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Caro Politico, non fumare!

Con questo articolo, il PTS inizia la collaborazione con Giorgio Macellari, chirurgo senologo, membro del comitato etico della fondazione Umberto Veronesi, presidente della Sezione Emilia Romagna dell’istituto Italiano di Bioetica (www.giorgiomacellarisenologia.it) sui temi legati all’oncologia

Il fumo è una pestilenza di dimensioni epidemiche, tanto è contagioso e letale. Lo Stato ne è il primo responsabile, insieme ai cittadini ai quali lo vende e ne sono vittime. Il fumo è anche un vizio. Quindi, caro politico, perché dovresti invogliare la gente o essere tu un vizioso? Ricordati del tuo ruolo: essere un modello esemplare. E se per caso non avessi ben chiari i danni da fumo, te li ricordiamo brevemente.

Innanzitutto, nel Paese che stai governando il fumo uccide circa 93.000 persone l’anno: una città come Alessandria o Lecce si dissolve da un inverno all’altro. A queste morti s’aggiungono diversi tipi di malattie. Sono morti e malattie prevedibili e – fatto sconcertante – per la gran maggioranza facilmente evitabili. Almeno in parte, ne sei responsabile anche tu…fai notare che allora bisognerebbe proibire un sacco di abitudini insalubri? Hai ragione, ma bisogna pur cominciare da qualcosa, se no non se n’esce, e quella del fumo da sigaretta è sicuramente in testa alla graduatoria!

Sostieni che con l’articolo 32 della Carta dà ai cittadini il diritto di fare della propria salute quel che vogliono? Non scherzare …le persone mettono a repentaglio la salute solo se non è davvero consapevole dei danni di quel che fa perciò il tuo primo dovere è educarle e istruirle. Quando un adolescente inala la prima nuvola di fumo non ha la minima idea del girone infernale in cui sta scendendo: se lo immaginasse, lo eviterebbe. È soprattutto lì che devi agire, ad esempio, con robuste iniziative educative sin dalla scuola primaria. Ma, visto che gli adolescenti faticano ad accettare istruzioni per difendersi – è un fatto neurobiologico, su cui l’istruzione è perdente – meglio sarebbe impedire che fumo e desiderio s’incontrassero.

Costituzione, art. 32

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Però c’è dell’altro. Sì, le decisioni sulla nostra salute appartengono alle singole persone. Ma, poiché viviamo in un’ampia congregazione umana, riguardano anche un’entità più astratta: il corpo sociale. Verso il quale abbiamo obblighi e responsabilità. Se danneggio la mia salute, coinvolgo altri soggetti: ad esempio chi mi ama o mi sta vicino o quelli con cui lavoro. Senza contare i soldi impegnati per farmi curare, soldi dei contribuenti. Questo vuol dire che della mia salute non posso fare ciò che più m’aggrada: su di essa non ho un’illimitata potestà! Al contrario, un diritto così pesante implica un dovere altrettanto pesante: di fare – della mia salute – un uso responsabile, proprio per il rispetto che debbo non solo al mio corpo, ma anche a quel corpo sociale nel quale sono immerso.

Riconoscere alla salute il valore di un bene disponibile vuol dire cercare i modi intelligenti per disporne al meglio, insieme, riducendo le spinte egoistiche e la ricerca esclusiva del proprio piacere o interesse. Elementare civismo. Ancora: il fumo è già stato vietato in molti luoghi pubblici e nessuno ne ha riportato traumi psichici: anzi, ha generato salute ed educazione sociale. E poi, caro Politico, dovresti spiegare perché obblighi la gente a usare le cinture di sicurezza e a indossare il casco (anche sugli sci!), per il bene loro e quello altrui. Sono costrizioni, ma salvano vite e riducono drasticamente infortuni e malattie. Senza contare il fumo passivo e i mozziconi di sigaretta: che diffondono in modo impercettibile, ma micidiale, cancerogeni, polonio radioattivo, arsenico e acido cianidrico inquinando l’ambiente

Fumo passivo

È una condizione con delicate implicazioni etico-sociali: viene imposta, riguarda soprattutto minori all’interno di famiglie e implica un rischio di malattia e di morte non voluto. Uno scenario che stride con i valori di uno Stato di diritto che si pone a difesa dei più svantaggiati e che quindi dovrebbe far attuare potenti strategie a tutela dei minori, anche al costo di restrizioni di certe libertà individuali.

