolo, che citava dei dati ottenuti da un sondaggio commissionato da un’associazione che riunisce le aziende del comparto dei prodotti omeopatici, riportava che «Nel nostro paese il 98% della popolazione adulta conosce i medicinali omeopatici e due italiani su tre li hanno acquistati almeno una volta». E che «C’è un crescente ricorso all’omeopatia in un’ottica di prevenzione», indicando anche che il 30% degli utilizzatori «assume medicinali omeopatici per rafforzare il sistema immunitario» (qualche riga dopo la percentuale scendeva dal 30% al 26%; perché?), «per combattere insonnia e stress (28%), per dolori muscolari-articolari (23%)».

Partiamo quindi da questi numeri e considerazioni per sottoporre alcune domande e promuovere una discussione su basi scientifiche:

  1. In che modo e con quali evidenze sperimentali i prodotti omeopatici possono essere usati in un’ottica di prevenzione? E soprattutto, prevenzione da cosa?
  2. I numeri, le percentuali, i dati di questa indagine si basano su racconti aneddotici degli utilizzatori o sono il risultato di approfondite e rigorose valutazioni scientifiche?
  3. Perché si continua a usare il termine “medicinale” riferito a prodotti che di medicinale non hanno nulla?

Il dato ancora più preoccupante, come riportato nell’articolo, è che c’è una percentuale particolarmente elevata di “consumatori” (44%) che acquistano prodotti omeopatici su prescrizione del proprio medico di famiglia. Nonostante la mancanza di serie prove scientifiche a supporto dell’omeopatia, c’è chi pretende ancora oggi di curare patologie più o meno gravi con prodotti omeopatici.

Spetta allo Stato, attraverso gli organi tecnico-scientifici competenti della sanità, certificare l’efficacia di una terapia. Sul sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), si legge che la caratteristica dei medicinali omeopatici è quella di utilizzare sostanze altamente diluite e “dinamizzate”. Il processo di diluizione solitamente è responsabile del fatto che non è più possibile rilevare tracce del contenuto di partenza nel preparato finito. La diluizione estrema porta quindi alla completa assenza della sostanza attiva, rendendo i rimedi omeopatici indistinguibili dall’acqua o dallo zucchero con cui vengono preparati.

Le prove scientifiche dimostrano chiaramente che l’omeopatia non ha alcun effetto superiore al placebo. Nonostante questo, l’industria omeopatica continua a prosperare, sfruttando la mancanza di conoscenze scientifiche del pubblico, una regolamentazione spesso insufficiente e un’informazione a volte ingannevole.

Il pericolo principale dell’omeopatia è che le persone possano affidarsi a questi rimedi per trattare malattie gravi, trascurando cure mediche comprovate: ci sono stati casi documentati di pazienti che hanno subito conseguenze gravi, e talvolta fatali, a causa della fiducia riposta in questi trattamenti.

A cosa servirebbe quindi il bugiardino nelle scatole di prodotti omeopatici? Sarebbe come pretendere di avere le istruzioni d’uso per bere un bicchiere d’acqua o ingerire una caramella zuccherata. Tuttavia, se il bugiardino servisse per allertare il “consumatore” su quello che l’omeopatia è e soprattutto per quello che non è, cioè non è un farmaco o un medicinale, allora ben venga.

Sarebbe quindi auspicabile ed eticamente giusto per la tutela dei consumatori e dei pazienti adottare quanto già fatto da altri Stati (per primi gli Stati Uniti) e cioè pretendere che sulle confezioni dei prodotti omeopatici sia chiaramente indicato che: 1) non esiste alcuna evidenza scientifica di efficacia terapeutica e 2) quanto indicato nei prodotti omeopatici è basato solo su teorie di fine 1700 confutate dalla medicina moderna.

Inoltre, sulla base di tutti i dati disponibili, già dal 2021 in Francia il servizio sanitario nazionale non rimborsa più le spese sostenute per l’acquisto di preparati omeopatici. Così pure il servizio sanitario britannico, che dal 2017 ha revocato i fondi per queste “cure”, mentre in Germania si è verificato un autentico crollo delle vendite, come peraltro nel resto dell’Europa, contrariamente a quanto affermato nel recente articolo. In Italia, invece, sosteniamo con circa 50 milioni di euro annui le detrazioni Irpef di prodotti scientificamente privi di evidenze terapeutiche.

Diverse società e associazioni scientifiche, tra cui il Patto Trasversale per la Scienza (PTS) hanno spesso messo in guardia cittadini e cittadine dall’inganno e dai rischi dell’omeopatia. Il PTS auspica inoltre una più corretta informazione da parte dei mass media e una presa di coscienza da parte degli organi dello Stato per evitare che a pagare cure non comprovate dal rigoroso metodo scientifico e senza alcuna efficacia siano le persone contribuenti.

Antonio Musarò (professore presso Sapienza Università di Roma) ed Eleonora Galmozzi (medica chirurga) per il Patto Trasversale per la Scienza

Grazie a Scienza in Rete

Ricerca strategica per lo sviluppo economico e sociale del paese

La ricerca scientifica rappresenta un elemento strategico per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. Tuttavia, la ricerca pubblica in Italia continua a soffrire di risorse limitate e spesso non gestite in modo trasparente.

Aderisci all’iniziativa per il futuro dell’Italia sottoscrivendo l’appello su “Scienza in Rete” cliccando qui. Grazie a Antonio Musarò (socio PTS), Elisabetta Cerbai e Michele Simonato.

IL COMMENTO DEL PATTO TRASVERSALE PER LA SCIENZA ALLE CRITICHE DELLA FONDAZIONE GIMBE SUI DECRETI ATTUATIVI DELLE LISTE D’ATTESA

Dr. Guido Sampaolo per il Direttivo PTS

Il dibattito sulle liste d’attesa sanitarie in Italia ha raggiunto un punto critico con la denuncia da parte del presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. A sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge 73/2024, che mirava a ridurre le liste d’attesa, è stato promulgato soltanto un decreto attuativo sui sei previsti.

Nino Cartabellotta ha sollevato un punto di grande importanza sottolineando che, nonostante l’urgente necessità di ridurre le liste d’attesa, il governo non è riuscito a implementare le misure necessarie. La piattaforma nazionale delle liste d’attesa rappresenta l’unico decreto attuativo ad essere stato promulgato, lasciando in sospeso altre misure cruciali. Cartabellotta ha evidenziato una contraddizione significativa: il decreto per le liste d’attesa, che dovrebbe ridurre i tempi di attesa, è esso stesso in attesa di attuazione.

La replica politica del senatore di Fratelli d’Italia Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità e Lavoro di Palazzo Madama: “Questo governo sta lavorando in tutti i modi per ridurre le liste d’attesa e per garantire ai cittadini il diritto alla salute, ma non possiamo fare in pochi mesi quello che non è stato fatto negli ultimi venti anni”.

Il Patto Trasversale per la Scienza esprime solidarietà alla Fondazione Gimbe, riconoscendo l’importanza delle critiche sollevate e l’urgenza di risolvere il problema delle liste d’attesa.

Va altresì riconosciuto che il problema delle liste d’attesa è l’ipertrofia delle stesse, generato non soltanto dai tagli alla Sanità Pubblica, ma soprattutto da una domanda fuori controllo di prestazioni (visite specialistiche, diagnostica strumentale etc.) spesso inappropriate, ridondanti e pertanto inutili. Nella Sanità Pubblica, quando si fornisce una risposta ad una falsa domanda di salute si distraggono risorse, strumentazioni e professionisti da una corretta risposta alla vera domanda di salute.

Il Patto Trasversale per la Scienza pone l’accento sulla necessità di una analisi scientifica corretta e priva di connotati politici, i cui risultati servano per agire direttamente sul meccanismo dell’appropriatezza delle richieste e sulla qualità delle prestazioni erogate, in grado di fornire in tempi ragionevoli le prestazioni necessarie per garantire un servizio sanitario pubblico efficiente ed equo.

È fondamentale che le autorità competenti agiscano urgentemente per implementare tutte le misure previste dal decreto-legge 73/2024; l’appello del Patto Trasversale per la Scienza è che le Istituzioni Sanitarie e Politiche possano trovare soluzioni condivise ed efficaci, basate sulle evidenze scientifiche piuttosto che su presupposti ideologici.

Milano 4 febbraio 2025

RIFLESSIONI DOPO LA CONDANNA PER OMICIDIO COLPOSO DEL MEDICO OMEOPATA MECOZZI

di Avv. Luciano Butti – membro del Consiglio Direttivo del PTS

La Corte di Cassazione lo ha definitivamente confermato: il dr. Massimiliano Mecozzi, medico omeopata, merita la condanna a 3 anni di reclusione per omicidio colposo. Il sanitario, infatti, aveva insistito per sottoporre un bambino affetto da grave otite a sole cure omeopatiche, in sostituzione degli antibiotici, invece assolutamente necessari sulla base delle condizioni del piccolo paziente. Purtroppo, in pochi giorni, l’omissione delle terapie appropriate ha causato la morte del bambino.

Questo caso, sul quale anche il PTS aveva sollevato l’attenzione (https://www.pattoperlascienza.it/2019/09/25/il-pts-al-processo-mecozzi/), deve portarci a riflettere su alcune questioni di carattere generale riguardanti l’omeopatia, il Servizio Sanitario Nazionale e il ruolo che devono giocare gli Ordini professionali e i Dipartimenti di Medicina e Farmacia delle nostre Università.

In primo luogo, dunque, l’omeopatia. Le evidenze scientifiche mostrano che i cd. rimedi omeopatici possono in alcune patologie avere un effetto analogo a quello della somministrazione di un ‘placebo’. Nulla di più e nulla di meglio. Pertanto, a tutto concedere, in presenza di patologie potenzialmente pericolose si tratta di rimedi che possono essere somministrati soltanto in aggiunta, e non in sostituzione, rispetto alle terapie mediche appropriate. Nel caso in questione, invece, avvenne il contrario, per una presunta pericolosità degli antibiotici sostenuta dal medico.