Per di più, circa dodici milioni di italiani gettano nel fumo – letteralmente – una ventina di miliardi l’anno: quasi una finanziaria. Una follia che fa spendere allo stato cifre abnormi per curare i tanti esiti non letali provocati, molto di più di quanto incassa vendendo sigarette e prodotti correlati. E anche l’idea d’aumentare le accise sulle sigarette[1] per destinare i ricavi a curare chi s’ammala sembra un paradosso e, passami il termine, una scorciatoia facile per lavarsi la coscienza. Certo, quella del fumo non è questione banale. Ci sono abitudini inveterate, piccoli piaceri quotidiani che alleggeriscono i giorni pesanti e filiere che danno lavoro a moltissime persone (peraltro, come la droga o la mafia, per dire…). Come uscirne? Beh, non ci vuole un genio per metter lì qualche idea e agire su diversi fronti insieme:

1. migliorare le campagne d’allerta;

2. potenziare i centri antifumo;

3. favorire la consapevolezza dei giovani dall’età più precoce possibile;

4. monitorare la diffusione del tabacco;

5. far rispettare i divieti nella pubblicità;

6. contrastare le tattiche persuasive dei produttori di tabacco;

7. promuovere la ricerca indipendente sui danni alla salute causati dal fumo;

8. attuare politiche di riconversione dell’industria del tabacco per assorbire gli esuberi e sostituirla con attività più salutari e ragionevolmente remunerative.

Non si può pretendere che tutto accada dall’oggi al domani: una rivoluzione culturale di questa portata richiede gradualità. Ma proprio questo è il tuo compito, caro Politico. E non ingannarci con la scusa che non vuoi disturbare il godimento dell’esistenza con scelte liberticide, tirando in ballo il diritto all’autodeterminazione: chi inizia a fumare non lo esercita, perché privo di cultura e di informazioni scientificamente solide; né lo fa l’adulto che intende smettere, perché ormai prigioniero dei potenti vincoli neuro-psicologici della dipendenza.

Il nostro ragionare sulla restrizione del fumo, quindi, non cambia. Continuiamo a trovare indegno che uno Stato fabbrichi e venda prodotti nocivi gravemente per la salute dei propri cittadini. E che se ti accontenti di far stampare, su ogni pacchetto venduto, che lì dentro c’è un veleno che fa ammalare sempre e talvolta uccide. Uccide! Non sono bruscolini. Scrivere “il fumo provoca il cancro” e mettere foto ripugnanti dei suoi malanni sono trucchetti autoassolutori inventati per sbianchettare l’anima di chi lo vende. Tra l’altro sono poco o per nulla efficaci: e i rivenditori lo sanno bene e sorridono.

Quando pensi al fumatore, ricordati che è anzitutto una vittima di una catena di interessi, abitudini e dipendenze. Non va colpevolizzato né umiliato: va aiutato, sostenuto, educato. Bisogna invece impedire che nuovi fumatori vengano reclutati e che la dipendenza continui a essere alimentata come un normale bene di consumo. Per questo il nostro appello non è rivolto solo a te, caro Politico, ma a tutti coloro che possono incidere: medici, infermieri, comunicatori, insegnanti, genitori, amministratori a tutti i livelli. Ognuno deve sentire propria la responsabilità di rendere il fumo meno desiderabile, meno accessibile e meno accettato socialmente. A te, caro Politico, però, spetta una responsabilità particolare. Se fumi, smetti. E se smetti, non aver paura di dirlo pubblicamente. Chi ricopre un ruolo istituzionale è anche un esempio. Soprattutto, impegnati affinché nessuno dei tuoi concittadini, e in particolare nessun adolescente, inizi a fumare. Se hai una visione lunga del futuro, lavora perché il consumo di tabacco diminuisca progressivamente fino a diventare marginale. Forse perderai qualche consenso oggi, ma domani avrai contribuito a salvare tante vite umane e avrai reso un servizio importante alla nostra società!


[1] Si stima che un incremento del 50% del prezzo del pacchetto di sigarette produrrebbe una riduzione del 20% dei fumatori. Una manovra ingiusta, perché peserebbe più sui poveri che sui benestanti. E di modesta efficacia: in Italia lascerebbe comunque sul campo 10.600.000 fumatori e 72.000 morti.

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