In secondo luogo, il Servizio Sanitario Nazionale. In alcune Regioni, ad esempio la Toscana, risorse del sistema sanitario regionale, quindi pubbliche, vengono destinate all’organizzazione di ambulatori omeopatici. Al di là della limitata (per fortuna) estensione di questo tipo di situazioni, il messaggio rivolto ai cittadini è potenzialmente fuorviante. Anche perché non sempre viene chiaramente spiegata la mancanza di evidenze scientifiche circa un presunto effetto di questi rimedi oltre il ‘placebo’.

In terzo luogo, gli Ordini professionali e i Dipartimenti di Medicina e Farmacia delle nostre Università dovrebbero chiaramente e costantemente assumere il punto di vista della medicina basata sulle evidenze. Pertanto, gli Ordini dovrebbero chiarire che presentare i rimedi omeopatici come sostituti rispetto alle terapie validate costituisce, da parte del medico, illecito disciplinare e ciò anche nei casi in cui, differentemente da quello in esame, non vi sono conseguenze gravi o addirittura tragiche. I Dipartimenti di Medicina e Farmacia dovrebbero seriamente riflettere sul messaggio distorto che viene lanciato alla società civile dalla proliferazione di corsi e master riguardanti l’omeopatia che beneficiano (economicamente) solo chi li promuove.

IL MINISTERO DELLA SALUTE E LA PSEUDOSCIENZA: L’ASTROLOGO ALLA CONFERENZA STAMPA SUL CANCRO

Milano, 13 dicembre 2024

Il Patto Trasversale per la Scienza esprime la propria disapprovazione per la partecipazione ad eventi ufficiali del Ministero della Salute di chi sostiene posizioni pseudoscientifiche.
In particolare sottoscrive, come già fatto da numerosi accademici e medici, la lettera dell’Associazione Luca Coscioni ( https://www.associazionelucacoscioni.it/wp- content/uploads/2024/12/Un-astrologo-alla-conferenza-stampa-della-LILT-1.pdf ), ripresa oggi dal nostro socio Enrico Bucci con un editoriale su Il Foglio (https://www.ilfoglio.it/scienza/2024/12/12/news/l-astrologo-alla-conferenza- stampa-sul-cancro-e-il-silenzio-di-ministero-della-salute-e-lilt-7237388/) , sulla presenza di un astrologo a moderare l’ultima conferenza stampa della Lega italiana per la lotta contro i tumori – Lilt, lo scorso 5 dicembre a Roma, presso una sala del ministero della Salute, organizzata “per la presentazione al ministro della Salute Orazio Schillaci dello stato dell’arte e le future prospettive della Lilt”.

Il Presidente, prof. Guido Poli e il Direttivo

Ancora una volta, l’Italia non e’ stata in grado di recepire correttamente la Direttiva europea sulla sperimentazione animale

di Giuliano Grignaschi

In Italia, la Direttiva 2010/63/EU per la tutela degli animali usati a fini scientifici è stata recepita con una legge (decreto legislativo 26/2014) che ha introdotto misure più stringenti, ma che non trovano giustificazione scientifica e vanno a danno non solo della ricerca, e quindi in ultima analisi, dei molti pazienti ancora in attesa di cura, ma anche in parte degli animali stessi.

La legge ha infatti introdotto il divieto di allevare sul territorio cani, gatti e primati destinati a fini scientifici. Queste specie sono però fondamentali in molti ambiti biomedici, compresi i test previsti per legge sui farmaci: diretta conseguenza del divieto è la necessità di importare gli animali dall’estero, quando necessari. Ciò implica causare loro lo stress del trasporto ma anche e soprattutto avere una minor garanzia di controllo degli standard sugli allevamenti d’origine, soprattutto se extra-EU.

I divieti aggiuntivi hanno portato la Commissione europea ad avviare una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, tuttora aperta.

Con il DL Salva Infrazioni 2024, attualmente in fase di conversione in legge, Luciano Ciocchetti (FdI), ha presentato un emendamento per rispondere a tutte le obiezioni mosse dalla Commissione Europea all’Italia e risolvere i divieti che hanno determinato l’apertura della procedura d’infrazione.

Tuttavia, alla vigilia della votazione, la Lega Antivivisezione (LAV) ha pubblicato un comunicato affermando che l’emendamento avrebbe aperto «la strada a nuovi allevamenti-lager di cuccioli». È seguita una massiccia e coordinata azione sui social media: numerosissimi utenti hanno commentato i post dell’On. Ciocchetti sulle diverse piattaforme ribadendo l’accusa di voler riaprire “canili lager”.

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Intervista sui vaccini al Dr. Rino Rappuoli

Direttore Scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena Accademico dei Lincei

CV dr. Rino Rappuoli

La vicenda del ritiro del vaccino anti-COVID-19 di AstraZeneca ha rievocato le aspre polemiche del periodo pandemico soprattutto per la sua rarissima associazione con una forma emorragica mortale. Più in generale, la notizia ha fatto riemergere perplessità nella popolazione generale relativamente all’utilità e ad una presunta “pericolosità” dei vaccini in generale. Per questi motivi, il Patto Trasversale per la Scienza (PTS) ha deciso di porre alcune domande al più grande esperto di vaccini in Italia e sicuramente tra i maggiori esperti a livello internazionale, il Dr. Rino Rappuoli.

1. Caro Dr. Rappuoli, iniziamo dal caso del ritiro del vaccino anti-COVID-19 di AstraZeneca. Il motivo è semplicemente di ordine commerciale o c’è dell’altro?

RR. La decisione del ritiro del vaccino di AstraZeneca contro COVID-19 è stata presa puramente per ragioni commerciali, ma per capire perché si è giunti a questa decisione bisogna conoscere la storia di questo vaccino che cercherò qui di riassumere. Il vaccino AstraZeneca è stato sviluppato dal gruppo di ricerca di Oxford, U.K., ed è costituito da un vettore virale (un adenovirus di scimpanzé che non replica nell’uomo, chiamato ChAd), che porta il gene che codifica per la proteina Spike di SARS-CoV-2. Per funzionare, il ChAd deve infettare le cellule in modo che queste possano “leggere” (trascrivere) il gene della Spike e produrre la proteina. Prima di allora, il ChAd era stato sviluppato per un vaccino contro l’infezione da virus Ebola, ma era stato utilizzato in un numero limitato di soggetti. Una prima limitazione (che conoscevamo già) è il fatto che, in seguito alla prima dose, il ChAd induce anticorpi (Ab, “antibodies”) anche contro sé stesso i quali neutralizzano e rendono meno efficace il vaccino quando viene inoculata la seconda dose. La seconda limitazione è emersa dalla sperimentazione clinica in quanto questo vaccino ha conferito una protezione dall’infezione nell’ordine del 60-70% mentre i vaccini a RNA messaggero (RNAm) modificato hanno dimostrato, almeno inizialmente, un’efficacia superiore al 90%. La terza limitazione è stata la comparsa di effetti collaterali gravi, seppur rarissimi (trombosi, soprattutto in giovani donne), che sarebbe stato molto improbabile identificare in una sperimentazione limitata per numero di partecipanti, ma che sono diventati evidenti vaccinando centinaia di milioni di persone. A causa di queste diverse limitazioni il vaccino non è mai stato registrato negli Stati Uniti (il paese più importante dal punto di vista commerciale) ed è uscito quasi subito dal mercato Europeo, secondo mercato commerciale. Il vaccino di AstraZeneca ha comunque avuto un impatto positivo enorme perché sono state prodotte e distribuite, a un costo molto basso, più di tre miliardi di dosi che sono state distribuite soprattutto nei paesi a basso reddito che non potevano permettersi i ben più costosi vaccini a RNAm. Finita la pandemia, il vaccino non è stato aggiornato per contrastare le nuove varianti virali e, quindi, ormai non aveva più mercato né nei paesi a basso reddito né, tantomeno, nei paesi più ricchi. Quindi la decisone di ritirarlo dal mercato era inevitabile.

2. Allargando l’orizzonte ai maggiori rischi a cui l’Italia, e il mondo in generale, potrebbero andare incontro, quali sono o dovrebbero essere le priorità dell’agenda politico-sanitaria? Per esempio, si discute molto di una possibile pandemia di virus influenzale H5N1 che sta infettando i bovini negli USA. Dovremmo allestire vaccini come nel 2009 o è più sensato seguire l’evoluzione dell’infezione prima di allocare risorse importanti che poi magari rimarrebbero largamente inutilizzate?

RR. Malattie infettive che arrivano all’improvviso e causano pandemia non sono una novità: basti ricordare la peste del 1347 che uccise un terzo della popolazione europea o l’influenza “Spagnola” che nel 1918 causò dai 40 ai 60 milioni di morti. Recentemente, tuttavia, la frequenza con cui malattie emergenti compaiono è aumentata drasticamente. Basti pensare all’infezione dal HIV, comparsa agli inizi degli anni’80, alla SARS nel 2002/2003, all’influenza suina nel 2009. E poi l’epidemia di Ebola nel 2014, di virus Zika nel 2017 e, infine, SARS-CoV-2/COVID-19 comparso in Cina alla fine del 2019. L’aumento della frequenza con cui malattie emergenti compaiono è sicuramente dovuto a diversi fattori, tra cui la densità della popolazione mondiale, che ha ormai raggiunto gli 8 miliardi di persone, e l’estrema urbanizzazione di ampie aree incontaminate. A questo vanno aggiunte le centinaia di milioni di persone che viaggiano e possono diffondere, in linea d principio, in pochi giorni in tutto il mondo ogni potenziale malattia emergente. Inoltre, il cambiamento climatico porta nei nostri paesi malattie finora ristrette ai paesi tropicali. Quindi, per il futuro dobbiamo essere pronti ad affrontare altre malattie emergenti.

In questo momento, il virus che preoccupa di più è quello dell’influenza aviaria H5N1, comparso per la prima volta nel 1997 e poi è rimasto confinato agli uccelli, fino a che, recentemente, ha cominciato a infettare molte specie di mammifero. L’ultima notizia preoccupante è l’infezione delle mucche negli Stati Uniti e la sua presenza nel latte che esse producono. Credo che sia doveroso prepararsi per una eventuale pandemia da virus H5N1, ma ovviamente dobbiamo essere pronti per qualsiasi tipo di malattia emergente, e tra queste vanno considerate le infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, abbiamo la possibilità di fare Ab monoclonali (mAb) e vaccini che possono prevenire la maggior parte delle malattie infettive. Nel caso del virus H5N1 abbiamo vaccini efficaci che avevamo già sviluppato nei primi anni 2000 e possiamo allestire vaccini nuovi basati su RNAm e mAb per prevenire e curare l’infezione.

E’ tuttavia importante che i vaccini siano disponibili in tutto il mondo, compresi i paesi poveri, e che non siano ristretti ai paesi più ricchi. Un’iniziativa di cui possiamo essere orgogliosi è che l’Italia ha deciso di creare un istituto completamente dedicato alla preparazione alle pandemie. Quest’istituto, di cui ho l’onore di essere il Direttore Scientifico, sarà basato a Siena e avrà tra le priorità lo sviluppo di vaccini e mAb sia contro batteri resistenti agli antibiotici sia contro agenti virali, tra cui il virus H5N1.

3. In Italia, ma non solo, c’è un forte calo di immunità della popolazione per malattie infettive per cui esistono vaccini sicuri ed efficaci, come il morbillo e la pertosse. Cosa sarebbe necessario fare per invertire questa rotta preoccupante? Reintrodurre l’obbligo vaccinale come qualche anno fa?

RR. Ultimamente si è assistito ad un calo delle vaccinazioni anche contro quelle malattie causate da agenti infettivi che credevamo di aver sconfitto completamente come la differite, il morbillo, la pertosse e così via. La ragione di questo calo è da attribuirsi soprattutto al fatto che le nuove generazioni, e quindi i genitori di oggi, non hanno mai avuto queste malattie e non hanno quindi mai visto bambini morire di difterite, di pertosse o di morbillo, o bambini menomati a vita dalla poliomielite. Quindi, i genitori di oggi non percepiscono la necessità di vaccinare contro malattie che non hanno mai visto. A questo si aggiunge il fatto che, disgraziatamente, negli ultimi tempi è aumentata la disinformazione sui siti web e sui social network da parte dei movimenti contrari alla vaccinazione finendo per alimentare l’incertezza dei nuovi genitori. Quindi, è assolutamente necessario che gli scienziati e le autorità competenti s’impegnino per una giusta informazione sui benefici e sulla necessità delle vaccinazioni, spiegando che queste proteggono non solo le persone vaccinate, ma, tramite la cosiddetta “immunità di gregge” (o di popolazione), proteggono anche le persone fragili che non possono essere vaccinate.

Io non sono favorevole alla vaccinazione obbligatoria perché penso che in un paese in cui le persone sono educate ed intelligenti, queste dovrebbero capire da sole il grande vantaggio delle vaccinazioni e, quindi, vaccinarsi spontaneamente. Tuttavia, quando l’adesione spontanea ai programmi di vaccinazione non è sufficiente a prevenire la circolazione dell’agente infettivo, l’obbligo vaccinale può essere una misura necessaria per proteggere sé stessi e, soprattutto, le persone più fragili. Basti pensare che nel nostro paese il calo della vaccinazione contro il morbillo ha permesso la circolazione del virus che ha infettato e ucciso bambini leucemici che, purtroppo, non potevano essere vaccinati.

4. Dr. Rappuoli, lei è stato un pioniere in ambito vaccinale introducendo la tecnologia della “vaccinologia inversa” che ha permesso di allestire vaccini per cui gli approcci tradizionali non davano frutti, come nel caso della pertosse. Ci può spiegare in parole semplici di cosa si tratta e se questo approccio può avere ancora importanza visto il successo dei vaccini basati su RNA messaggero modificato?

RR. La storia della vaccinologia inversa (o “reverse vaccinology” in Inglese), risale ai primi anni ‘90 quando eravamo riusciti a produrre vaccini contro quattro dei cinque sierotipi di meningococco, un batterio che causa la meningite. Tuttavia, né noi né nessun altro al mondo, con le tecnologie a disposizione a quei tempi, riuscivamo a elaborare un vaccino contro il meningococco B. Avevamo quindi bisogno di una tecnologia rivoluzionaria, che arrivò nel 1995 quando Craig Venter (colui che, pochi anni dopo, avrebbe sequenziato privatamente il genoma umano, in concorrenza con il più grande ente pubblico di ricerca del mondo, i National Institute of Health, USA) pubblicò la sequenza del genoma di un batterio. Questa era una nuova tecnologia straordinaria e rivoluzionaria che permetteva di leggere direttamente il codice di tutti i geni del batterio e quindi anche di scoprire potenziali componenti (“antigeni”) per fare i vaccini che non eravamo riusciti a scoprire con le tecniche tradizionali. Quindi, assieme a Craig Venter e Richard Moxon di Oxford, U.K., sequenziammo il genoma del meningococco B e lo decodificammo. Così trovammo antigeni mai visti prima e riuscimmo ad allestire un vaccino partendo dalle informazioni sul genoma batterico che erano già presenti in un computer, senza bisogno di partire da un batterio ucciso o da un suo componente o da un batterio vivo attenuato come era stato fatto fino ad allora. Oggi il vaccino contro il meningococco B è registrato in molti paesi, viene dato a tutti i bambini italiani nei primi mesi di vita e li protegge da una malattia terribile. La vaccinologia inversa è entrata nella routine dello sviluppo di tutti i vaccini e oggi tutti, ma soprattutto i vaccini a RNAm, partono dal genoma dell’agente infettivo per disegnare i nuovi vaccini.

5. Quali ritiene che saranno i “vaccini del futuro”? In particolare, riusciremo mai a scoprire vaccini efficaci contro HIV/AIDS o la Tubercolosi?

RR. Tradizionalmente, i vaccini sono stati sviluppati per eliminare le malattie infettive che causavano la morte dei bambini nei primi anni di vita. Visto il loro straordinario successo, recentemente abbiamo cominciato a chiederci se si sarebbero potuti sviluppare vaccini per garantire la salute dell’uomo durante tutto l’arco della sua vita. Grazie alle nuove tecnologie, sono stati sviluppati vaccini per proteggere le persone più fragili, quali gli anziani e le persone immunocompromesse. Oggi abbiamo già a disposizione i vaccini contro i virus dell’influenza, il virus respiratorio sinciziale, contro lo herpes zoster e lo pneumococco. Tra i vaccini in via di sviluppo abbiamo i primi successi nei vaccini contro il cancro, altro concetto rivoluzionario, e stiamo preparando vaccini per proteggerci da pandemie e da infezioni da agenti resistenti agli antibiotici. Quindi, grazie alle nuove tecnologie, riusciremo a fare sempre più vaccini che potranno mantenere in salute la popolazione dalla prima infanzia alla vecchiaia, vaccini sicuri e accessibili non solo nei paesi ricchi ma anche, e soprattutto, nei paesi poveri.

Tuttavia, ci sono ancora alcuni vaccini che non riusciamo a sviluppare. Il primo della lista tra questi è quello contro il virus HIV che causa l’AIDS, una malattia mortale per il 95% delle persone infettate se non assumono la terapia antiretrovirale (disponibile dalla metà degli anni ’90 e oggi ridotta a 1-2 pillole al giorno). Purtroppo, questo virus muta così velocemente che un vaccino prodotto contro il virus di oggi non riuscirà a proteggere contro il virus di domani. La scienza sta facendo sforzi enormi per trovare vie alternative per fare vaccini contro HIV, ma la soluzione non è ancora a portata di mano. Invece nel caso della Tubercolosi abbiamo cominciato ad avere i primi successi, anche se parziali, ed è quindi possibile che nel giro di qualche anno potremo avere buone notizie.

6. Perché i bambini molto piccoli (1-2 anni) devono ricevere diversi vaccini in un tempo molto ridotto e non in tempi più lunghi?

RR. I bambini nascono con un’immunità contro le malattie infettive costituita dagli Ab che la madre passa loro durante la gravidanza e con l’allattamento. Tuttavia, questa immunità svanisce velocemente e dopo qualche mese i bambini diventano suscettibili a malattie gravi o mortali. Per questa ragione è molto importante vaccinare al più presto i neonati, in modo che i bambini possano generare la propria immunità contro le malattie infettive più comuni nell’infanzia nel più breve tempo possibile. Infatti, oggi i bambini ricevono una serie di vaccinazioni a partire dal secondo mese e diventano resistenti a molte malattie infettive già a partire dal terzo/quarto mese di vita prima che svanisca l’immunità materna con l’interruzione dell’allattamento.

7. Come mai certi vaccini vengono realizzati ancora usando i metodi tradizionali basati sulla somministrazione di virus o batteri “morti” o vivi e attenuati?

RR. Per due secoli, dal primo vaccino sviluppato da Jenner nel 1796, fino a quelli scoperti da Maurice Illeman alla fine degli anni ‘60, i vaccini sono stati sviluppati isolando, uccidendo o attenuando virus, batteri o parassiti causa di malattie. Molti di questi vaccini vengono usati ancora oggi e non c’è necessità di cambiarli poiché la lunga esperienza del loro uso su centinaia di milioni di persone ci garantisce sul fatto che siano sicuri ed efficaci. Le nuove tecnologie, quali il DNA ricombinante, la coniugazione, la vaccinologia inversa, gli adiuvanti, i vaccini a RNAm, sono servite a prevenire quelle malattie che non era possibile prevenire con vaccini tradizionali basati su agenti infettivi uccisi o attenuati.

8. Alcuni vaccini inducono l’immunità che dura per tutta la vita…

RR. Uno di questi è il vaccino contro la febbre gialla, basato su un virus vivo-attenuato. Altri vaccini, come quelli per difterite, pertosse ed epatite B, inducono una immunità che dura fino a 10 o più anni. Altri invece hanno bisogno di richiami vaccinali annuali, come nel caso dell’influenza. La durata dell’efficacia di un vaccino, in generale, è determinata da due fattori: la “quantità” di risposta immunità necessaria per proteggere da un’infezione, virale o batterica, e la capacità dell’agente patogeno di sfuggire alla immunità indotta dal vaccino. Per esempio, il virus influenzale e quello del COVID-19 cambiano ogni anno e dobbiamo quindi aggiornare continuamente i vaccini per essere sicuri di riuscire a proteggere contro il virus che sta circolando in quel momento.

9. Adiuvanti. Questa parola induce diffidenza nei confronti dei vaccini in molte persone che pensano al mercurio o ad altre sostanze dannose per l’organismo…che cosa sono gli adiuvanti e perché sono importanti nella preparazione dei vaccini?

RR. Gli adiuvanti sono sostanze che vengono aggiunte ai vaccini per potenziarne l’efficacia. Sono in genere costituiti da molecole capaci di stimolare il sistema immunitario e, alle dosi utilizzate nelle preparazioni vaccinali, sono assolutamente sicuri e non tossici. Uno degli adiuvanti più usati sono i sali di alluminio che sono stati usati per più di un secolo mostrando un profilo di assoluta sicurezza ed efficacia sia nei bambini che negli adulti. In anni recenti, grazie al progresso scientifico, sono stati introdotti adiuvanti più moderni che hanno permesso di potenziare i vaccini contro influenza, herpes zoster e il coronavirus causa della COVID-19.

Gli adiuvanti non vanno confusi con i conservanti che venivano usati in passato per mantenere la sterilità dei vaccini infialati in flaconi multidose. Tra questi c’erano i sali di mercurio che, alla dose utilizzata, erano assolutamente sicuri, ma che non vengono più usati da un paio di decenni perché oggi i vaccini vengono infialati in dosi singole.

10. Quando ricevo un vaccino, il “principio attivo” e altre componenti rimangono per molto tempo nel mio organismo oppure si degradano rapidamente?

RR. I principi attivi dei vaccini, una volta iniettati, vengono catturati velocemente da cellule del sistema immunitario presenti nel sito di iniezione, “mangiano” (fagocitano) il vaccino e le sue componenti e lo trasportano ai linfonodi. Qui le componenti del vaccino vengono frammentate per attivare rapidamente il sistema immunitario. La permanenza nell’organismo dei principi attivi varia da vaccino a vaccino, ma in genere è breve: da qualche giorno nel caso dei vaccini inattivati, con o senza adiuvante, a qualche settimana quando si tratta di vaccini vivi-attenuati che possono persistere più a lungo. Ad esempio, nel caso del vaccino contro il morbillo, il virus attenuato si moltiplica fino a raggiungere un picco dopo 8-10 giorni e poi si estingue. Nel caso dei vaccini a RNAm la loro persistenza dura circa due settimane e poi si estingue. In nessun caso si sono rilevate tracce di vaccino a lungo termine.

Appello pro Servizio Sanitario nazionale SSN

Il Patto Trasversale per la Scienza (PTS) sottoscrive e rilancia l’appello dei 14 Big Italiani della Scienza e della Medicina, tra cui il Premio Nobel Giorgio Parisi, sui timori che il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non riesca più ad erogare livelli assistenziali adeguati secondo i principi di universalità, solidarietà ed equità che lo hanno animato dal 1978 ad oggi.

In tutti questi anni, il nostro SSN si è contraddistinto per la capacità di fornire livelli assistenziali di eccellenza a tutta la popolazione e, per questo, è stato classificato come uno dei primi al mondo nella graduatoria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’assistenza fornita negli ospedali e nei presidi territoriali del SSN è frutto della medicina basata sulle evidenze scientifiche, naturale evoluzione della ricerca di base e traslazionale, generando molte eccellenze tra cui gl’Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) che hanno fatto brillare la Sanità Pubblica Italiana e avanzare le conoscenze e le opportunità terapeutiche per molte malattie.

Tale patrimonio ha prodotte spesso vere e proprie “scuole di pensiero e di ricerca” in cui si sono formate generazioni di maestri e di allievi capaci di trasmettere ed elaborare le conoscenze scientifiche in ambito biomedico in competenza e nonché abilità tecniche e pratiche.

Il PTS si unisce pertanto all’appello dei 14 Big Italiani della Scienza e della Medicina per difendere e rilanciare il nostro prezioso Servizio Sanitario Nazionale!

https://www.corriere.it/cronache/24_aprile_03/sanita-appello-14-big-scienza-il-sistema-sanitario-nazionale-grave-crisi-c-rischio-non-riuscire-piu-ad-assistere-tutti-c3bf6ac4-f1a7-11ee-8ce8-d1851d0e956a.shtml?&appunica=true&app_v1=true

La Sostenibilità della Sanità Territoriale

di Guido Sampaolo

Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) individua un nuovo modello organizzativo per la rete di assistenza sanitaria territoriale, con la determinazione dei relativi standard strutturali, tecnologici e organizzativi dettati dal DM 77/2022 (1,2). Vengono così definiti una serie di investimenti relativi all’assistenza territoriale da finanziare con il PNRR, che si sviluppano su tre diversi livelli: le Case della Comunità, l’Assistenza domiciliare e gli Ospedali di comunità. Abbiamo avuto già modo di affermare che tale modello che si avvale di un approccio di medicina di iniziativa, rappresenta a nostro avviso un valido punto di partenza per la riorganizzazione della sanità territoriale, spostando l’asse degli interventi sanitari sulla popolazione e sul singolo individuo verso la prevenzione.

La dotazione economica per finanziare tale modello è stata definita per la riqualificazione delle strutture esistenti o per la creazione di nuove; nel luglio 2023 il Governo ha ridefinito al ribasso il numero delle Case e degli Ospedali di Comunità e dell’Assistenza Territoriale. Non nascondiamo tuttavia la nostra preoccupazione per la messa in pratica del progetto di riforma. Ancorché le Case e gli Ospedali di Comunità verranno realizzati, saranno dotati delle figure professionali necessarie e sufficienti a interpretare la nuova assistenza territoriale? Con quali mezzi, con quale organizzazione del lavoro, con quali obiettivi e con quali finanziamenti?

Il PNRR non prevede come reperire le dotazioni organiche e tantomeno le risorse per il funzionamento; sulla transizione dall’attuale regime al nuovo nulla è definito se non la certezza della carenza del personale sanitario. Il rafforzamento dell’assistenza territoriale per essere messo in piedi e realizzato necessita di un finanziamento costante per le dotazioni, i mezzi ed il personale. Fino ad oggi il nostro Servizio Sanitario si è retto grazie al finanziamento statale erogato tramite le Regioni. Le difficoltà economiche sono evidenti: di fronte a necessità di maggiori risorse per l’alta tecnologia ospedaliera, si associa la richiesta di risorse ulteriori per il finanziamento della sanità territoriale. Le finanze nazionali e regionali mostrano di essere una coperta corta (già insufficiente alla gestione corrente) che vede tagli progressivi e riorganizzazioni dei servizi orientati ad un efficientamento che contempli sempre un risparmio.

Dobbiamo quindi pensare che nessuna riforma sia possibile per un SSN/SSR che non ha disponibilità economica necessaria e sufficiente? Dobbiamo pensare ad un sistema di finanziamento basato sulle Assicurazioni Private, sul modello nordamericano? Quanti potranno permettersi un’assicurazione che garantisca una sanità di livello europeo? Esiste un’altra modalità di finanziamento della sanità?

In diverse realtà del mondo sono state realizzate delle iniziative attraverso le quali una comunità ha trovato una risposta alla domanda di salute. Anche nel nostro Paese possono essere proposti esperimenti sulla scorta di esperienze internazionali ad una popolazione disagiata (es: una comunità montana o insulare con servizi sanitari difficili da raggiungere, con accesso problematico in alcuni periodi dell’anno), oppure una popolazione insistente su di una zona colpita da una calamità (terremoto, alluvione, frana).

In tali circostanze una comunità di piccole dimensioni potrebbe essere molto motivata a sperimentare una nuova visione della gestione della salute, attraverso lo sviluppo di uno spirito comunitario di mutuo soccorso in cui il volontariato e la coscienza comunitaria sono il motore dell’esperimento. Le attività sanitarie effettuate su iniziativa ed autofinanziamento della comunità devono interagire con i servizi territoriali previsti dal SSN, evitando di entrare in concorrenza con esso.

Per coinvolgere la popolazione è particolarmente utile la presenza di una Onlus poggiando sul suo organigramma e stimolando la partecipazione dell’intera comunità al progetto. Nella prima fase occorre una analisi partecipativa dei problemi (ci vogliono uno o più animatori con esperienza in tecniche partecipative); una volta identificata una “matrice dei problemi” si può passare alla identificazione (sempre partecipativa) delle possibili soluzioni: maggiore sarà il contributo della popolazione, più sostenibili saranno le azioni da intraprendere.  Necessario anche il contatto, il coinvolgimento e la condivisione delle autorità locali per ottenere appoggio e collaborazione. Negli interventi va privilegiata la prevenzione delle malattie, più semplice da recepire da parte della popolazione. Esempio, la modifica dello stile di vita attraverso una educazione alimentare o una adeguata attività fisica (attraverso corsi teorici e pratici) e l’educazione alla cultura delle vaccinazioni. Si tratta di interventi a basso costo che possono essere autogestiti ed autofinanziati con piccole cifre che la comunità investe sulla propria salute. Esperienze di questo tipo con ottimi risultati sono già stati fatti. Cingoli (Provincia di Macerata, Marche): Città della Prevenzione (3).

Esistono poi diverse realtà di tipo associazionistico; si tratta di associazioni legate alla Caritas o plasmate sul suo modello. Solitamente erogano servizi gratuiti basandosi sulla raccolta dei fondi dell’8 per mille. Si tratta di forme di assistenzialismo rivolto alle frange più disagiate della società: homeless, migranti più o meno clandestini; offrono una assistenza di tipo caritatevole, paternalistico non basata su di contratto come deve essere un’economia moderna.

Molto interessanti sono invece le assicurazioni sociali organizzate su piccola scala a beneficio dei soli soci; si tratta di forme di società operaia di mutuo soccorso come la Società Mutua Piemonte ETS (4). Si tratta di associazioni No-Profit che lavora per i propri associati, basandosi su principi di mutualità e di solidarietà e svolgendo attività nell’assistenza sanitaria integrativa, ovvero nell’integrazione delle prestazioni sanitarie pubbliche e delle assistenze sociali.

Queste forme di integrazione sanitaria possono sostenere i progetti di salute di una comunità, integrandosi con quelli erogati nelle Case e negli Ospedali di Comunità, affiancandosi all’assistenza domiciliare, contribuendo a sostenere economicamente il costo della sanità territoriale e a raggiungere gli obiettivi di salute.

BIBLIOGRAFIA:

  1. https://www.governo.it/it/approfondimento/pnrr-salute/16707  
  2. DECRETO 23 maggio 2022, n. 77.

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/22/22G00085/sg